L'ultimo periodo dell'attività filosofica di Hegel, quello compreso tra il 1818 ed il 1831 (anno della sua morte), viene indicato come «periodo berlinese». Infatti nel 1818 il filosofo fu chiamato a succedere sulla cattedra di Fichte a Berlino; e in questa città risiedette finché, dopo essere stato nominato anche Rettore dell'Università ed aver acquistato un certo potere «politico», non morí, colpito da colera. In questa fase della sua attività, egli si dedicò ad approfondire alcuni argomenti trattati nell'Enciclopedia, in particolare quelli relativi alla filosofia dello «spirito oggettivo» e dello «spirito assoluto». Di questi approfondimenti una sola trattazione era destinata alla pubblicazione in stampa, cioè i Lineamenti della filosofia del diritto (1821); gli altri conservavano il carattere di manoscritti per le lezioni, e furono pubblicati solo dopo la sua morte, in un'edizione integrata con i contributi dei riassunti redatti dai suoi discepoli. Questi testi postumi sono quattro: Lezioni di storia della filosofia, Lezioni sulla filosofia della storia, Lezioni di estetica e Lezioni di filosofia della religione. Rispetto all'Enciclopedia essi introducono anche elementi nuovi, che tuttavia vengono inseriti nelle linee fondamentali di discorso di quell'opera. Pertanto, nel trattare di quest'ultima produzione hegeliana, ci soffermeremo solo su alcune questioni.
I Lineamenti di filosofia del diritto sollevarono al loro primo apparire una ondata di polemiche, in quanto sembravano costituire la «base razionale» della politica dello stato prussiano. L'argomentazione hegeliana viene condotta sul filo dell'attacco al movimento della «gioventù tedesca rivoluzionaria», molto insofferente a quel tempo, a cui Hegel muove l'accusa di «irrazionalismo» e che, perciò, rimprovera di esser lontana da un vero spirito rivoluzionario, quale quello che s'era rivelato nella Rivoluzione francese.
Hegel teorizza uno stato che esprima scopi e bisogni dei singoli cittadini e in cui venga tutelata e difesa la proprietà privata; tale teorizzazione, però, conserva lo schema di base enunciato nell'Enciclopedia che vede lo stato come sintesi dialettica, e quindi superamento, di famiglia e società civile, e come punto culmine della vita «etica», in cui l'uomo acquista finalmente una «coscienza pubblica».
Nonostante gli utilissimi approfondimenti, i Lineamenti spesso non indicano, però, la soluzione approfondita di problemi da Hegel stesso sollevati.
Come quello, ad esempio, connesso alla polemica tra giusnaturalisti (conservatori che ritenevano che le leggi degli stati dovessero fondarsi sul diritto naturale, sui principi immutabili che appartengono alla natura stessa dell'uomo, inscritti nel suo spirito) e liberali (eredi dello spirito illuministico, che riducevano il ruolo politico dell'organizzazione statale, rivalutando quello dei singoli individui; e quindi erano disponibili ad una piú vasta «democratizzazione» della vita dello stato). Hegel resta in una posizione intermedia e conciliatrice; e poiché il giusnaturalismo caratterizzava gli ambienti che sostenevano il governo assolutistico e una politica antiprogressista, mentre la posizione liberale caratterizzava i movimenti politicamente progressisti, Hegel resta sospeso, per dirlo in schema, tra conservatorismo e progressismo.
Altro problema su cui il filosofo ondeggia: la costituzione dello stato deve essere rigida o flessibile? Nel primo caso essa non può esser modificata dal potere legislativo, nel secondo sí. Nel primo essa risulta stabile, nel secondo è piú soggetta agli umori dei tempi, e perde in autorevolezza. Ma c'è anche l'altra faccia della medaglia: nel primo non recepisce le novità che i tempi introducono nella vita politica, e s'allontana sempre piú dai cittadini; nel secondo i cittadini godono di maggior potere nel rendere le istituzioni piú confacenti ai nuovi bisogni. Coerentemente Hegel «media» le due posizioni; ma resta cosí sospeso tra «potere assoluto» e «partecipazione politica dei cittadini»; ossia, di nuovo, tra concezione conservatrice e concezione progressista della vita statale.
Ricche di utilissimi approfondimenti, anche le Lezioni di estetica tuttavia non mancano di ambiguità. L'arte, secondo quanto già detto nell'Enciclopedia, ha in comune con la religione e la filosofia il suo scopo ultimo: la «rivelazione del divino», la «manifestazione dell'idea». Ma mentre la religione lo raggiunge attraverso le rappresentazioni, e la filosofia attraverso i concetti, essa lo attua nelle forme sensibili. Nelle forme naturali dell'arte si rivela ed è intuibile il Pensiero, in quanto esse «dipendono» dallo spirito che vi riversa dentro il suo contenuto, cioè la sua stessa essenza; ma in modo che il soggetto e l'oggetto dell'opera d'arte in questa si compenetrano; in modo che l'infinito (l'Idea, essenza e contenuto dello spirito) e il finito (la forma naturale) costituiscono un'unità. C'è tuttavia un'articolazione interna al momento spirituale dell'arte che Hegel descrive disponendo, secondo lo schema dialettico già noto, i diversi «tipi» di arte. Egli pone come tesi l'arte simbolica, come antitesi l'arte classica e come sintesi l'arte romantica (invertendo, rispetto all'Enciclopedia, l'ordine tra le prime due). La prima rivela la scissione tra forma e contenuto, in quanto il linguaggio simbolico non è «aderente» al contenuto, e quindi «non lo rende» adeguatamente; la seconda invece armonizza i due opposti elementi con la scoperta della figura umana; la terza infine ripresenta lo squilibrio tra forma e contenuto, ma nel senso che lo spirito avverte la sua insufficienza, ora consapevole, ad esprimere nelle forme finite un contenuto infinito, assoluto. Quasi paradossalmente quel che per Hegel è il culmine dell'arte costituisce la consapevolezza della necessità della sua dissoluzione, perché lo spirito possa accedere alle successive fasi - quella religiosa e quella filosofica - del suo sviluppo. Quando l'arte compie il suo fine, sancisce con ciò la sua fine. Ma osserviamo: la disposizione triadica «non torna». L'arte classica, come armonizzazione della separazione tra contenuto e forma, dovrebbe figurare come sintesi, e non come antitesi. L'arte romantica, che poi vien posta come sintesi, non... sintetizza, anzi ripresenta lo squilibrio tra i due elementi, sia pure per aprire la via dello spirito a livelli piú alti di «vita assoluta».
Ma il problema di maggior rilevanza è quello relativo al rapporto tra arte e forme, rispetto ad essa, superiori. Con l'arte l'infinito si produce e si presenta nelle forme naturali, cioè nel mondo delle «apparenze»; pertanto essa non può rappresentare per lo spirito il grado supremo della manifestazione della sua essenza, cioè dell'Idea, del Pensiero divino. Lo spirito sente il bisogno di liberarsi dai condizionamenti delle forme sensibili, vuol trovare forme piú libere di autorealizzazione e autorivelazione. Pertanto all'arte deve succedere la religione, come momento ulteriore, piú pieno, e come momento antitetico, in quanto in questo il soggetto, libero dai vincoli della finitezza materiale, esprime il suo contenuto e la sua stessa essenza eterna nelle forme libere della rappresentazione. Alla religione, poi, deve succedere, come fase di completa pienezza della vita dello spirito assoluto, la filosofia, in cui il contenuto e l'essenza del soggetto pensante, cioè la sostanza divina, si rivelano totalmente a se stessi - proprio nel soggetto individuale - nella forma dei concetti, con la ragione.
Tuttavia Hegel, nella riflessione sullo stato della civiltà ai suoi tempi, dichiara con convinzione che nella sua epoca l'evoluzione dello spirito è giunta al compimento con la religione cristiana, che ormai permea tutta la vita degli uomini, e col trionfo della «ragione dialettica», cioè della filosofia, anzi del piú alto grado della filosofia, quello da lui stesso raggiunto, in cui si è pervenuti finalmente all'autentica visione razionale del reale. Pertanto l'arte, che nello sviluppo dello spirito ha il compito di preparare l'avvento delle forme superiori, non ha piú... nulla da preparare; cioè essa, come forma inferiore, non ha piú alcun ruolo da svolgere, anche se nel passato ne ha svolto uno importantissimo. Dice Hegel testualmente:
Cosa del passato, dunque, sia sul piano soggettivo, per colui che si è elevato all'altezza della visione idealistico-dialettica del reale, sia sul piano storico, in cui la civiltà è distinta dal contrassegno della filosofia. Non a caso, perciò, i giovani hegeliani videro in questo discorso l'annuncio della «morte dell'arte». Ma videro bene? L'arte, cioè, per Hegel deve sparire dall'orizzonte della cultura individuale e della civiltà futura? Il discorso è complesso. Hegel dice pure che l'artista deve continuare ad esprimere l'assoluto nelle forme sensibili, ma non può piú farlo attribuendo alla sua esperienza spirituale il valore supremo e l'antico ruolo essenziale. Ma il problema resta: quale senso, infatti, può avere l'arte per l'artista consapevole, filosoficamente, di produrre solo forme «primitive» e «inadeguate» di rivelazione dell'Idea?
Il tema della religione, che Hegel ha fatto oggetto di riflessione in ogni fase della sua evoluzione speculativa, nel «periodo berlinese» viene approfondito sistematicamente; e tale approfondimento è condensato nelle pagine delle Lezioni di filosofia della religione. La religione consiste in un rapporto tra Dio e la coscienza finita dell'uomo; in esso il soggetto religioso si abbandona, con la fede, al suo oggetto, Dio, allo scopo di «unificare» la sua realtà finita con quella infinita dell'Assoluto. Questo rapporto assume varie forme a seconda del grado di sviluppo della coscienza. La prima è quella del sentimento, in cui l'uomo vive solo la «certezza» che Dio esiste, certezza individuale, «soggettiva» e... fragile, non riuscendosi a costituire come verità oggettiva. La seconda è l'intuizione, in cui lo spirito presenta a sé, in modo «oggettivo», la realtà di Dio, cogliendola come verità immediata; resta però l'abisso tra Dio e l'uomo. La terza forma, che è quella piena, è la rappresentazione, in cui soggetto e oggetto si presentano alla coscienza come «unificati»; o meglio essa è la raffigurazione dell'unificazione fra Dio e l'uomo. In questa fase oltre agli attributi divini vengono «rappresentati» anche il rapporto Dio-mondo con la «creazione», e il rapporto di Dio con l'uomo e con la storia attraverso la «Provvidenza». La forma rappresentativa raggiunge il suo apice con la religione cristiana, che Hegel definisce «assoluta», in quanto coglie il rapporto di Dio con l'uomo attraverso la «incarnazione»; tale verità, poi, trova il suo fondamento teologico nel dogma della «trinità». Dio, realtà in sé, «si manifesta» «fuor di sé», nell'altro da sé, generando da sé il «mondo dell'apparenza», la natura e l'uomo, fino a «ritornare» a sé con la «riconciliazione» dell'uomo con Dio. Questi sono i tre momenti che la teologia caratterizza come Regno del Padre, Regno del Figlio e Regno dello Spirito. Il Regno dello Spirito è dunque quello dell'avvenuta «riconciliazione» attraverso la «redenzione» di Cristo, o riconciliazione vissuta nella «comunità cristiana».
Il contenuto religioso però deve diventare, per Hegel, mediato, consapevole, cioè oggetto di conoscenza; ossia, la coscienza religiosa deve autochiarirsi e autogiustificarsi con riflessione razionale. Perciò Hegel dice - contrariamente a Kant - che le dimostrazioni razionali dell'esistenza di Dio hanno un loro valore proprio al fine del passaggio dalla fede immediata alla riflessione filosofica. Esse sono momenti del sapere religioso, e svolgono al tempo stesso una precisa funzione nella vita religiosa.
Quando la riflessione nello spirito religioso diventa riflessione sulla religione, si ha la filosofia della religione. Questa non è piú in senso stretto religione, né crea religione (ora infatti si passa alla riflessione per concetti sul fatto religioso), ma è da considerarsi pure il piú elevato culto divino; infatti essa costituisce la consapevolezza che l'uomo ha di Dio e, insieme, la piena rivelazione di Dio come pensiero al pensiero dell'uomo. E poiché la filosofia, in generale, è tradurre in concetti le verità che nella religione si presentano in rappresentazioni, essa è la forma che porta a compimento e supera quella religiosa.
Con questa formulazione, Hegel, mentre dice cose in cui crede, tenta anche di sottrarsi alle accuse rivoltegli dai teologi protestanti; questi infatti vedevano nella teoria hegeliana lo svuotamento del valore della religione e della sua autonomia rispetto alla filosofia.