Che il pensiero hegeliano, pur nella manifesta organicità e monoliticità, si prestasse a molteplici interpretazioni, è testimoniato dalla divisione della sua scuola in «destra» e «sinistra» (ma non mancano anche posizioni di «centro»). E che si prestasse pure a critiche, persino severe, è rilevabile dal moto antidealista che vide la luce già quando egli stesso era ancora vivo. In ogni caso è opportuno sottolineare un elemento di valutazione. Per Hegel tutto ciò che esiste trova, nel fatto stesso che esiste, la sua legittimazione razionale. Non c'è errore nella storia, come non c'è nella struttura e nel funzionamento della natura: ciò che è reale è razionale. Ma, come in natura già tutto è predeterminato, costituendo ogni ente ed ogni evento ciò ch'è contenuto già, a livello implicito, nell'Idea in sé, cosí pure nella storia tutto, sia pur non nella specifica determinazione empirica, ma nel suo schema evolutivo, è già preordinato; niente di nuovo quindi avrà luogo nella storia, come niente di male e di erroneo può aver collocazione storica. Cosí ogni singola esistenza umana ha valore e significato in quanto, e solo in quanto, manifesta in sé una realtà che la sovrasta e la sommerge. Sicché la storia non può apparire, nella visione hegeliana, se non il palcoscenico su cui gli individui recitano la propria parte, senza reale spazio inventivo e creativo; una singola parte di una sceneggiatura già scritta per intero, per cui è già nota la fine come lo è il fine.
E' chiaro che una siffatta concezione ben si prestava ad interpretare e legittimare, sul piano ideologico, la politica restauratrice europea e quella autoritaria prussiana. Lo stato rappresenta l'incarnazione della razionalità; i suoi fini sovrastano l'individuo, al quale non resta altro che conformarsi ad essi, che svolgere il proprio ruolo sapendo che esso ha un significato attribuitogli dal potere politico. Dunque davvero Hegel fu, come ha detto G. Mann, il «filosofo della Restaurazione».
Ma nell'ultima stagione della sua esistenza il clima storico s'andava mutando. Ormai s'estendeva sempre piú in Europa la ribellione alla politica restauratrice, e le idee «liberali» acquistavano spazi sempre piú ampi. Il Luglio francese del 1830, il Reformbill inglese, e le conseguenze che questi eventi comportarono nell'assetto europeo, turbarono profondamente il filosofo, stimolando in lui un atteggiamento che sul piano politico diremmo «di conservazione» e che sul piano culturale definiremmo «aristocratico». Atteggiamento manifesto, se poco prima di morire, nella prefazione alla seconda edizione della Scienza della logica, parlò delle difficoltà del lavoro filosofico nelle «circostanze di una necessità esteriore», cioè in un clima storico che gli appariva dominato dalla «dispersione inevitabile per la grandezza e la estensione degli interessi» e dal «chiassoso strepito quotidiano». Anzi addirittura si lamentava con Göschel: «Oggi lo straordinario interesse politico ha assorbito tutti gli altri»; ormai dominano «ignoranza» «prepotenza» e «passioni malvage»; sono tempi di crisi, «di una crisi in cui tutto ciò che una volta aveva valore sembra esser diventato ora problematico» (argomento caro ai «conservatori» di tutti i tempi). Ma Hegel, che pure aveva valutato positivamente la Rivoluzione francese, non fece un solo sforzo per capire che cosa stesse succedendo. Anzi in questo contesto non riuscí ad immaginare altro che proporre il «silenzio imperturbabile di una conoscenza assolutamente pensante»; cioè il silenzio di una chiusura aristocratica del pensiero su se stesso, un narcisismo spirituale che assume il senso di una separazione dalla storia; proprio da quella storia ch'egli aveva creduto di spiegare nelle sue intime leggi.