Echi non irrilevanti ebbero le tematiche dei positivisti francesi nel pensiero di Giuseppe Ferrari (1811-1876), filosofo e pensatore politico, costretto ad un ventennale esilio appunto in Francia, e divenuto, dopo il rientro in Italia in seguito alla proclamazione del Regno, deputato e docente all'Università di Milano.
Della sua produzione culturale sono da ricordare gli scritti Filosofia della rivelazione (1851), Corso sugli scrittori politici italiani (1862), Prolusione al corso di filosofia della storia (1862), Teoria dei periodi politici (1874). L'umanità - egli sostiene - passata attraverso l'età della religione e quella della metafisica, ha compiuto, con la Rivoluzione Francese, il passo decisivo verso l'«età della rivoluzione». La filosofia ha il compito dunque di spazzar via il rigurgito di spiritualismo, verificatosi dopo gli eventi rivoluzionari francesi, e le nostalgie dell'astrattismo logico, per affermare l'insostituibilità del «fatto positivo» nella formazione della conoscenza e nell'organizzazione sociale. Deve sostituire la «rivelazione naturale», cioè l'osservazione empirica dei fatti, alla «rivelazione religiosa», aprendo cosí la strada al definitivo predominio della scienza in una società fondata sull'uguaglianza, sul socialismo e sulla democrazia; in una società in cui non vi siano piú chiese né religione, e in cui non sussista piú la sovranità della proprietà privata, difesa con vigore dai borghesi e produttrice di squilibri e disuguaglianze sociali.
Nella seconda metà dell'Ottocento l'influenza dei positivisti stranieri esercitò un notevole influsso sugli uomini di cultura italiani, specialmente quando, dopo la formazione dello stato unitario, Si presentarono problemi d'ordine sociale, politico e organizzativo che richiedevano, per la loro soluzione, un atteggiamento capace di proporre non tanto «mete ideali», quanto prospettive d'azione pratica, scientificamente organizzata. Ad esempio, sorse il bisogno di estendere, unificare e rinnovare l'attività educativa, per «fare gl'Italiani», o meglio per formare un cittadino autonomo sul piano del pensiero e su quello dell'azione, partecipe all'attività civile e politica del nuovo Stato. Nacquero cosí prospettive pedagogiche improntate allo «spirito positivo», tra le quali ricordiamo quelle di Gabelli e di Angiulli.
Quanto ad Aristide Gabelli (1830-1891), la permanenza giovanile in un contesto socio-culturale come quello viennese lo liberò dai condizionamenti della Chiesa Cattolica, e le letture di storiografia protestante lo condussero alla convinzione che il Cattolicesimo fosse la causa principale della rovina delle nazioni latine; e specialmente dell'Italia, paese che non aveva vissuto una vicenda catartica analoga a quella della Riforma in Germania o a quella rivoluzionaria in Francia.
Tale convinzione, congiunta agli stimoli che gli provennero dall'interesse per la filosofia a lui contemporanea, lo portò all'assunzione di una posizione culturale ch'egli stesso definí positivistica, e all'idea che fosse necessario educare gl'italiani al «positivismo»: non ad una «visione del mondo» di tipo positivistico, ma ad un atteggiamento mentale di rigore scientifico, ad un atteggiamento per il quale si procedesse a risolvere i problemi sulla base dell'osservazione attenta e sistematica dei «fatti». Solo grazie a tale atteggiamento le masse popolari italiane si sarebbero sottratte alla sottomissione ad ogni sorta di autorità, politica, religiosa o anche solo culturale, e avrebbero potuto camminare per le vie del progresso.
Per stimolare la nascita e la diffusione di un tale atteggiamento mentale, bisognava riformare la scuola, il cui fine doveva essere la formazione di cittadini consapevoli intelligenti e partecipi alla vita socio-politica. La scuola avrebbe dovuto operare una rivoluzione pacifica agendo sullo «strumento testa», rivoluzione senza la quale l'uomo sarebbe rimasto «una cannuccia che il vento piega ora in qua ora in là».
Convinto quindi che questa azione educatrice dovesse avere inizio presto nello sviluppo dell'uomo, egli progettò programmi per la scuola elementare in cui l'istruzione veniva concepita non come trasmissione di nozioni, ma stimolo alla formazione di corrette abitudini mentali.
Andrea Angiulli (1837-1890), poi, già hegeliano in gioventú, dopo una permanenza a Berlino divenne positivista.
L'epoca moderna, egli sostenne, s'è iniziata con il rinnovamento del metodo scientifico; il suo compimento si avrà solo quando sarà instaurato il dominio della scienza. Allora si avrà, anche sul piano socio-politico, una piena democrazia.
Bisogna eliminare, dunque, dalla pratica educativa i principi metafisici per sostituirli con un metodo che stimoli l'educazione scientifica con la quale il discente possa formarsi una visione del mondo, una «filosofia», sulla base di dati e leggi scientifiche, organicamente coordinati.
Lo spirito positivo si affermò in Italia anche come metodologia delle scienze. In particolare delle scienze storiche, con Pasquale Villari, e della scienza medica, con Salvatore Tommasi e Cesare Lombroso.
Oltre che di studi su Savonarola, su Machiavelli, sul Comune fiorentino, Pasquale Villari (1826-1917) fu autore di un'opera Sull'origine e sul progresso della filosofia della storia (1854), e soprattutto di un saggio La filosofia positiva e il metodo storico (1865) che sollevò vivaci discussioni. L'indagine storica - è la sua tesi - deve muovere non da presupposti «metafisici», da idee astratte, ma dall analisi dei «fatti positivi», cioè da norme giuridiche, opere d arte, culti religiosi, che devono essere utilizzati cosí come il naturalista utilizza i fenomeni fisici. Questi fatti sono i documenti in cui si esprimono le «idee» di un'epoca, o di un personaggio; pertanto permettono di giungere a queste con rigore, limitando l'influenza del ricercatore nella ricostruzione di un evento, o dell'azione di un personaggio storico. Sono le idee, quindi, l'oggetto da individuare; non bisogna pertanto cadere nel materialismo, a livello di lavoro storico; esse non sono chimere, ma forze, inestinguibili nell'animo umano, che spingono l'uomo ad agire in modo da superare continuamente se stesso.
Docente all'Università di Napoli, medico illustre, Salvatore Tommasi (1813-1888) fu autore di Il rinnovamento della medicina in Italia (1883) e di Il naturalismo moderno (1866) in cui propose la riforma degli studi medico-biologici. A suo giudizio un biologo, un fisiologo, un medico non possono essere se non materialisti, perché il loro oggetto d'indagine non è che materia. Certo, è materia attiva, materia che rinnova continuamente la sua organizzazione. Ma l'adozione d un metodo d'indagine che non sia rigorosamente naturalistico porta a mistificazioni, a risultati preordinati. Infatti, assumendo una concezione teleologica, si arriva ad affermare che la funzione crea l'organo, mentre l'osservazione empirica mostra che la funzione non sussiste se non c'è già l'organo adatto. Se tuttavia nella pratica scientifica bisogna considerare l'uomo come realtà materiale, ciò non significa che esso sia solo questo. Esso è anche soggetto morale, dotato di senso del dovere e responsabile delle sue azioni.
Ciò egli precisò per prendere le distanze dalle posizioni materialistico-deterministiche di Cesare Lombroso (1833-1907) che nelle sue opere Genio e Follia e L'uomo delinquente delineò un'antropologia criminale sulla base di una concezione deterministica del comportamento umano. Dall'esame delle forme del corpo umano d'un individuo sono ricavabili, dice Lombroso, segni obiettivi, fatti positivi, che rivelano, anche allo stato latente, la follia e la tendenza a delinquere. La delinquenza, quindi, come la follia, è da considerarsi una vera e propria malattia, con precisi sintomi somatici; come la follia, anche la delinquenza è determinata da precise condizioni d'ordine psico-fisico e sociale. Pertanto, come il folle, anche il delinquente non è libero nelle sue azioni, non è responsabile del proprio comportamento, e quindi non è punibile.
Come s'è visto, è stato molto ampio l'influsso dei positivisti europei sugl'intellettuali italiani dell'Ottocento. La loro affermazione non fu limitata o contrastata né dalle personalità di Rosmini e Gioberti, né, tanto meno, dai loro rissosi seguaci. Personaggi come Terenzio Mamiani, Luigi Ferri, Giovanni Maria Bertini, Francesco Bonatelli, poco avevano da dire, da aggiungere a quello che avevano già detto i loro maestri; e comunque anche quel poco non riuscí a porsi come alternativa al dilagare del «positivismo», anche perché non era ancorato alla realtà, ai problemi effettivi della nuova situazione storico-politica dell'Italia unitaria, che richiedeva uno sforzo inventivo per «andare avanti» e non traeva giovamento alcuno dagli appelli a «guardarsi indietro». Le loro affermazioni, rispetto all'apertura mentale e alla «dimensione europea» delle posizioni dei positivisti, appaiono frutto di spiriti non solo dogmatici, ma «angusti», provinciali. E certe loro iniziative rivelano senza equivoci questa mentalità chiusa. La rivalutazione della tradizione culturale italiana, che fu elemento comune a tutti i pensatori del tempo, anche a quelli piú aperti alla cultura europea, diventa con Mamiani difesa di quella tradizione da presunti attacchi quando, ad esempio, egli fonda una rivista di filosofia a cui non sa dare titolo migliore che «Filosofia delle scuole italiane», cioè rivista delle scuole della tradizione filosofica italiana. Cosa che apparve subito tanto grossa che lo stesso Luigi Ferri, discepolo del Mamiani, cambiò il titolo in quello, piú accettabile, di «Rivista italiana di filosofia».
Questo era il clima, questa era l'aria che si respirava presso gli spiritualisti, convinti d'incarnare, nonostante l'affermarsi di posizioni estranee ed opposte alle loro tesi, l'unica vera «filosofia perenne e progressiva».
In questo ambiente agitato da polemiche culturali maturò la posizione di Roberto Ardigò, il solo pensatore che dal contatto con le tesi positivistiche europee trasse stimolo per la creazione di una propria visione globale del mondo, di un proprio sistema filosofico positivistico.