Carlo Cattaneo (1801-1869), milanese, presente nel movimento risorgimentale col suo programma democratico repubblicano e federalista, fondatore e direttore del «Politecnico», fu autore di alcuni scritti filosofici di notevole interesse, tra i quali ricordiamo Considerazioni sul principio della filosofia (1844) e Psicologia delle menti associate (1859-1866).
Quest'ultima opera era del tutto nuova e originale nel contesto storico-culturale italiano, in quanto prima teorizzazione di una psicologia sociale che, a suo avviso, poteva spiegare il passato - illuminando come i rapporti tra le menti degli uomini avevano prodotto quel progressivo incivilimento che contrassegna lo sviluppo storico - e poteva costituire uno strumento scientifico per la futura organizzazione delle società umane.
Studioso attento di molte scienze (ad esempio di quella economica, di quella storica, di quella giuridica); fu - contro l'arroganza di una filosofia, quella spiritualistica, che si alimenta di problemi praticamente insolubili, che procede con scorrette dimostrazioni, e soprattutto è grande «sprezzatrice delle scienze» - un difensore accanito del metodo e dei risultati scientifici, invitando inequivocabilmente i giovani, in pieno clima di restaurazione spiritualistica, a dedicarsi ai «faticosi studi positivi», in quanto - affermava - solo «le discipline sperimentali» costituiscono «la potenza e la gloria delle moderne nazioni».
È convinzione generale, dice Cattaneo, che il progresso storico è determinato dal progresso della conoscenza dell'uomo, che l'incivilimento è prodotto dal pensiero umano. Ma quando s'indaga sul pensiero, sull'attività della mente, si cade comunemente nei discorsi astratti sulla Coscienza, sull'Io, sulle facoltà dello Spirito.
Se s'inverte il procedimento di studio, cioè se si abbandona il passaggio dal pensiero ai suoi prodotti, e si muove dai prodotti a ciò che ne è l'origine, allora si scoprono cose interessanti. Ad esempio il ruolo dell'istinto nella generazione delle idee.
Allora, la scienza non è il frutto anche dell'istinto sociale, con cui un uomo si lega all'altro, anche ad un altro vissuto in tempi passati?
Dunque, se ad esempio c'è stato un progresso nella considerazione dell'acqua da Talete a Lavoisier, è perché nei ventiquattro secoli trascorsi il lavoro di analisi degli antichi Greci è passato agli Arabi e da questi ai moderni, che, piú attrezzati sul piano dell'indagine analitica, hanno scoperto una verità di livello piú profondo.
Pertanto lo studio dell'uomo, del pensiero dell'uomo, come quello della civiltà, dev'essere concepito come studio delle analisi delle menti associate.
Si consideri quest'esempio. L'uomo comune, come l'uomo primitivo, contempla la luna e ne segue le variazioni nel tempo. Ma quando la si osserva col telescopio, si compie un atto di analisi, cioè «un atto con cui la mente distingue le parti di un tutto». Ma - è qui il punto -
Tuttavia capita che in uno stesso tempo una nazione vede analiticamente piú cose, un'altra compie meno progressi, o addirittura conserva un modo primitivo di vedere. Ciò avviene proprio perché la conoscenza analitica è sempre un prodotto sociale. Là dove la società è meno progredita, anche l'analisi, che come funzione primitiva è propria e tutta intera di ogni individuo, in quanto modo d'osservazione scientifica è meno progredita, e dà risultati meno perfetti e meno compiuti che altrove. Infatti son le condizioni sociali che sollecitano oppure inibiscono l'attenzione analitica su certi fenomeni.
Il livello culturale di una nazione non dipende tanto dalla qualità delle scoperte, quanto dalla qualità e quantità delle ricerche. E queste, in certe società, non sono «libere», come non lo erano in certe antiche nazioni, in cui «molte cose erano inaccessibili, molte parvero funeste ed empie».
Questo discorso sulle componenti sociali che determinano la ricerca scientifica apre poi un'altra serie di problemi su cui indagare. Infatti, posto che «l'atto piú sociale delli uomini è il pensiero», poiché congiunge «sovente in un'idea molte genti fra loro ignote e molte generazioni», bisognerebbe studiare «come e donde in seno a quell'istintiva e spontanea associazione delle menti possa l'analisi attingere una piú eccelsa iniziativa» e «come ora espanda, ora costringa, la sua libera attività».
Ma soprattutto,
Si consideri dunque «l'analisi per sé, com'essa proceda tanto nell'individuo quanto nelle menti associate». Essa è un andare in profondità, un cogliere evidenze piú nascoste; ma non separandole dal tutto; anzi queste conoscenze piú profonde servono per chiarire il tutto.
Andare in profondità significa pure riuscire a scoprire la legge che unifica fatti apparentemente sconnessi e incomponibili, come appare manifesto
Analisi significa insomma superare l'incanto dell'evidenza immediata, «procedere dalle cose piú ovvie ed evidenti alle piú astruse»; significa cioè scoprire, dietro e al di là di ciò che ci è immediatamente noto, qualcosa d'ignoto.
Il suo metodo specifico è quello dell'astrazione. Il che significa anche che «ogni piú sottile astrazione è sempre opera d'analisi».
Sicché, in sintesi:
Ma qui è il problema, per cui è insufficiente il discorso dell'analisi «in sé». Su quale base l'osservatore stabilisce la misura, il limite, l'oggetto dell'analisi? È egli libero, incondizionato, nel determinare queste cose? No. Egli è limitato e guidato dalle condizioni naturali e da quelle sociali, come l'esame delle condizioni umane primitive dimostra.
La natura anzitutto:
Quindi la società.
E sempre natura e società condizionano l'analisi, anche quando un individuo, un «genio», spesso «per caso», scopre un'«idea madre» che diventa l'origine di una nuova scienza, e l'analisi diventa «libera», va «oltre la tradizione e contro la tradizione», come nel caso di colui che cadendo in un fiume, si salvò appoggiandosi per istinto ad un tronco galleggiante e percepí l'idea madre dell'arte nautica, «vedendo nelle cose ciò che li altri non videro». Cosí il genio individuale e il caso spiegano «come le nazioni abbiano potuto raggiungere un'idea forse piú astrusa, senza averne potuto percepire un'altra forse piú ovvia», e come l'analisi in certe nazioni si diversifichi per qualità e risultati da quella di altre nazioni; ma sempre nel contesto dei condizionamenti specifici di natura e società di un certo popolo. Il pensiero dunque dev'essere studiato come fenomeno sociale. Assurdo è parlare, come fa Cartesio, di un puro e nudo spirito, fuori della tradizione e della società. Locke «dimostrò come la riflessione ne' suoi piú alti sforzi ricevesse sussidio dal linguaggio. Or voi mi concederete, signori, che il linguaggio è la società». «Ma la società coopera al pensiero dell'individuo in molti altri modi oltre il linguaggio». Ad esempio: il pensiero s'alimenta col rapporto dialettico di opposizione degli spiriti che solo gli uomini viventi in relazione sociale possono realizzare. Tutte le piú alte prove della scienza e della virtú si svolgono negli accordi e disaccordi degli uomini posti fra loro in intima relazione. Ciò hanno mostrato Vico ed Hegel. È nelle famiglie, nelle classi, nei popoli che si attua quella «antitesi delle menti associate» che è «quell'atto col quale uno o piú individui, nello sforzarsi a negare un'idea, vengono a percepire una nuova idea, ovvero quell'atto col quale uno o piú individui, nel percepire una nuova idea, vengono, anche inconsciamente, a negare un'altra idea». È nel rapporto sociale che nascono quelle passioni che originano i ragionamenti («Nei conflitti della vita, il ragionamento è l'arte reciproca di tutte le passioni»); è in questo rapporto che i «ragionatori», «al cospetto della passione», diventano «combattenti» in una lotta che «trascina ambe parti nel vortice della verità», in una lotta che non è altro che un processo comune di analisi, un'«analisi delle menti associate».
Ma tale dialettica delle menti deve esser tenuta sempre viva anche nei confronti del pensiero degli uomini del passato; bisogna verificarsi con essi perché solo cosí si evita la «chiusura nel proprio sistema», e si genera il processo di arricchimento della verità. L'uomo, infatti, tende al «sistema» per necessità, cioè «perché vive in presenza di un unico universo, per la limitata natura del suo intelletto, e per l'unità della sua coscienza, e per l'identità delli universali, e per complessivo effetto di tutte le operazioni riflessive». Ma non deve assolutizzare il suo sistema, come non deve assolutizzare quello ricevuto dagli antenati: «miseri i figli che temono d'essere migliori dei loro padri; le dottrine piú audaci sono ridutte dal tempo ad aride regole, a formule viete, a consuetudini stupide e servili». «I sistemi - dice Cattaneo - devono tenersi sempre aperti, un sistema compiuto e chiuso diviene sepolcro dell'intelligenza e della virtú che lo ha tessuto». Bisogna dunque «agitare e rinnovare i sistemi», «scuotere ogni giogo d'autorità», «seguendo risolutamente e impavidamente l'unico lume dell'esperienza e della ragione». Solo cosí si attua il progresso della civiltà: «Il progresso, nella proporzione medesima con cui fornisce nuove idee, fornisce anche nuova occupazione all'intelletto, tiene in esercizio forzoso le nostre facultà morali e le spinge a continuo perfezionamento».