Antonio Rosmini Serbati (1797-1855), nato a Rovereto da nobile famiglia, sacerdote, fondatore di una congregazione religiosa, dedicò tutta la sua vita allo studio. Delle sue molte pubblicazioni filosofiche ricordiamo qui il Nuovo saggio sull'origine delle idee (1830), i Principii della scienza morale (1831), la Storia comparativa e critica dei sistemi intorno al principio della morale (1837) e Teosofia (una sintesi di tutta la sua speculazione, pubblicata postuma).
Il suo pensiero fu, già al tempo in cui visse, oggetto di opposte valutazioni: trovò ammirazione infatti tra molti cattolici «progressisti» (anche presso Manzoni, che peraltro divenne molto amico del filosofo), ma fu contestato vivacemente da Gioberti e avversato aspramente dai Gesuiti e dalla Chiesa istituzionale.
La considerazione da cui muove Rosmini è che l;Illuminismo, Kant e l'Idealismo tedesco partono, sí, dall'uomo come coscienza ma lo lasciano prigioniero della coscienza: l'uomo non può uscire fuori di sé per attingere la realtà esterna, l'essere.
Per il cattolico Rosmini, evidentemente, posizioni di tal genere implicavano, insieme all'impossibilità di conoscere il mondo in sé anche quella di attingere in qualche modo la realtà stessa di Dio.
Non si tratta, per lui, di abbandonare la premessa - dimostrata dalla filosofia moderna come l'unica valida - che il discorso filosofico debba partire dalla coscienza; tuttavia bisogna scovare la via di passaggio dalla coscienza alla realtà, una via d'accesso all'essere. Via che egli poi indica nella stessa idea dell'essere, sempre presente e salda nel pensiero umano.
Ma seguiamone piú analiticamente il discorso.
Due sono i gradi fondamentali della conoscenza: la percezione sensoriale e la percezione intellettiva; la prima, che produce l'esperienza, offre la materia alla seconda` che realizza la conoscenza intellettiva.
L'uomo, dice Rosmini, è dotato di un sentimento fondamentale, cioè di una coscienza intima di sé come realtà corporea, di una coscienza del proprio corpo; in virtú di esso l'uomo «si sente vivere» e, insieme, si conosce «dal di dentro», apprende che il suo pensiero è inscindibile dal suo corpo.
Orbene, proprio questo sentimento è la condizione della conoscenza sensibile; senza di esso non si percepirebbe l'azione che una realtà esterna esercita sul corpo, sulla sensibilità fisica del corpo. Pertanto, ogni sensazione (di colore, suono, forma, calore, ecc.) non è che una modificazione del sentimento fondamentale verificatasi per l'impressione che una realtà esterna ha esercitato sulla sensibilità. Nella sensazione, però, non c'è distinzione tra soggetto senziente ed oggetto sentito. Solo con la percezione sensoriale, il soggetto distingue se stesso, il suo sentimento fondamentale modificato, dall'oggetto, cioè dalla realtà esterna che ha prodotto l'impressione fisica.
Per conoscere poi «che cos'è» ciò che ha prodotto l'impressione, il pensiero mette in atto la percezione intellettiva. Essa ha luogo quando l'oggetto di esperienza, che è particolare, vien liberato dai suoi caratteri specifici, individuali, e vien tradotto in un concetto, che è universale e che permette di esprimere il giudizio con cui si designa la sua essenza oggettiva. È quanto noi facciamo quando diciamo «questo è un libro»; con questo giudizio riconosciamo l'oggetto che ci sta di fronte nei caratteri che lo accomunano ad altri oggetti, indipendentemente dalle sensazioni particolari (di forma, di grandezza, di colore ecc) che ne percepiamo sensibilmente.
Evidentemente il concetto raccoglie caratteri essenziali, sí, ma derivati pur sempre dall'esperienza. È allora inevitabile che la conoscenza, anche quella intellettiva, sia soggettiva? È inevitabile che della realtà esterna io dica «che cosa è per me» e non «che cosa essa è in sé»? No, risponde Rosmini. Non tutte le idee hanno origine empirica. Quando si dice «questo è un libro» si presuppone, anche se inconsapevolmente, il giudizio preliminare «questo è», o, se si vuole, «questo è un essere». Tale giudizio è reso possibile dal fatto che nel pensiero esiste un'idea dell'essere che è «a priori», ed è il presupposto logico che rende possibile ogni altro giudizio. Insomma, quando si pensa concettualmente una realtà, si è già riconosciuta preliminarmente la sua esistenza, cioè si è già espresso un giudizio di esistenza fondato sull'idea di essere: che pertanto non può essere che a priori, inderivata dall'esperienza.
Non sfuggí, però, a Rosmini che una tale «idea dell'essere» appariva piuttosto una categoria del pensiero di tipo kantiano che non una categoria della realtà. Per cui egli, che si proponeva proprio di superare il soggettivismo kantiano, cioè di fondare una conoscenza oggettiva del reale, specificò che l'idea dell'essere non è una funzione dell'intelletto, ma è un oggetto del pensiero colto con quello ch'egli definí intuito o senso intellettivo. L'intelletto la trova di fronte a sé, in quanto essa gli è stata donata da Dio.
Dunque cogliendo in sé l'idea dell'essere, l'uomo coglie l'Essere ideale, l'essere universale, cioè privo di un contenuto empirico particolare; o, detto in altro modo, l'essere in quanto indeterminato, l'essere in quanto possibile. Quando poi l'intelletto utilizza questa idea applicandola all'esperienza sensibile, essa si concreta e si particolarizza, giungendo all'essere reale. Ossia, l'intelletto, separato dall'esperienza, coglie nell'idea di essere la possibilità che qualcosa esista; quando congiunge quest'idea all'esperienza, afferma che c'è quel determinato essere che è fonte delle sensazioni. Sicché poi, ogni altro giudizio intellettivo (del tipo «questo è un libro») acquista un valore oggettivo.
Cosí Rosmini pensa di avere gettato il ponte che collega coscienza e realtà, di aver liberato la conoscenza dal carattere inevitabilmente ed esclusivamente soggettivo. L'idea di essere è, certo, una pura forma del pensiero, in quanto in sé priva di un contenuto empirico; pero essa ha il corrispettivo negli enti finiti, negli enti reali, a cui Dio ha dato l'esistenza. Insomma Dio ha donato alle cose il loro Essere reale e al pensiero dell'uomo l'Essere ideale, o idea dell'essere, con cui egli conosce gli enti finiti, attraverso l'esperienza sensibile. Questo ponte tra coscienza ed essere, indicato nell'idea dell'essere, suppone però l'esistenza di Dio. Ma esiste Dio? La conoscenza degli enti finiti, per quanto estesa, per quanto ricca, non esaurisce mai tutto l'Essere ideale, tutta la possibilità dell'idea dell'essere. Non c'è ente o insieme di enti finiti che, nella conoscenza umana, costituisca il contenuto mentale adeguato all'ampiezza dell'Essere ideale, all'infinita possibilità di applicazione dell'idea dell'essere All'infinità dell'idea dell'essere può corrispondere solo, in modo adeguato, un Essere infinito. D'altra parte se abbiamo quell'idea infinita, a priori, ciò implica che essa ci è stata donata proprio da un essere infinito, che pertanto è necessario che esista.
Proprio l'infinità dell'idea fonda la necessità della realtà infinita di Dio come unico corrispettivo reale, unico Essere reale, effettivamente adeguato all'Essere ideale.
Di Dio, anzi, in quanto contenuto reale infinito adeguato all'idea dell'essere, si deve dire anche che è trascendente gli enti finiti, assoluto rispetto a questi che sono contingenti, eterno rispetto ad ogni altro ente, che non può essere se non caduco.
Sicché l'idea di essere, che Rosmini pone a fondamento razionale di una gnoseologia oggettivistica, diventa fondamento filosofico anche della metafisica.
E lo diventa anche dell'etica. Seguiamo l'analisi rosminiana dell'azione morale.
In che cosa l'uomo è libero? In che cosa consiste la sua libertà?
Ora, l'amore «è affetto di un essere intelligente» «che si indirizza ad un oggetto conosciuto», a un oggetto che «mostra... i pregi suoi» e che la mente ha preventivamente valutato col giudizio di «stima».
Il «giudizio pratico» di stima dei pregi dell'oggetto di scelta è la caratteristica dell'amore che determina l'azione morale, e distingue questa da tutte le altre azioni che son determinate dalla passione indotta solo da «propensioni animalesche», e che pertanto non sono libere. Il «giudizio pratico» svolge un ruolo determinante nella concezione etica di Rosmini; con esso l'uomo individua la bontà della cosa, delibera la sua amabilità e preferibilità rispetto ad altre, e decide l'azione. Ma come si può deliberare la preferibilità di una cosa rispetto, magari, ad altre ugualmente buone? Dio, sommo Bene, è creatore di tutte le cose; queste dunque sono beni, e la loro bontà deriva da quella del loro creatore. Ma Dio ha creato il mondo disponendo gli enti secondo un ordine gerarchico: quelli la cui esistenza è piú piena, piú perfetta rispetto ad altri, devono essere fini rispetto a questi altri che pertanto devono essere giudicati solo mezzi. Insomma, la gerarchia degli enti (esseri razionali, esseri animali, ecc) è anche una gerarchia dei beni, e deve servire, a livello etico, da quadro di riferimento per il giudizio pratico, per la stima che deve precedere l'atto d'amore. Il bene oggettivo, quello realizzato gerarchicamente nell'ordinamento dell'universo, deve costituire il quadro di riferimento del bene morale, quello che costituisce il fine dell'azione etica dell'uomo.
Sicché, in generale, ogni azione che rispetti l'ordine naturale, è buona; quella che non la rispetti è cattiva. In particolare:
L'azione cattiva dunque è quella nata da odio o amore irragionevoli ed ingiusti, perché determinati dalla prevalenza della sensibilità sulla razionalità. Quella buona è l'azione in cui l'amore è ragionevolmente proporzionato alla quantità di essere, alla ricchezza di esistenza della cosa. In tal senso, dunque, l'uomo buono ama anzitutto Dio come sommo Bene, poi gli esseri razionali come fini, in quanto esseri preferibili a quelli animali e agli altri inferiori che costituiscono solo i mezzi rispetto ad essi.