CAPITOLO SETTIMO

LE FILOSOFIE ITALIANE NELL'OTTOCENTO

3. Rosmini: la critica del soggettivismo


Antonio Rosmini Serbati (1797-1855), nato a Rovereto da nobile famiglia, sacerdote, fondatore di una congregazione religiosa, dedicò tutta la sua vita allo studio. Delle sue molte pubblicazioni filosofiche ricordiamo qui il Nuovo saggio sull'origine delle idee (1830), i Principii della scienza morale (1831), la Storia comparativa e critica dei sistemi intorno al principio della morale (1837) e Teosofia (una sintesi di tutta la sua speculazione, pubblicata postuma).

Il suo pensiero fu, già al tempo in cui visse, oggetto di opposte valutazioni: trovò ammirazione infatti tra molti cattolici «progressisti» (anche presso Manzoni, che peraltro divenne molto amico del filosofo), ma fu contestato vivacemente da Gioberti e avversato aspramente dai Gesuiti e dalla Chiesa istituzionale.

La considerazione da cui muove Rosmini è che l;Illuminismo, Kant e l'Idealismo tedesco partono, sí, dall'uomo come coscienza ma lo lasciano prigioniero della coscienza: l'uomo non può uscire fuori di sé per attingere la realtà esterna, l'essere.

Per il cattolico Rosmini, evidentemente, posizioni di tal genere implicavano, insieme all'impossibilità di conoscere il mondo in sé anche quella di attingere in qualche modo la realtà stessa di Dio.

Non si tratta, per lui, di abbandonare la premessa - dimostrata dalla filosofia moderna come l'unica valida - che il discorso filosofico debba partire dalla coscienza; tuttavia bisogna scovare la via di passaggio dalla coscienza alla realtà, una via d'accesso all'essere. Via che egli poi indica nella stessa idea dell'essere, sempre presente e salda nel pensiero umano.

Ma seguiamone piú analiticamente il discorso.

Due sono i gradi fondamentali della conoscenza: la percezione sensoriale e la percezione intellettiva; la prima, che produce l'esperienza, offre la materia alla seconda` che realizza la conoscenza intellettiva.

L'uomo, dice Rosmini, è dotato di un sentimento fondamentale, cioè di una coscienza intima di sé come realtà corporea, di una coscienza del proprio corpo; in virtú di esso l'uomo «si sente vivere» e, insieme, si conosce «dal di dentro», apprende che il suo pensiero è inscindibile dal suo corpo.

Orbene, proprio questo sentimento è la condizione della conoscenza sensibile; senza di esso non si percepirebbe l'azione che una realtà esterna esercita sul corpo, sulla sensibilità fisica del corpo. Pertanto, ogni sensazione (di colore, suono, forma, calore, ecc.) non è che una modificazione del sentimento fondamentale verificatasi per l'impressione che una realtà esterna ha esercitato sulla sensibilità. Nella sensazione, però, non c'è distinzione tra soggetto senziente ed oggetto sentito. Solo con la percezione sensoriale, il soggetto distingue se stesso, il suo sentimento fondamentale modificato, dall'oggetto, cioè dalla realtà esterna che ha prodotto l'impressione fisica.

Per conoscere poi «che cos'è» ciò che ha prodotto l'impressione, il pensiero mette in atto la percezione intellettiva. Essa ha luogo quando l'oggetto di esperienza, che è particolare, vien liberato dai suoi caratteri specifici, individuali, e vien tradotto in un concetto, che è universale e che permette di esprimere il giudizio con cui si designa la sua essenza oggettiva. È quanto noi facciamo quando diciamo «questo è un libro»; con questo giudizio riconosciamo l'oggetto che ci sta di fronte nei caratteri che lo accomunano ad altri oggetti, indipendentemente dalle sensazioni particolari (di forma, di grandezza, di colore ecc) che ne percepiamo sensibilmente.

Evidentemente il concetto raccoglie caratteri essenziali, sí, ma derivati pur sempre dall'esperienza. È allora inevitabile che la conoscenza, anche quella intellettiva, sia soggettiva? È inevitabile che della realtà esterna io dica «che cosa è per me» e non «che cosa essa è in sé»? No, risponde Rosmini. Non tutte le idee hanno origine empirica. Quando si dice «questo è un libro» si presuppone, anche se inconsapevolmente, il giudizio preliminare «questo è», o, se si vuole, «questo è un essere». Tale giudizio è reso possibile dal fatto che nel pensiero esiste un'idea dell'essere che è «a priori», ed è il presupposto logico che rende possibile ogni altro giudizio. Insomma, quando si pensa concettualmente una realtà, si è già riconosciuta preliminarmente la sua esistenza, cioè si è già espresso un giudizio di esistenza fondato sull'idea di essere: che pertanto non può essere che a priori, inderivata dall'esperienza.

Io parto da un fatto il piú ovvio... che l'uomo pensa l'essere in un modo universale...
Pensare l'essere in un modo universale non vuole dire altro, se non pensare quella qualità che è comune a tutte le cose, senza badar punto a tutte le altre loro qualità generiche, o specifiche, o proprie. È in mio arbitrio il porre la mia attenzione piuttosto in uno, che in un altro elemento delle cose: ora, quando io metto l'attenzione mia esclusivamente in quella qualità che è a tutte le cose comune, cioè nell'essere, allora suol dirsi che io penso l'essere in universale.
E di vero, quando io faccio questo usuale discorso: «la ragione è propria dell'uomo, il sentire gli è comune con le bestie, il vegetare colle piante, ma l'essere gli è comune con tutte le cose»; io considero l'essere comune indipendentemente da tutto il resto.
Ora l'analisi di qualunque nostra cognizione ci dà per risultamento costante la proposizione: «l'uomo non può pensare a nulla senza l'idea dell'essere»...
Pigliate qualunque oggetto vi piaccia, cavate da lui coll'astrazione le sue qualità proprie poi rimovete le qualità meno comuni, e via via le piú comuni ancora: nella fine di tutta questa operazione, ciò che vi rimarrà per ultima qualità di tutte, sarà l'esistenza: e voi per essa... penserete un ente, sebbene sospenderete il pensiero sul suo modo di esistere. Questo vostro pensiero non avrà piú per oggetto che un ente perfettamente indeterminato, perfettamente incognito nelle qualità sue, una x; ma questa sarà ancora qualche cosa, perché l'esistenza, sebbene indeterminata, vi rimane... All'incontro, se dopo aver tolto via da un ente tutte le altre qualità...
... togliete via ancora la piú universale di tutte, l'essere; allora non vi rimane piú nulla nella vostra mente, ogni vostro pensiero è spento, è impossibile che voi piú abbiate idea alcuna di quell'ente.
(Nuovo saggio sull'origine delle idee)

Non sfuggí, però, a Rosmini che una tale «idea dell'essere» appariva piuttosto una categoria del pensiero di tipo kantiano che non una categoria della realtà. Per cui egli, che si proponeva proprio di superare il soggettivismo kantiano, cioè di fondare una conoscenza oggettiva del reale, specificò che l'idea dell'essere non è una funzione dell'intelletto, ma è un oggetto del pensiero colto con quello ch'egli definí intuito o senso intellettivo. L'intelletto la trova di fronte a sé, in quanto essa gli è stata donata da Dio.

Dunque cogliendo in sé l'idea dell'essere, l'uomo coglie l'Essere ideale, l'essere universale, cioè privo di un contenuto empirico particolare; o, detto in altro modo, l'essere in quanto indeterminato, l'essere in quanto possibile. Quando poi l'intelletto utilizza questa idea applicandola all'esperienza sensibile, essa si concreta e si particolarizza, giungendo all'essere reale. Ossia, l'intelletto, separato dall'esperienza, coglie nell'idea di essere la possibilità che qualcosa esista; quando congiunge quest'idea all'esperienza, afferma che c'è quel determinato essere che è fonte delle sensazioni. Sicché poi, ogni altro giudizio intellettivo (del tipo «questo è un libro») acquista un valore oggettivo.

Cosí Rosmini pensa di avere gettato il ponte che collega coscienza e realtà, di aver liberato la conoscenza dal carattere inevitabilmente ed esclusivamente soggettivo. L'idea di essere è, certo, una pura forma del pensiero, in quanto in sé priva di un contenuto empirico; pero essa ha il corrispettivo negli enti finiti, negli enti reali, a cui Dio ha dato l'esistenza. Insomma Dio ha donato alle cose il loro Essere reale e al pensiero dell'uomo l'Essere ideale, o idea dell'essere, con cui egli conosce gli enti finiti, attraverso l'esperienza sensibile. Questo ponte tra coscienza ed essere, indicato nell'idea dell'essere, suppone però l'esistenza di Dio. Ma esiste Dio? La conoscenza degli enti finiti, per quanto estesa, per quanto ricca, non esaurisce mai tutto l'Essere ideale, tutta la possibilità dell'idea dell'essere. Non c'è ente o insieme di enti finiti che, nella conoscenza umana, costituisca il contenuto mentale adeguato all'ampiezza dell'Essere ideale, all'infinita possibilità di applicazione dell'idea dell'essere All'infinità dell'idea dell'essere può corrispondere solo, in modo adeguato, un Essere infinito. D'altra parte se abbiamo quell'idea infinita, a priori, ciò implica che essa ci è stata donata proprio da un essere infinito, che pertanto è necessario che esista.

Proprio l'infinità dell'idea fonda la necessità della realtà infinita di Dio come unico corrispettivo reale, unico Essere reale, effettivamente adeguato all'Essere ideale.

Di Dio, anzi, in quanto contenuto reale infinito adeguato all'idea dell'essere, si deve dire anche che è trascendente gli enti finiti, assoluto rispetto a questi che sono contingenti, eterno rispetto ad ogni altro ente, che non può essere se non caduco.

Sicché l'idea di essere, che Rosmini pone a fondamento razionale di una gnoseologia oggettivistica, diventa fondamento filosofico anche della metafisica.

E lo diventa anche dell'etica. Seguiamo l'analisi rosminiana dell'azione morale.

Quando io faccio un'azione volontariamente, allora mostro pure col fatto che amo meglio di farla, e che ho amato quell'azione anche piú di quelle altre, fra le quali ho forse scelto e prediletto quella.
Se io non l'avessi amata... l'avrei omessa, e se io avessi avuto presente qualch'altra azione, a cui avessi dato piú il mio affetto, egli è manifesto che io avrei fatto quest'azione in luogo di quell'altra.
Questo fatto ci scuopre una verità importante, ed è che noi operiamo sempre dietro un certo amore in noi prevalente sugli altri amori..., che quando l'uomo opera colla sua volontà, egli naturalmente e necessariamente opera secondo l'amore che in lui prevale agli altri amori nell'atto del suo operare.
(Principii della scienza morale)

In che cosa l'uomo è libero? In che cosa consiste la sua libertà?

In volere le azioni indipendentemente dall'amore delle medesime non può consistere, poiché sarebbe una contraddizione il volere le azioni senza amarle. Se dunque noi siamo liberi di volere o non volere le azioni, siamo tali perché siamo liberi di amarle e di non amarle, siamo liberi di accrescere e di diminuire il nostro amore o il nostro odio verso questa o quell'azione od omissione. Questa nostra potenza che si chiama libertà, si esercita adunque prima sugli affetti del nostro cuore, e solo per conseguente si esercita poi sulle azioni stesse; insomma le azioni sono libere, ma della libertà degli affetti.
(Principii della scienza morale)

Ora, l'amore «è affetto di un essere intelligente» «che si indirizza ad un oggetto conosciuto», a un oggetto che «mostra... i pregi suoi» e che la mente ha preventivamente valutato col giudizio di «stima».

Il «giudizio pratico» di stima dei pregi dell'oggetto di scelta è la caratteristica dell'amore che determina l'azione morale, e distingue questa da tutte le altre azioni che son determinate dalla passione indotta solo da «propensioni animalesche», e che pertanto non sono libere. Il «giudizio pratico» svolge un ruolo determinante nella concezione etica di Rosmini; con esso l'uomo individua la bontà della cosa, delibera la sua amabilità e preferibilità rispetto ad altre, e decide l'azione. Ma come si può deliberare la preferibilità di una cosa rispetto, magari, ad altre ugualmente buone? Dio, sommo Bene, è creatore di tutte le cose; queste dunque sono beni, e la loro bontà deriva da quella del loro creatore. Ma Dio ha creato il mondo disponendo gli enti secondo un ordine gerarchico: quelli la cui esistenza è piú piena, piú perfetta rispetto ad altri, devono essere fini rispetto a questi altri che pertanto devono essere giudicati solo mezzi. Insomma, la gerarchia degli enti (esseri razionali, esseri animali, ecc) è anche una gerarchia dei beni, e deve servire, a livello etico, da quadro di riferimento per il giudizio pratico, per la stima che deve precedere l'atto d'amore. Il bene oggettivo, quello realizzato gerarchicamente nell'ordinamento dell'universo, deve costituire il quadro di riferimento del bene morale, quello che costituisce il fine dell'azione etica dell'uomo.

Sicché, in generale, ogni azione che rispetti l'ordine naturale, è buona; quella che non la rispetti è cattiva. In particolare:

Nell'idea della cosa (cognizione diretta), io ho percepito altresí il bene... Perché io rilevi ora espressamente la quantità del bene di una cosa, basta che io rilevi la quantità dell'essere; la quale quantità dell'essere io la conosco già necessariamente in sé, avendo percepito con cognizione diretta quell'essere, quella cosa. Basta che rifletta su questa cosa a me cognita, e non dissimuli a me stesso ciò ch'ella è, ma riconosca quello che già conosco... Ora se la volontà è buona, cioè non mossa da alcun falso interesse, da alcun fine secondario, da alcun perverso istinto, ella non cerca se non di riconoscere le cose cognite siccome elle sono, né piú né meno, di vederne sí i pregi come i difetti, sotto egual luce; in tal caso ella ha un moto secondo natura, ella non si muove che verso la verità...; quella cosa la ama tutta, ama in lei tutto l'essere che Cl trova e non piú di quello che ci trova. Se la volontà è cattiva, non ha per fine la verità, ma movendosi di un malo istinto fissa la riflessione parzialmente e ingiustamente sugli oggetti della mente. In tal caso ella si muove... o a ricevere un'azione piú forte che non converrebbe, il che viene a dire sproporzionata, dai difetti, o a ricevere un'azione piú forte che non converrebbe da' pregi della cosa: nel primo viene eccitato in essa un odio irragionevole ed ingiusto, nel secondo viene eccitato in essa un irragionevole ed ingiusto amore.
(Principii della scienza morale)

L'azione cattiva dunque è quella nata da odio o amore irragionevoli ed ingiusti, perché determinati dalla prevalenza della sensibilità sulla razionalità. Quella buona è l'azione in cui l'amore è ragionevolmente proporzionato alla quantità di essere, alla ricchezza di esistenza della cosa. In tal senso, dunque, l'uomo buono ama anzitutto Dio come sommo Bene, poi gli esseri razionali come fini, in quanto esseri preferibili a quelli animali e agli altri inferiori che costituiscono solo i mezzi rispetto ad essi.


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