Nato a Tropea in Calabria, Pasquale Galluppi (1770-1846) fu professore all'Università di Napoli. Nell'attività didattica come nelle sue opere fu illustratore attento della filosofia europea dell'epoca moderna. Dalla riflessione critica su questa, poi, ricavò la sua costruzione speculativa. Dei suoi scritti ricordiamo: Sull'analisi e sulla sintesi (1807); Saggio filosofico sulla critica della conoscenza (1819-1822), in cui espose i suoi studi sulla filosofia kantiana; Elementi di filosofia (1820-1827); Lettere filosofiche sulle vicende della filosofia relativamente ai principi delle conoscenze umane da Cartesio sino a Kant (1827); Lezioni di logica e di metafisica (1832-1834); Filosofia della volontà (1832-1840).
Ogni ricerca filosofica, sostiene Galluppi, parte da un primum, da un fatto assolutamente inderivabile, da una verità primitiva immediatamente colta. Tale primum non può essere se non la «coscienza», o meglio «la coscienza di sé». Ma nel momento in cui io ho coscienza di me, nota Galluppi, ho coscienza di essere un «io» sempre presente a se stesso, in ogni atto conoscitivo e in ogni atto pratico.
Si esamini allora l'io nel momento conoscitivo. La prima forma di conoscenza è quella sensibile; in ciò hanno ragione gli empiristi. Ma anche nell'atto primario di conoscenza l'io ha insieme «coscienza di sé» e «coscienza di qualcosa fuori di sé». Il «me» e il «fuori di me» sono dunque oggettivamente vincolati in unità, e solo astrattivamente sono separabili; è uno stesso atto di coscienza quello in cui io colgo la modificazione avvenuta nel «me» e l'oggetto che ha prodotto quella modificazione. La distinzione logica tra il «me» e il «fuori di me» è quindi solo frutto dell'«analisi» filosofica; la quale però non può annullare né la realtà né la interdipendenza di entrambi, in quanto sono fondate sulla testimonianza stessa della coscienza, e quindi sono verità immediata.
Tuttavia la conoscenza non si riduce alla registrazione passiva dei dati sensibili; in ciò è il limite dell'empirismo. Nell'attività conoscitiva l'uomo articola anche l'«immaginazione», mette in moto l'«intelletto», esercita la «ragione», sotto la guida del «desiderio» e della «volontà». L'uomo dunque è attivo, attivo nel «conservare» le esperienze, nel separarle con l'«analisi», nel ricomporle con la «sintesi». Questo è il maggiore merito di Kant: l'aver sottolineato l'attività dell'io. Tuttavia egli ha proposto un «soggettivismo» che lascia la porta aperta allo scetticismo; infatti ponendo come esclusivamente «a priori» le forme dell'intelletto, afferma che le sintesi conoscitive intellettuali sono totalmente soggettive, cioè esse non riproducono relazioni sussistenti oggettivamente tra le realtà che generano nell'io i dati sensibili.
Allora, sostiene Galluppi, bisogna distinguere tra sintesi immaginative e sintesi reali. Le prime sono ricomposizioni libere, soggettive, dei contenuti sensibili, nate a prescindere dalla unità che i dati sensibili avevano nella realtà oggettiva, prima che l'analisi li separasse. A questa categoria appartengono le «sintesi civili», cioè quelle in virtú delle quali l'uomo agisce sulla realtà per trasformarla ed adeguarla ai propri bisogni e ai propri ideali; e vi appartengono le «sintesi poetiche», in cui si esprime il bisogno di vedere il reale sotto il profilo artistico.
Ma solo le «sintesi reali» hanno autentico valore conoscitivo; con esse Pio ricompone i dati - originariamente «uniti» e poi «separati» con l'analisi - in una sintesi che riproduca fedelmente l'unità colta nell'esperienza immediata; insomma, l'unità sintetica deve corrispondere all'unità empirica che può essere espressione o dell'unità fisica, se si riferisce ai «corpi», o dell'unità metafisica, se si riferisce all'io, al soggetto conoscente.
Si esamini ora l'attività pratica. La coscienza è anche qui il primum; essa- testimonia che l'uomo agisce secondo «volontà» e «libertà». Che l'uomo sia dunque volontà libera è verità primitiva, immediata. Volontà e libertà non sono illusioni, ma realtà. E poiché la scelta delle azioni avviene in relazione a ciò che si ritiene bene o male, anche l'esistenza della «legge morale naturale» è verità immediata, indimostrabile. La nozione quindi di «dovere» è inderivata; non è deducibile, come voleva Kant, perché il dovere è colto immediatamente dalla e nella coscienza; ma ha ragione Kant quando ricorda che il comportamento etico è cosa indipendente dal perseguimento della felicità, e che il bene non può identificarsi con l'utile, come sostenevano erroneamente gli empiristi.
Come si vede Galluppi collega ancora il comportamento etico alla coscienza individuale, ma non esclude un suo vincolo con la fede religiosa; anzi, teorizza la dipendenza della «legge morale», che è propria della coscienza, dalla «volontà di Dio».
Ma esiste Dio? Per Galluppi è possibile darne dimostrazione proprio movendo dall'«esperienza di sé». In questa l'uomo si coglie mutevole e incapace di esistere per se stesso (solo un essere immutabile, infatti, può esistere per se stesso). Se io non esisto per me stesso, allora sono «effetto» di una «causa» esterna a me; di una causa intelligente che ha il potere di produrre il mio essere. L'esistenza di Dio è pertanto una verità «incontrastabile».
Di qui le conseguenze sul piano etico: poiché l'uomo è «effetto» dell'attività creativa di Dio, poiché esso è costituito secondo i suoi voleri, è Dio che ha posto nella nostra ragione la legge etica, quella legge che ci indica il dovere e a cui dobbiamo adeguare il comportamento. Il che significa che i comandi della ragione sono, in definitiva, comandi divini; la legge morale naturale è legge di Dio.
Riprendiamo ora il discorso di Galluppi. Dio dà esistenza a «me», e a ciò che è «fuori di me»; al monda dà il suo ordine; all'io le sue funzioni spirituali e le leggi del pensiero e dell'azione; la legge etica esprime, dunque, sul piano psicologico, la legge divina; ma anche le leggi logiche sono dono divino; nell'autoriflessione cogliamo come immediatamente datoci un gruppo di idee universali e di principi logici (sostanza-accidente, causa-effetto, ecc), con i quali possiamo conoscere il mondo e riconoscere Dio.
Questo discorso, come si vede, rientra a pieno titolo nel tradizionale spiritualismo religioso. Poco importa, a questo punto, il fatto che Galluppi ricordi che non conosciamo la natura stessa delle cose né la natura di Dio; e che non conosciamo né il modo d'azione delle cause efficienti né il funzionamento del nostro spirito. Questo sbandierato «agnosticismo» non offusca gli esiti apertamente «spiritualistici» del suo iter di pensiero.