Nel Settecento gl'intellettuali italiani si aprirono generosamente all'influsso delle idee illuministiche francesi (utilizzandole peraltro anche in modo autonomo e creativo) e a quello degli ideali della Rivoluzione del 1789.
Ma con la fine dell'avventura napoleonica andarono maturando anche in Italia fermenti di critica contro l'astrattezza dei discorsi dei filosofi illuministi, e contro quella degli ideali rivoluzionari che troppo ingenuamente si erano ritenuti trasportabili nella nostra penisola.
In questo clima visse Vincenzo Cuoco (1770-1823), che, nei Frammenti di lettere a V. Russo e nel Saggio storico sulla rivoluzione napoletana del 1799, affermò che nessuna rivoluzione può essere imposta, né con «la forza delle baionette», né ad opera di «un'assemblea di filosofi»; e sostenne che ogni popolo deve avere una sua propria costituzione adeguata alle sue caratteristiche, alla sua cultura e alla sua storia. A proposito del fallimento della rivoluzione napoletana, egli annotava:
Sul piano piú strettamente filosofico la reazione antilluministica, piuttosto che stimolare la creazione di nuove originali visioni del mondo, si trasformò, anzitutto, in esigenza di recupero della tradizione culturale italiana, con lo scopo pedagogico di formare le coscienze intorno ai valori costanti della civiltà italica. Infatti nell'Ottocento l'impegno politico degl'intellettuali si focalizzò sul disegno di liberazione del Lombardo-Veneto dalla dominazione austriaca e, quindi, sul progetto di costruzione di un unico stato italiano a dimensione nazionale. Sicché la riscoperta e la diffusione della tradizione storico-culturale mirava a fondare una «coscienza della nazionalità italiana» che sola poteva essere il presupposto logico di quel progetto; infatti era giudizio diffuso che sussisteva di fatto, e da tempi antichi, un'unità spirituale che la divisione politica in una molteplicità di stati, anche se secolare, non aveva mai spezzato.
In questo contesto si affermò il recupero della tradizione «spiritualistica»; molti, infatti, ritenendo che l'unità spirituale degli italiani poggiasse le basi sulla costante unità religiosa, pensarono che la formazione della «coscienza unitaria» dovesse attuarsi sulla base della riproposizione, a livello speculativo, dei valori di quella tradizione filosofica che meglio era ancorata alla storia della chiesa cattolica. Per questo aspetto, la filosofia italiana cammina parallela a quella francese dello stesso periodo; molti sono i punti in comune con le elaborazioni dei «tradizionalisti», anche se gli esiti che si prefiggevano i due movimenti erano diversi; soprattutto non coincideva lo scopo finale degli spiritualisti italiani con l'obiettivo dei tradizionalisti francesi, che era quello di far corrispondere la restaurazione culturale alla restaurazione politica.
Su questa linea dunque si posero pensatori come Galluppi, il quale sfociò nello spiritualismo attraverso il ripensamento critico della storia della filosofia dell'età moderna; come Rosmini, il cui obiettivo esplicito fu di riportare la filosofia alla funzione di spiegazione razionale delle verità di fede, ossia alle fondamentali verità d'ordine teologico; come Gioberti, che condivise lo scopo che animò il pensiero di Rosmini, ma inserendolo piú specificamente nell'ambito del tema del rinnovamento morale e civile degli italiani e come Mazzini al quale il recupero del filone «spiritualistico» consentí di elaborare una visione provvidenzialistica della storia che costituisse il fondamento e la garanzia di quella «rivoluzione politica» che doveva condurre ad un'Italia repubblicana inserita nel contesto di una nuova Europa.