CAPITOLO SESTO

KARL MARX

9. Dalle società preborghesi alla società comunista


Nel marzo del `48, allo scoppio della rivoluzione in Francia, Marx corre a Parigi, che però abbandonerà presto, per recarsi quando gli eventi rivoluzionari si estendono anche in Germania - a Colonia. Qui fonda la «Nuova Gazzetta Renana», che tuttavia resta in vita per un solo anno; infatti viene soppressa nel `49, nell'ondata restauratrice che s'abbatte su tutta l'Europa. Espulso quindi dalla Germania, Marx torna per brevissimo tempo in Francia, per poi trasferirsi definitivamente a Londra, dove, nel 1850, pubblica, su una rivista da lui stesso fondata, alcuni studi sul significato degli eventi del `48; studi che verranno poi riuniti in volume col titolo Le lotte di classe in Francia dal 1848 al 1850. Frattanto si dedica pure alla fondazione della «Società Universale dei Comunisti», il cui scopo è, naturalmente, l'attuazione del comunismo; ma poiché in essa vengono presto alla luce dissidi tra l'ala marxiana e quella blanquista, che scalpitava per l'organizzazione a breve termine di concrete azioni rivoluzionarie, Marx, dopo poco tempo, fa in modo da scioglierla di fatto. Quindi si ritira dall'impegno politico attivo e si dedica al lavoro, scarsamente redditizio, presso il British Museum. Ma non attenua il suo lavoro intellettuale; infatti pubblica nel 1852, su un giornale di New York, alcuni articoli sul colpo di stato bonapartista dell'anno precedente; articoli che, insieme, costituiranno l'opera Il diciotto brumaio di Luigi Bonaparte. Dal 1857 al 1859 scrive i Lineamenti fondamentali della critica dell'economia politica, che passano ormai, per consolidata consuetudine, col nome abbreviato di Grundrisse.

Quest'opera contiene i temi di fondo che Marx svilupperà nel Capitale; su di essi, pertanto, non ci soffermeremo ora.

Qui conviene piuttosto centrare l'attenzione sul disegno dello sviluppo storico della società umana, che Marx presenta come il succedersi «necessario» di tre stadi che sono l'uno opposto radicalmente all'altro per i suoi caratteri fondamentali, e che sono tuttavia connessi dialetticamente. Ognuno non presenta un carattere monolitico, omogeneo, ma è caratterizzato da un movimento interno che lo trasforma nello stadio successivo. Schematizzando si può dire che Marx, riprendendo echi hegeliani, distingue un primo stadio, quello delle società pre-borghesi, caratterizzato originariamente dall'unità dell'uomo con la natura e con gli altri uomini; un secondo, quello delle società borghesi in cui quell'unità immediata si scinde; e un terzo, ancora inesistente - ma che necessariamente s'attuerà -, in cui quell'unità verrà ricostituita in forma piú ricca e piú complessa, cioè a un grado piú alto, nella società comunista.

Si diceva che Marx non presenta questi momenti come omogenei in sé. Infatti egli distingue, nel primo stadio, tre «forme di produzione» particolari. La prima forma è quella del «comunismo primitivo», in cui l'umanità passa dalla appropriazione diretta dei beni di sussistenza alla appropriazione collettiva, perché l'individuo si identifica con una comunità costituita da una collettività fondata su un vincolo naturale, di sangue (famiglia, poi tribú, poi unione fra tribú), con una comunità non organizzata in stato perché non sussiste divisione del lavoro e quindi non c'è divisione tra le classi. La seconda forma insorge quando nasce l'esigenza dello scambio dei prodotti: essa s'articola in una variante asiatica, che è la piú vicina a quella delle «comunità naturali», in cui la proprietà è ancora comune e la collettività è autosufficiente, in una variante antico- classica (greco-romana) in cui, accanto alla proprietà di stato si presenta la proprietà privata dei mezzi di produzione, a cominciare dalla terra stessa, e in una variante germanica, in cui non c'è una vera società, perché sussistono varie tribú distanziate localmente fra loro, unite dall'accordo tra i loro capi; e in ogni tribú la proprietà è del capo, a cui spetta il compito della divisione del lavoro. La terza forma, quella feudale, è costituita da una società agricola in cui l'unità economica è il feudo guidato da un signore che detiene la proprietà privata della terra e gestisce il potere politico in quanto rappresenta «lo stato», e in cui domina la condizione della servitú della gleba come condizione giuridica ed economica degli addetti al lavoro agricolo-artigianale.

Si verifica cosí all'interno dello stadio pre-feudale un cammino dalla produzione di semplici valori d'uso a quella di valori di scambio; dal rapporto immediato dell'uomo con la natura, o meglio con la terra e con gli attrezzi del lavoro, al rapporto mediato dai detentori della proprietà privata dei mezzi di produzione; dal rapporto immediato e «naturale» del singolo con gli altri uomini, allo smembramento della comunità.

Questo cammino sfocia dunque nel secondo stadio in cui quelle scissioni, anticipate nelle società pre-borghesi, diventano caratteri distintivi della società borghese, anche se raggiungono il loro acme nella società borghese moderna, per essere poi annullate, negate, attraverso la lotta di classe tra proletariato e capitalisti, fino alla instaurazione della società comunista, nel terzo stadio, in cui viene ricostituita l'unità uomo-natura e quella uomo-uomo.

Contemporaneamente ai Grundrisse Marx scrisse, nel 1857, l'Introduzione alla Critica dell'economia politica. In essa Marx assimila gli economisti classici ad Hegel. Essi commettono lo stesso errore: trascendono le condizioni empiriche della produzione, cioè quelle condizioni che fanno sí che la produzione borghese, ad esempio, sia diversa da quella feudale; estrapolano un modello «astratto» di produzione, che contiene quei caratteri comuni sia alla produzione borghese che a quella feudale (produzione come appropriazione della natura attraverso strumenti di lavoro); indicano quel modello come l'essenza della produzione in epoca borghese, dando un «corpo» alla loro astrazione; concludono che la produzione borghese è la produzione, qualcosa di eterno, immutabile, indipendente dall'evoluzione storica, e che le sue leggi sono leggi oggettive, «naturali», universali, immodificabili. Con ciò pongono la produzione e l'uomo che produce fuori della società e fuori della storia. Evidentemente, si deve, per Marx, capovolgere questo metodo, che comporta altre gravi conseguenze e distorsioni. Infatti - è questo l'altro tema di rilievo dell'Introduzione del '57 - gli economisti classici distinguono arbitrariamente la produzione, che produce oggetti adeguati ai bisogni, e che è retta da leggi eterne, dalla distribuzione, che invece è guidata dalle leggi proprie di una specifica società, che sola determina il grado di partecipazione del singolo all'utilizzazione dei prodotti. Quindi per loro la distribuzione, a differenza della produzione, è modificabile, e si modifica effettivamente lungo il corso della storia. Inoltre essi distinguono ancora lo scambio, con cui si attua la redistribuzione dei beni in relazione ai bisogni individuali, e il consumo, che è il momento in cui l'individuo gode effettivamente del bene prodotto. Per gli economisti classici questi quattro elementi della vita economica sono non solo distinti logicamente, ma separati realmente. Ed è qui, secondo Marx, il loro errore. Questa separazione è artificiosa.

E dopo aver criticato analiticamente quella separazione, esponendo dettagliatamente le ragioni per le quali egli la giudica «artificiosa», Marx conclude: il risultato al quale perveniamo non è che produzione, distribuzione, scambio, consumo, siano identici, ma che essi rappresentino i membri di una totalità, differenze di una unità. Una produzione determinata determina quindi un consumo, una distribuzione, uno scambio determinati, nonché i determinati rapporti tra questi diversi momenti.


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