CAPITOLO QUINTO

POLITICA, FILOSOFIA E SCIENZA NELL'ETA' DEL POSITIVISMO

3. Proudhon: un cattivo economista ma buon filosofo, e viceversa


Discorso piú complesso è invece quello di Proudhon. Di se stesso Pierre-Joseph Proudhon (1809-1865) dice:

Nato ed allevato nella classe operaia, vi appartengo ancora oggi e sempre per il cuore, l'ingegno, il costume e soprattutto per la comunità di interessi e di aspirazioni.

Ma dice pure, inequivocabilmente:

Io sono puro dalle infamie socialiste.
(Filosofia della miseria)

Sicché la sua celebre affermazione «la proprietà è un furto», ch'egli aveva fatto in uno scritto composto intorno ai trent'anni, Che cos'è la proprietà, promette, formalmente, piú di quanto egli non sia disposto a concedere. È ben vero che in quest'opera egli, contro «la ragione ultima dei proprietari», che sostengono che «l'uguaglianza delle condizioni è impossibile», provocatoriamente dice:

Se dimostro che la proprietà stessa è impossibile, che la proprietà è contraddizione, chimera, utopia; e se lo dimostro non piú per mezzo di considerazioni di metafisica e di diritto, ma con la ragione dei numeri, con equazioni e calcoli, quale sarà fra poco il terrore dello stupito proprietario?
(Che cos'è la proprietà)

E infatti egli si propone di dimostrare che essa è «fisicamente e matematicamente impossibile», perché

Ma le sue affermazioni si muovono in una prospettiva riformista, non rivoluzionaria. Egli non vuole l'abolizione ma la socializzazione della proprietà capitalista; cioè vuole solo l'abolizione dell'interesse, da lui giudicato illegittimo, che la proprietà genera con lo sfruttamento del lavoro. Facendo, come dice Marx che lo conobbe, «il processo alla società dal punto di vista e con gli occhi del piccolo contadino (in seguito del piccolo borghese) francese», egli sogna forme mutualistiche e prestiti senza interessi in una società fatta di artigiani, piccoli proprietari, piccoli industriali e piccoli commercianti; in questo tipo di società la giustizia sarà assicurata, a suo giudizio, dalla armonizzazione della «ragione individuale» e della «ragione collettiva».

Ma queste due «ragioni» egli crede armonizzabili solo in virtù di un'ambiguità metodologica di discorso che diventerà piú manifesta nell'opera del 1858 La giustizia nella rivoluzione e nella Chiesa. Cioè egli si muove, contemporaneamente, lungo due prospettive che, in realtà, non riescono ad amalgamarsi tra loro perché sono difficilmente amalgamabili i loro principi. Da una parte infatti sostiene che la società costituisce una realtà nuova e diversa rispetto alla pura somma degli individui, e possiede una «ragione pubblica» che non coincide con la «ragione individuale», anzi e superiore anche alla «coalizione» delle ragioni individuali:

Noi vediamo la ragione collettiva distruggere incessantemente con le sue equazioni il sistema formato dalla coalizione delle ragioni particolari; dunque essa è non soltanto differente, ma è superiore a tutte queste e la sua superiorità le deriva dal fatto che l'assoluto, che ha una gran parte presso le ragioni particolari, dilegua davanti ad essa.
(La giustizia)

D'altra parte afferma, non senza contraddizione:

La potenza sociale si compone di tutte le potenze individuali.
(La giustizia)

Insomma Proudhon resta incerto su che cosa costituisca il primum tra individuo e società. Cosí egli, mentre sottolinea che ci sono diritti della comunità umana associata che vanno preservati e tutelati rispetto all'arbitrio dell'individuo, il quale dovrebbe adeguarsi alla «ragione pubblica», non se la sente poi di subordinare il singolo al corpo sociale, anzi ribadisce che la società, perché è formata da individui, sussiste in funzione di questi. Perciò, dunque, non vuole l'abolizione della proprietà perché questo significherebbe la mortificazione della «ragione individuale» del piccolo proprietario, che deve vedersi tutelato dalla società; ma vuole l'abolizione dell'interesse sul capitale perché è fondato sullo sfruttamento del lavoro, che è cosa contraria alla «ragione pubblica», che invece deve garantire la giustizia.

Di questa giustizia, poi, egli parla conservando sempre le due distinte prospettive. La storia, egli dice, testimonia un cammino progressivo verso la perfezione, in virtù della legge della giustizia. Tale legge non è trascendente l'uomo, ma immanente nell'umanità, non esterna, ma interna; nel primo caso infatti l'opera storica dell'uomo avrebbe significato solo in quanto attuazione di una rivelazione, nel secondo invece la giustizia è una forza di rivoluzione. È chiaro che per lui è valido soltanto il secondo caso.

Giacché se la giustizia non è innata nell'umanità, se le è superiore, esterna, straniera, ne risulta che la società umana non ha leggi proprie, che il soggetto collettivo non ha costume, che lo stato sociale è uno stato contro natura, la civilizzazione è una depravazione, la parola, le scienze e le arti effetti della non ragione e dell'immoralità: tutte proposizioni che sono smentite dal senso comune.
(La giustizia)

Ma la giustizia è immanente al singolo o alla collettività? è legge della «ragione individuale» o della «ragione pubblica»? Per non cadere in una nuova concezione trascendentistica della giustizia, egli ne parla come «norma dell'individuo».

La giustizia è, ad un tempo, per l'essere ragionevole, principio e forma del pensiero, garanzia del giudizio, regola di condotta, scopo del sapere e fine dell'esistenza.
(La giustizia)

Ma aggiunge pure che essa vale come la prima e l'ultima parola del destino umano individuale e collettivo nel senso che essa si attua solo attraverso la «ragione collettiva» che, per sua natura, come abbiamo visto, supera e regola la vita individuale dell'uomo associato; e che solo come legge della collettività diventa forza di progresso storico, in quanto - espressa nelle norme giuridiche impedisce che la proprietà privata comporti abuso e sfruttamento e produca rendita puramente parassitaria.

Non è allora senza fondamento il giudizio implicito nell'osservazione che Marx espresse nella Premessa alla sua Miseria della filosofia:

Il signor Proudhon ha la sventura di essere misconosciuto in Europa in un modo singolare. In Francia ha il diritto di essere un cattivo economista perché passa per un buon filosofo tedesco. In Germania ha il diritto di essere un cattivo filosofo, perché passa per uno dei migliori economisti francesi.
(Miseria della filosofia)


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