CAPITOLO QUINTO

POLITICA, FILOSOFIA E SCIENZA NELL'ETA' DEL POSITIVISMO

12. L'evoluzionismo prima di Darwin


L'evoluzionismo sorse sulla base del dibattito scientifico che si svolse in merito al modo di considerare la sfera degli esseri viventi. È il caso quindi di soffermarci sui termini essenziali in questo dibattito.


La concezione evoluzionista nacque in opposizione a quella creazionista, che aveva dominato il mondo scientifico fino alla fine del Settecento e che aveva trovato nell'opera di Carlo Linneo (1707-1778) la sistemazione piú aggiornata, ordinata, ricca ed articolata. Dio - sostenevano i creazionisti - ha creato il mondo con una organizzazione razionale ed immutabile. Le specie biologiche sono, fin dalle origini dell'universo, determinate nel numero, invariabili nella forma, fisse nelle rispettive caratteristiche e funzioni ed adeguate a vivere ciascuna nell'ambiente in cui il Creatore le ha poste; esse sono cioè in grado di adattarsi alle caratteristiche dei luoghi, comprese quelle climatiche, in cui la sapienza divina le ha collocate. C'è dunque un disegno intelligente di distribuzione delle specie viventi e della loro armonica coesistenza nelle varie zone della sfera terrestre. La loro immutabilità è il segno della loro specifica «completezza» e perfezione, ed è la conferma della loro origine divina; esse sono infatti da considerarsi il corrispondente reale delle idee esistenti nella mente divina. Dati questi presupposti il lavoro dello scienziato consiste nel descrivere e classificare le specie viventi nell'ambito di ciascun «regno» (vegetale o animale), delineandone organizzazione, funzioni ed abitudini.

E' chiaro che una tale concezione escludeva una qualsiasi trasformazione interna alle varie specie nel corso del tempo; soprattutto escludeva il passaggio da una specie all'altra, in modo che la seconda, in virtù della sua maggiore organizzazione, potesse esser considerata come la forma «evoluta» della precedente; ed escludeva del pari la perdita di qualche funzione o di qualche proprietà, cioè la possibilità del loro regresso o addirittura della loro estinzione. L'ordine della sfera biologica era la testimonianza di un'«armonia prestabilita» che non ammetteva deroghe. Quest'ordine dava ragione al creazionisti di tracciare una netta separazione tra realtà inorganiche e realtà organiche, tra specie vegetali e specie animali, e soprattutto tra l'uomo e tutto il resto della realtà naturale. L'uomo dunque era ritenuto l'essere piú perfetto della natura, creato specificamente da Dio con le caratteristiche anatomiche, fisiologiche e spirituali che ne fanno il signore del cosmo.


Grande sconvolgimento creò nell'ambiente dei biologi la pubblicazione dell'opera Storia naturale generale e particolare di Georges-Louis Leclerc de Buffon (1707-1788), contemporaneo di Linneo, il quale abbandonò il criterio classificatorio e descrittivo della vita delle specie biologiche, disegnando una vera e propria «storia della terra»; con ciò egli proponeva la visione di un universo in trasformazione, in cui le specie viventi non erano considerate piú fisse, ma variabili nel corso del tempo. Non si trattava ancora di una teoria evoluzionistica; tuttavia il cambiamento di metodo nello studio della realtà naturale aveva provocato la rottura di secolari certezze, e l'ansia che potessero andare in rovina anche certezze d'ordine religioso.


Chi invece abbozzò una prima teoria evoluzionistica fu Jean-Baptiste de Lamarck (1744-1829) che sostenne, sulla base di osservazioni attinte dalla stessa realtà naturale, il verificarsi, lungo il tempo, di cambiamenti notevoli a livello di organismi biologici; tali cambiamenti non erano né casuali né accidentali, ma avvenivano - e avvengono - a suo avviso secondo una legge di progresso insita nella natura stessa: la natura ha prodotto successivamente tutte le specie di animali, cominciando dai piú imperfetti, ed ha complicato gradualmente la loro organizzazione; quindi, diffondendo gli animali in tutte le regioni abitabili del globo, ha fatto sí che ogni specie ricevesse dall'influenza delle circostanze quelle abitudini che le si riconoscono e quelle modificazioni delle sue parti che si manifestano all'osservazione.

Dunque, all'origine dell'universo non esistevano tutte le specie attualmente esistenti, ma solo quelle primitive; l'azione dell'ambiente poi ha fatto sí che in talune zone ognuna di quelle specie si diversificasse nelle forme e nelle abitudini, e si arricchisse di organizzazione e di funzioni per adattarsi alle circostanze proprie dei luoghi; questi cambiamenti poi, permanendo le stesse circostanze proprie dei luoghi, si sono stabilizzati e son diventati caratteri specifici trasmessi ereditariamente: è il caso, ad esempio, del collo delle giraffe, che sarebbe diventato lungo per lo sforzo, compiuto per varie generazioni, di brucare foglie sempre piú in alto. Ma ugualmente, quando le circostanze non hanno stimolato l'uso di una funzione, non solo non ne hanno rafforzato e sviluppato l'organo corrispondente, ma addirittura l'hanno indebolito nella propria capacità funzionale, fino talvolta a farlo scomparire: è il caso, ad esempio, della talpa, che, per adattarsi a vivere sotto terra, ha perduto la vista. Anche la perdita di queste funzioni non stimolate è divenuta un carattere acquisito trasmesso per via ereditaria.

È vero che il Lamarck propose queste sue idee, prudentemente, come una teoria interpretativa dei fatti osservabili; ma è pur vero ch'egli affermò che anche la teoria creazionista non aveva altro valore che quello di ipotesi interpretativa, e che essa non possedeva ragioni di credibilità migliori di quelle della sua teoria evoluzionistica.

Seguiamo piú da vicino il discorso di Lamarck.

Ogni specie animale vive in un ambiente fisico che muta nel tempo; tale mutamento però è talmente lento che ci sembra che le condizioni caratterizzanti un determinato luogo restino stabili.

È; noto che le varie regioni geografiche differiscono, per natura e qualità, in rapporto alla posizione, alla composizione e al clima, cosa di cui ci rendiamo conto facilmente percorrendo luoghi diversi distinti per qualità particolari; ecco già una causa di variazione, per gli animali e i vegetali che vivono in tali luoghi diversi. Ma ciò che non si sa abbastanza, e che addirittura in genere ci si rifiuta di credere, è che ogni singolo luogo cambia esso stesso, col tempo, di esposizione, di clima, di natura e di qualità, sebbene con una tal lentezza, in relazione alla durata della nostra vita, che siamo portati ad attribuirgli una perfetta stabilità.
(Filosofia zoologica)

Con la modificazione delle condizioni dei luoghi, si modificano anche quelle dei corpi organici che in essi risiedono.

Ora, questi luoghi in continua modificazione cambiano proporzionalmente le circostanze relative ai corpi viventi che li abitano, e queste a loro volta influiscono sugli organismi viventi.
(Filosofia zoologica)

Ma poiché il cambiamento dei luoghi, come s'è visto, avviene in modo impercettibile, anche quello delle specie avviene in modo cosí lento da indurci a credere che le specie siano fisse.

In ogni luogo nel quale possano abitare degli animali, le circostanze che vi stabiliscono un ordine di cose restano a lungo le stesse, e cambiano in realtà solo con una lentezza tale che l'uomo non può notarle direttamente. Egli è cosí obbligato a consultare certi resti organici, per riconoscere che l'ordine di cose esistente in ciascuna regione non è sempre stato lo stesso, e per avvertire che esso cambierà ancora.
Le razze di animali che vivono in ognuno di questi luoghi vi devono perciò mantenere a lungo le proprie abitudini; da questo fatto ci deriva l'apparente costanza del]e razze che chiamiamo specie, costanza che ha fatto nascere in noi l'idea che quelle razze siano tanto antiche quanto la natura.
(Filosofia zoologica)

Dunque le specie non permangono identiche nel corso del tempo. Ma c'è di piú. In uno stesso tempo considerato, esistono differenze ambientali tra i diversi luoghi; e allora, se compariamo gli esemplari di una stessa specie residenti in luoghi diversi, noteremo tra loro delle differenze spiegabili con la diversa azione che i rispettivi ambienti hanno esercitato su di essi.

Ma la natura e la situazione dei luoghi e dei climi costituiscono, per gli animali come per i vegetali, nei diversi punti della superficie del globo che possono essere abitati, altrettante circostanze diverse in tutte le possibili gradazioni. Gli animali che abitano quei diversi luoghi devono perciò differire gli uni dagli altri non solo in ragione dello stato di complessità strutturale raggiunto da ogni singola razza, ma anche in ragione delle abitudini che gli individui di ogni razza sono costretti a mantenere in quelle condizioni; cosí a mano a mano che, percorrendo grandi regioni della superficie terrestre, il naturalista osservatore vede cambiare le circostanze in modo appena percettibile, si accorge in quel momento sempre che pure le specie cambiano proporzionalmente nei loro caratteri.
(Filosofia zoologica)

Pertanto, generalizzando, bisogna riconoscere che:

E, aggiunge Lamarck, è possibile indicare anche le due leggi fondamentali in virtù delle quali «i nuovi bisogni hanno potuto essere soddisfatti», e «le nuove abitudini sono state acquisite».

PRIMA LEGGE

In ogni animale che non abbia raggiunto il termine del proprio sviluppo, l'impiego piú frequente e sostenuto di un qualsiasi suo organo rafforza a poco a poco quell'organo, lo sviluppa, lo ingrandisce e gli conferisce un potere proporzionale alla durata del suo uso: mentre la mancanza costante di uso lo indebolisce insensibilmente, lo deteriora, diminuisce progressivamente le sue facoltà e finisce per farlo scomparire.

SECONDA LEGGE

Tutto ciò che la natura ha fatto acquisire o perdere agli individui attraverso l'influenza delle circostanze cui la propria razza si trova da lungo tempo esposta, e di conseguenza per effetto dell'uso predominante di quel tal organo, o per la mancanza costante di impiego di quel tal altro, essa lo conserva attraverso la riproduzione nei nuovi nati, purché i cambiamenti acquisiti siano comuni ai due sessi, o almeno a coloro che hanno generato i nuovi individui.
(Filosofia zoologica)

Tali leggi, a giudizio di Lamarck, non sono astratte costruzioni ipotetiche; al contrario:

Sono, queste, due verità certe che possono esser messe in discussione solo da coloro che non abbiano mai osservato né seguito la natura nelle sue operazioni, o da coloro che si sono lasciati trascinare dall'errore.
(Filosofia zoologica)

L'errore in cui cadono frequentemente i naturalisti è soprattutto di metodo:

Avendo notato che le forme delle parti degli animali sono sempre in perfetto rapporto con l'uso che ne vien fatto, i naturalisti hanno pensato che fossero la forma e lo stato delle parti ad averne determinato l'uso: è proprio questo l'errore, perché è facile dimostrare attraverso l'osservazione che sono al contrario i bisogni e l'impiego delle parti ad averle sviluppate, ad averle addirittura poste in essere quando non esistevano ancora, ad averle di conseguenza determinate nelle modalità con le quali le osserviamo oggi in ogni animale.
Perché le cose non stessero in questi termini, bisognerebbe che la natura avesse creato per le parti degli animali tante forme quante le diverse circostanze nelle quali esse devono vivere avrebbero richiesto, e che quelle forme e quelle circostanze non variassero in alcun caso.
(Filosofia zoologica)

Allora, se si tien presente «il vero ordine delle cose» della natura, bisognerà concludere senza esitazioni che:

Non sono gli organi, cioè la natura e la forma delle parti del corpo di un animale, ad aver dato luogo alle sue abitudini e alle sue particolari facoltà, ma sono al contrario le sue abitudini, il suo modo di vivere e le circostanze nelle quali si sono imbattuti gli individui dai quali proviene, ad aver col tempo plasmato la forma del suo corpo, il numero e lo stato dei suoi organi, e infine le facoltà di cui gode.
(Filosofia zoologica)


In effetti mancava alla teoria di Lamarck l'individuazione di leggi precise che spiegassero il processo di «adattamento»; il rapporto tra animale e ambiente era concepito troppo semplicemente, e l'azione dell'ambiente, come nel caso dei fatti portati ad esempio sembrava fin troppo meccanica. E infatti contro Lamarck scesero in campo vari oppositori. Il piú autorevole fu Georges Cuvier (1769-1832), osservatore attento ed accurato della realtà naturale, che può esser considerato il fondatore di nuove scienze quali l'anatomia comparata e la paleontologia. Egli, in linea con i creazionisti, bollò le idee di Lamarck con la definizione di «sottigliezze metafisiche». Cuvier sosteneva infatti che bisognava limitarsi all'osservazione dei fatti e ad ordinarli ricostruendo sul piano scientifico l'ordine esistente oggettivamente nella natura. Certo non gli sfuggiva, ad esempio, che nel corso del tempo c'era stato in uno stesso luogo il succedersi di faune diverse; ma egli spiegò questo fatto con la teoria della rivoluzione della superficie del globo: in certe zone, egli sosteneva, si sono verificati dei cataclismi che hanno estinto tutti o quasi tutti gli organismi ivi viventi; ristabilendosi poi la condizione di vivibilità, queste zone furono ripopolate da specie diverse dalle precedenti, ma anch'esse già preesistenti, provenienti da regioni contigue.

La fama di studioso di cui godeva Cuvier, e quindi l'autorevolezza di ogni suo giudizio, finirono col frenare, in Francia, ogni tentativo di dare alla teoria evoluzionistica nuovi sviluppi e soprattutto un carattere piú rigorosamente scientifico.


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