CAPITOLO QUINTO

POLITICA, FILOSOFIA E SCIENZA NELL'ETA' DEL POSITIVISMO

10. J.S. Mill: induzione, osservazione, distinzione


John Stuart Mill (1806-1873) fu autore di molte pubblicazioni, legate oltre che alle sue esigenze filosofiche anche a quelle di uomo impegnato per la riforma politica, economica e sociale dell'Inghilterra dei suoi tempi.

Ma la sua opera maggiore è il Sistema di logica, in cui egli si propone di delineare una logica che possa offrirgli un metodo rigoroso per lo studio scientifico del comportamento umano, sul piano etico e su quello politico-sociale. Anzitutto egli svincola la logica dalla metafisica: essa non può basarsi su principi metafisici né può risolvere problemi metafisici. Di qui la considerazione che i principi logici, non essendo «innati» nell'uomo, non hanno alcuna garanzia soprannaturale; essi hanno un'origine empirica, nascono dal rapporto della mente con la realtà che le sta di fronte; pertanto l'esperienza è l'origine, oltre che di ogni contenuto di pensiero, anche di ogni legge del pensiero. Infatti dall'esperienza sorgono quelle verità cosiddette assiomatiche (ad esempio: due rette non possono delimitare uno spazio; come potrebbe essere vera questa proposizione - si domanda Stuart Mill - se non avessi mai potuto osservare almeno una retta?) e da essa sorge, ad esempio, il principio di contraddizione (non è esso la generalizzazione e la formalizzazione del fatto - colto da ognuno nell'esperienza interiore - che non possono coesistere nella stessa persona due stati opposti, come il credere e il non credere, il volere e il non volere?). Ma se tutto - conoscenze e principi logici - ha origine nell'esperienza, ciò non significa che tutto è relativo al soggetto percipiente. Se cosí fosse non sarebbe possibile alcuna scienza Mill, al contrario, crede di poter superare lo scetticismo humiano, e quindi crede che sono possibili la conoscenza scientifica e un sistema scientifico delle conoscenze. Ma questo scopo non è conseguibile con la deduzione, che non ha potere «inventivo», né, in senso proprio, dimostrativo. «Tutti gli uomini sono mortali» non è la prova che lord Palmerston è mortale; ma la nostra passata esperienza della mortalità ci autorizza ad inferire insieme la verità generale e il fatto particolare, con lo stesso grado di sicurezza per l'uno e per l'altro.

L'organo della scienza, dunque, non può essere che l'induzione, che permette di arrivare a proposizioni universali con un processo di generalizzazione di rapporti associativi - di coesistenza o di successione - colti ripetutamente nei fenomeni osservati dal ricercatore. Tali proposizioni universali, poi, non legittimano deduttivamente la verità di fenomeni particolari, ma possono servire per scoprire nessi ancora ignoti attraverso la loro estensione analogica.

Certo, anche l'induzione abbisognerebbe della sua giustificazione; fra l'altro, a voler essere rigorosi, bisognerebbe osservare tutti i possibili casi di un fenomeno per poter procedere ad una generalizzazione legittima (ma non è pur vero, afferma Stuart Mill, che talvolta basta anche un solo caso, della cui certezza non possiamo dubitare, per consentire la formulazione di una proposizione generale ed universale?). Che cosa potrà mai allora giustificare la validità dell'induzione, il passaggio, il salto, dalle molteplici osservazioni dei casi particolari alla legge che ne è il denominatore comune?

Ma, risponde il filosofo, è l'organizzazione stessa della realtà naturale che richiede, per la sua investigazione, la necessità del procedimento induttivo. Osserviamo infatti la natura. Essa ci appare dotata di un ordine globale che è costante; essa è uniforme. Ma questa uniformità generale è l'esito dell'unione, in una trama comune, di molteplici e diversi «ordini» particolari, di molteplici e diverse uniformità particolari coesistenti o susseguenti:

Considerando l'uniformità del corso della natura... una delle prime cose da rilevare è che questa uniformità non è propriamente un'uniformità ma consiste in molteplici uniformità. La regolarità generale è costante perché è costante il corso dei suoi diversi fenomeni. Un fatto ha luogo invariabilmente quando si presentano certe circostanze e non ha luogo quando esse non si presentano; lo stesso è di un altro fatto, e cosí di tutti. Di tutti questi fili distinti, che vanno da una parte all'altra del gran tutto, che noi chiamiamo la natura, si forma spontaneamente un tessuto generale che mantiene insieme il tutto.
(Sistema di logica)

Ma guardiamo un po' piú a fondo. In che cosa consiste l'uniformità particolare? In nessi di coesistenza e di successione tra fenomeni.

I fenomeni della natura si trovano, gli uni rispetto agli altri, in due rapporti distinti, quello di simultaneità e quello di successione. Ogni fenomeno è uniformemente in rapporto con dei fenomeni che coesistono con esso o con dei fenomeni che lo hanno preceduto e con altri che lo seguiranno.
(Sistema di logica)

I nessi di successione poi non sono altro, nella sostanza, che rapporti di causa-effetto.

Ora tra tutte le uniformità di successione dei fenomeni che l'osservatore comune può mettere in luce, pochissime ve ne sono che possano pretendere di avere, anche in apparenza, siffatta rigorosa indefettibilità; e in questo piccolissimo numero, una sola se ne è trovata che sia capace di giustificare a pieno tale esigenza. Questa legge, tuttavia, è universale anche in altro senso: essa è coestensiva a tutto l'intero campo dei fenomeni, giacché tutti i fatti di successione ne sono degli esempi. Questa legge è la legge di causalità. Questa verità, che tutto ciò che comincia ad esistere ha una causa, è coestensiva a tutta l'umana esperienza. Quale che sia il fatto, se esso è cominciato ad esistere, esso è stato preceduto da qualche altro fatto al quale esso è invariabilmente legato.
(Sistema di logica)

Dunque l'uniformità generale della natura è data non solo dalla coesistenza globale dei fenomeni, ma anche dalla legge di causalità, che è la legge che caratterizza le uniformità particolari di successione e i rapporti di successione tra un'uniformità e l'altra.

Pertanto, a ben vedere, è per induzione che noi possiamo cogliere i nessi tra fenomeni particolari, come per induzione riusciamo a cogliere i rapporti di causalità generale, e ad individuare l'uniformità generale della natura. Le leggi particolari non sono che generalizzazioni induttive basate sull'osservazione; la legge di causalità non è che la generalizzazione induttiva della osservazione dei vari fenomeni di successione.

Noi arriviamo a questa legge generale mediante generalizzazioni da molte leggi di generalità inferiore. Non avremmo mai avuto la nozione di causazione (nel significato filosofico del termine) come condizione di tutti i fenomeni, se molti casi di causazione, o, in altre parole, molte parziali uniformità di successione non ci fossero diventate precedentemente familiari. La piú ovvia delle uniformità particolari suggerisce e rende evidente l'uniformità generale, e l'uniformità generale, una volta stabilita, ci permette di dimostrare le altre uniformità particolari dalle quali risulta.
(Logica)

Dunque, è per induzione che possiamo affermare che «è legge che ogni cosa abbia una legge», e quindi che esiste una uniformità generale della natura. Sicché il valore del metodo induttivo è dato, per cosí dire, come generalizzazione induttiva della validità dei molteplici procedimenti induttivi che soli ci permettono di studiare la realtà naturale.

Tuttavia l'induzione, che è la forma «che fu primitivamente seguita dall'intelligenza non ancora diretta dalla scienza», per poter aiutare veramente a scoprire le leggi del reale, deve strutturarsi scientificamente, deve organizzarsi in un vero metodo di ricerca. A quest'opera J. Stuart Mill si dedica raccogliendo, com'è evidente dai passi che presenteremo, gli echi dell'elaborazione di Francesco Bacone.

Bisogna, egli dice, osservare con intelligenza per saper distinguere i fatti di cui si vuole individuare le leggi.

Il corso della natura, ad ogni istante, non offre, al primo colpo d'occhio, che un caos seguito da un altro caos. Bisogna scomporre ciascuno di questi caos in fatti isolati. Bisogna che noi impariamo a vedere nell'antecedente caotico una moltitudine di antecedenti distinti e nel conseguente caotico una moltitudine di conseguenti distinti. Ciò non ci insegna ancora a quale degli antecedenti è invariabilmente connesso ciascun conseguente. Per determinare ciò, bisogna procedere a separare i fatti gli uni dagli altri ... Questa operazione è l'essenza stessa dell'osservazione; infatti osservare non consiste soltanto nel vedere la cosa che si trova davanti agli occhi, ma nel vedere di quali parti essa sia composta. Ora veder bene è un talento raro. Un tale tralascia di osservare metà di ciò che vede, per disattenzione o perché mal disposto; un tale nota molte piú cose di quelle che in realtà non veda, confondendo ciò che vede con ciò che immagina o con ciò a cui arriva per illazione; un altro ancora prende nota del genere di tutte le circostanze, ma non sapendo valutarne le gradazioni, lascia nel vago la quantità di esse; un quarto vede bene il tutto, ma ne fa una scorretta distinzione, unendo insieme cose che debbono essere separate e separandone altre che sarebbe stato meglio considerare come un tutto, dimodoché il risultato della sua operazione è tale quale sarebbe stato se egli non avesse compiuta l'analisi, o addirittura peggiore.
(Sistema di logica)


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