CAPITOLO QUINTO

POLITICA, FILOSOFIA E SCIENZA NELL'ETA' DEL POSITIVISMO

1. Il movimento positivista


Che cosa debba intendersi per positivismo lo hanno detto H. Saint-Simon e A. Comte, il primo fornendoci le prime generali - e approssimative - indicazioni, il secondo offrendoci una vera e propria teorizzazione.

Sul fatto che, però, la definizione concettuale di Comte possa valere anche come categoria storico-filosofica, è lecito avanzare qualche riserva. È difficile infatti comprendere in essa tutti i pensatori che noi pur siamo soliti designare come esponenti del movimento positivista; e non solo per questioni marginali o «esterne», ma anche per alcune che sono sostanziali.

Soprattutto bisogna guardarsi, anche in questo caso, da definizioni generali troppo schematiche e semplicistiche, che, se pure possono avere un'utilità didattica, fanno torto alla complessità di questo movimento e soprattutto potrebbero produrre delle «distorsioni» nelle valutazioni storiche. Se si volesse riconoscere loro anche rigorosità scientifica, si finirebbe col produrre da una parte un'illegittima omogeneizzazione e dall'altra artificiose distinzioni che, quando non hanno per effetto addirittura una lettura erronea delle concezioni dei singoli pensatori, potrebbero condurre sia a clamorose esclusioni che a sorprendenti inclusioni nel «movimento» (ad esempio, secondo certe definizioni, dovremmo considerare l'unico vero «positivista sociale» K. Marx, e dovremmo escludere dall'area positivista Saint-Simon e Comte stesso, in quanto ancora troppo «idealisti» e troppo poco «scientifici»). In ogni caso, costituendo quelle definizioni, di fatto, anche un metro di valutazione, saremmo indotti a considerare un pensatore come piú o meno positivista di un altro, o, addirittura, a distinguere nel corso della ricerca filosofica di uno stesso pensatore, una fase, o anche un'idea, come piú o meno positivista di un'altra. Dire, ad esempio, che il positivismo fu antimetafisico, è dire, di certo, cosa formalmente corretta, nel senso che fu diffusa l'ansia d'interpretare i fatti naturali e umani non in base a schemi «teologici», e nemmeno su principi inverificabili; ma tuttavia può condurre alla acritica convinzione che i positivisti furono immuni dalla metafisica; c'è spesso, infatti, in questi pensatori una metafisica implicita - come la «metafisica» della giustizia in Proudhon, o anche della legge del progresso come norma dell'evoluzione storica in Comte - che comunque fa da sfondo alle concezioni «positive», basate cioè sull'analisi dei fatti esperibili. Come anche è approssimativo dire che per il positivismo la filosofia doveva costituire solo o principalmente un «metodo» del sapere relativo alla natura e all'uomo; oppure che il suo compito fosse di fornire alle scienze un metodo logico unico per la costituzione della loro integrazione e, quindi, di un sapere unitario. Infatti è anche vero che per molti la «filosofia positiva» rappresentava una vera e propria «dottrina», affatto nuova rispetto ai risultati che le scienze offrivano; quindi anche una visione del mondo e non solo un atteggiamento spirituale e un modello di conduzione «scientifica» dell'intelligenza.

Senza aggiungere poi la questione delle differenze, tra i vari pensatori, nel modo stesso di concepire il «fatto positivo» su cui lo spirito filosofico deve operare, e le differenze su quali tipi di «fatti positivi» debbano avere valore fondante e significato prevalente.

Forse è piú opportuno, allora, parlare, sul piano storico-filosofico, non tanto di positivismo, quanto di positivisti, limitandoci a riconoscere ai filosofi, che in tal modo designiamo, come caratteristica comune e costante, il bisogno di adeguare l'attività filosofica integrandoli - ai contributi, sia di metodo che di contenuto, che le scienze moderne hanno dato, sia pure settorialmente, allo studio della natura e dell'uomo; e inoltre, per quelli che piú particolarmente vengono definiti «positivisti sociali», il bisogno di adeguare la riflessione sull'individuo e sulla società alle nuove istanze che la moderna realtà sociale presentava, soprattutto in virtù della diffusione dell'industrializzazione nell'occidente europeo, e dei problemi da essa aperti.


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