Fernanda Spina
fernanda.spina@libero.it
Charles Sanders Peirce:
semiotica e conoscenza
Peirce afferma:
Il
concetto di essere contiene la mera unione del predicato con il soggetto,
unione nell’esprimere la quale le due accezioni della copula («è
effettivamente» e «sarebbe») concordano. Il concetto di essere, insomma non ha
contenuto. (C.P. 1.547)
Questa affermazione si
spiega attraverso il concetto di conoscenza di Peirce: non esiste una
conoscenza che non sia segnica. Il segno è sempre frutto di una mediazione
interpretativa inferenziale.
Il concetto di "essere" viene quindi definito da
Peirce come:
Un concetto che riguarda un segno, cioè un pensiero o una
parola, e dal momento che non è applicabile a ogni segno, non è originariamente
universale, sebbene lo sia nella sua applicazione mediata alle cose (C.P. 5.292).
Per Peirce solo ciò che è pensabile è reale: il pensiero
non può essere altro che pensiero di segni e il concetto di essere è appunto un
concetto che diviene attribuibile solo attraverso una relazione inferenziale,
in quanto i segni sono essi stessi prodotto dell’attività inferenziale. Questa
posizione è da Peirce chiamata Realtà Logica.
Quindi il concetto di essere, in assoluto, sciolto cioè
dalle relazioni segniche, non ha contenuto, né significato e neppure senso,
come del resto qualunque altro concetto.
L’essere di un segno insomma è proprio il suo sviluppo
semiosico, il suo essere in relazione con gli altri segni. Non esiste al di
fuori della semiosi altro modo di concepire la realtà
Si può conoscere, e
quindi si considera reale, solo una relazione segnica e non un supposto oggetto
assoluto, in sé irrelato.
Ma perché per Peirce il pensiero è solo pensiero di segni?
Peirce rifiuta l’intuizione. Col termine “intuizione” si
indica
Una cognizione non determinata da una
cognizione precedente dello stesso oggetto, e perciò determinata da qualcosa
fuori dalla coscienza. [...] Intuizione sarà qui quasi la stessa cosa che
«premessa, che non è a sua volta conclusione». [...] Proprio come una
conclusione (giusta o sbagliata) è determinata nella mente di chi ragiona dalla
sua premessa, cosi anche cognizioni che non sono giudizi possono essere
determinate da cognizioni precedenti; e una cognizione non determinata in
questo modo, e quindi determinata direttamente dall’oggetto trascendentale,
dovrà essere chiamata una «intuizione». (C.P. 5.213)
Nel saggio “Questions Concerning Certain Faculties Claimed for Man” pubblicato
sul Journal of Speculative Philosophy
nel 1868 (C.P. 5.213 – 263) Peirce, dimostra che sia la conoscenza del mondo esterno al
soggetto sia quella del mondo interiore del soggetto, come la propria
autocoscienza e la conoscenza dei propri moti interiori, dipendono da
mediazioni inferenziali di fatti esterni. Egli
ritiene che tutta la nostra
conoscenza della mente e dei processi mentali - della nostra mente e di quella
degli altri - deriva dalla conoscenza di certi fatti fisici “esterni”: E
alla domanda “se possiamo pensare senza segni” risponde in C.P. 5.250
“Se ci basiamo sui fatti esterni, i
soli casi di pensiero che possiamo trovare sono quelli di pensiero in segni. È
chiaro che nessun altro pensiero può essere evidenziato da fatti esterni. Ma
abbiamo visto che il pensiero si può conoscere solamente attraverso i fatti esterni,
dunque, il solo pensiero che è possibile conoscere è, senza eccezione, il
pensiero in segni. Ma il pensiero che non può essere conosciuto non esiste.
Perciò ogni pensiero deve necessariamente essere pensiero di segni”. (C.P. 5.260)
L’unico modo in cui si può conoscere
[…] è per inferenza ipotetica da fatti osservati. Ma citare la cognizione dalla
quale una cognizione è stata determinata, significa spiegare le determinazioni
della cognizione in causa. Ed è il solo modo di spiegarle. Poiché qualche cosa completamente
fuori dalla coscienza, che si può supporre che la determini, può, come tale,
essere riconosciuta e citata solo nella determinata cognizione in questione.
[,..] Inoltre le facoltà cognitive di cui siamo a conoscenza sono relative, e
conseguentemente i loro prodotti sono relazioni. Ma la cognizione di una
relazione è determinata da cognizioni precedenti. Dunque, nessuna cognizione
non determinata da una cognizione precedente può essere conosciuta. Essa,
allora, non esiste, primo, perché è assolutamente inconoscibile, secondo,
perché una cognizione esiste solo in quanto è conosciuta. (C.P. 5.262).
Non
esiste per Peirce un termine primo, una causa prima, un fondamento su cui si
basa la conoscenza. Essa è un processo autoalimentantesi: il pensiero è una
serie continua ed infinita di termini. In questo orizzonte, conoscere è inteso
come dare significato ad un evento, applicando ad esso regole e criteri di
classificazione appresi precedentemente. Non esiste un punto di partenza, nel
modello della conoscenza peirciana, ma per ogni singolo individuo, la nascita è
l’inizio del suo processo mentale di conoscenza, con l’ingresso nella Realtà
Logica, costituita dall’insieme di segni in uso alla comunità degli
interpretanti, di cui l’individuo viene a fare parte.
Si è detto sopra che il
segno, e quindi la conoscenza, è il risultato di un processo inferenziale. Si
analizzerà ora quali sono le tipologie di inferenza attraverso cui si
costruisce la conoscenza:
Peirce distingue tre specie di inferenza: Deduzione,
Induzione ed Abduzione. Non sono però riducibili l’una all’altra,
perché sono governate da diversi principi logici, ma tuttavia appartenenti ad
un unico genere.
L’abduzione è un’ipotesi probabile che si formula
della causa di un effetto osservato.
L’induzione fornisce, con la scelta corretta dei
campioni, regole per formulare notizie corrette su essi, fino a prova
contraria.
La deduzione rimane analitica, ma l’analisi
dipende ora dalle ipotesi scelte, per cui non è rigidamente necessaria.
L’esempio classico dato dallo stesso Peirce, in C.P. 2.623, delle tre inferenze è
questo:
1.
DEDUZIONE:
|
Regola: |
Tutti i
fagioli che provengono da questo sacco sono bianchi. |
|
Caso: |
Questi
fagioli provengono da questo sacco. |
|
Risultato: |
Questi
fagioli sono bianchi. |
2.
INDUZIONE:
|
Caso: |
Questi fagioli provengono da questo sacco. |
|
Risultato: |
Questi fagioli sono bianchi. |
|
Regola: |
Tutti i fagioli che provengono da questo sacco sono
bianchi (fino a prova contraria) |
3.
ABDUZIONE:
|
Risultato: |
Questi fagioli sono bianchi. |
|
Regola: |
Tutti i fagioli che provengono da questo sacco sono
bianchi. |
|
Caso: |
Questi fagioli provengono da questo sacco (probabilmente) |
Questi tre tipi di inferenza sono ciò che crea relazione
tra i pensieri–segni, permettendo lo sviluppo del processo semiosico e quindi della
conoscenza.
L’Abduzione o Ipotesi permette di ipotizzare quindi una
regola che dia spiegazione di un evento o di un fatto. Essa
Procede come se si conoscessero tutti i caratteri
richiesti per la determinazione di un dato oggetto o di una data classe. C.P.
5.272
In pratica, osservati alcuni caratteri di un dato oggetto,
gli si attribuiscono ipoteticamente ulteriori caratteri che lo fanno
riconoscere come occorrenza di una legge.
Questo modo di procedere implica la possibile fallibilità
della conoscenza, ma anche che i ragionamenti fallaci si adeguano alla forma
dell’inferenza valida.
Peirce afferma:
Nessun pensiero, nessun sentimento, in sé considerati,
contengono altri pensieri o altri sentimenti, ma sono assolutamente semplici e
non analizzabili. […] Ogni pensiero […] in quanto immediatamente presente, è un
sentire puro, senza parti, e quindi, in sé, senza similarità con nessun altro,
anzi, non comparabile e assolutamente sui
generis. (C.P. 5.284)
Se consideriamo il pensiero in sé, irrelato, non
facciamo altro che prendere in considerazione la sua peculiare qualità che lo
distingue da tutti gli altri pensieri precedenti e successivi e che scomparirà
irrimediabilmente con lo scomparire di quello specifico pensiero. Questa
qualità, essendo qualcosa di unico ed irripetibile, non è in sé e per sé
esprimibile come caso di una regola più generale e quindi risulterà
inesprimibile.
Continua però Peirce:
Nessun pensiero presente in atto (che è un mero sentimento)
ha alcun significato, né valore intellettuale; perché il significato non sta in
ciò che è pensato nell’atto in cui è pensato, ma in ciò a cui questo pensiero
può essere connesso da pensieri successivi nella rappresentazione; cosicché il
significato di un pensiero è qualcosa di virtuale. […] In nessun istante, nel
mio stato mentale, vi è cognizione o rappresentazione, ma essa consiste nella
relazione dei miei stati mentali in istanti diversi. (C.P. 5.284)
Aggiunge
poi in nota:
Di conseguenza, esattamente come si dice che un corpo è in
movimento e non che il movimento è in un corpo, si dovrebbe dire che siamo in
pensiero e non che i pensieri sono in noi.
La
virtualità del significato di un pensiero, cui accenna Peirce nel passo
precedente, è relativa alla sua idea di semiosi; infatti un pensiero segno ha
una sua vita, un suo sviluppo che altro non è che il percorso della costruzione
della conoscenza; questo processo ha uno sviluppo certo intersoggettivo, ma
anche intrasoggettivo. Infattti:
Non vi è […] cognizione che non sia determinata da
cognizioni precedenti [quindi] l’irruzione di una nuova esperienza non è mai un
fatto istantaneo, ma è un evento che
occupa del tempo e che passa attraverso un processo continuo. Perciò il suo
emergere nella coscienza deve probabilmente essere il coronamento di un processo
di crescita. [invece] se un filo di pensiero si spegne gradualmente, con ciò
nella sua durata segue liberamente la propria legge di associazione e non vi è
nessun momento in cui, a un pensiero appartenente a questo filo, non succeda un
pensiero che lo interpreti o lo ripeta. (C.P.
5.284)
Tutta
la conoscenza per Peirce è dunque conoscenza di segni; a partire dalla
sensazione, non esiste altra modalità conoscitiva che quella inferenziale. E’
attraverso serie intersecantesi di inferenze che gradualmente si sviluppa in
maniera sempre più precisa l’interpretante di un segno.
Peirce
così definisce un segno:
[qualcosa che] sta per qualcuno al posto di qualcos’altro
sotto certi aspetti o capacità (C.P.
2.228)
Questa
definizione sottolinea il rapporto triadico tra il segno, l’oggetto
che questo segno sta ad indicare e la concezione che ne ha colui che
interpreta, detta interpretante.
Questo
rapporto triadico è così schematizzabile:

Possiamo
però prendere in considerazione almeno due tipi di oggetti: 1. la cosa bruta,
la cui presenza hic et nunc scatena la semiosi, che è L’Oggetto
Immediato; 2. la relazione segnica da cui parte l’elaborazione cognitiva,
che è l’Oggetto Dinamico.
La
conoscenza si sviluppa a partire dall’oggetto immediato che non sarà mai
toccato dal processo inferenziale, ma che ne è la molla che ne provoca
l’inizio. L’oggetto reale del segno, che è comunque segno a sua volta perché
non possiamo pensare altro che segni, è l’oggetto dinamico. Questo si
trasformerà nella concezione della comunità degli interpretanti man mano che il
suo interpretante logico acquisterà sempre maggiori e nuovi significati grazie
al processo di semiosi che è poi il processo stesso della conoscenza. Questo è
il significato per Peirce del concetto di Semiosi Illimitata. E solo alla luce
di questi chiarimenti si comprende il significato delle seguenti parole di
Peirce:
In ogni momento siamo in possesso di certe informazioni,
cioè di cognizioni che sono state logicamente derivate per induzione e ipotesi
da cognizioni precedenti che sono meno generali, meno distinte, e delle quali
abbiamo una conoscenza meno viva. Queste a loro volta sono state derivate da
altre ancora meno generali, meno distinte, e meno vivaci; e così via a ritroso
fino a quel primo ideale, che è assolutamente singolare, e assolutamente fuori
dalla coscienza.( C.P. 5.311)
Ma
perché conoscere?
Charles
Sanders Peirce è il fondatore del Pragmatismo. Egli elabora questa massima
pragmatica:
Consideriamo quali
effetti, che possano avere concepibilmente conseguenze pratiche, pensiamo abbia
l’oggetto della nostra concezione. Allora la nostra concezione di questi
effetti è l’intera nostra concezione dell’oggetto. (C.P. 5.2)
Lo
sviluppo semiosico di un segno lo porta ad avere come Interpretante Logico
Finale un abito di comportamento. Questo è una legge che permette di regolare
il comportamento, appunto, in base alle concepibili conseguenze pratiche
determinate dagli effetti che nell’inferire si attribuiscono all’oggetto-segno.
Ad
esempio è possibile fare una torta di mele perché le concepibili conseguenze
pratiche degli effetti del segno-ricetta sono proprio la realizzazione di quel
dolce. La prova di tutto questo è l’induzione sperimentale, cioè la
realizzazione della torta di mele. Il segno-ricetta è così il segno dell’idea
di torta, che è una legge. La torta ottenuta sperimentalmente è così
un’occorrenza di quella legge.
Ovvero,
se a parità di conoscenze e di condizioni di attrezzature sperimentali, la
ripetizione di un esperimento porterà i medesimi risultati, la legge ipotizzata
come quella regolante l’esperimento è considerata certa dalla Comunità degli
Interpretanti. Questa comunità è il garante intersoggettivo di una nozione di
verità non intuitiva, non ingenuamente realistica, bensì congetturale.
Questa concezione dinamica della verità permette
l’elaborazione di strategie comportamentali creative in risposta agli stimoli
dell’ambiente ed è portatrice di una concezione non teleologica e non
necessaria del mondo e del destino umano.
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