Roger Caillois (1913-78), inattuale esploratore di luoghi di ogni natura, a partire dagli anni '60 comincia a pubblicare testi sulle pietre: tra questi, i più famosi, tradotti anche in lingua italiana, sono Pierres (1966), L'Ecriture des Pierres (1970), Trois Leçons des Ténèbres (1978).
La scrittura delle pietre, tanto nel senso soggettivo (i segni che la pietra riporta) quanto in quello oggettivo (la lettura della pietra), non è mai interrotta: l'opera di traduzione che il signore fragile della natura compie in nome della lingua pura dell'universo intessendo la trama infinita dei linguaggi è sempre inattuale. La scrittura è pietrificata come segno, scheggia, allegoria; ma l'allegoria non precipita, anzi si distende, non sprofonda ma "passa". La scrittura della pietra, quale traduzione della lingua muta e triste della natura, è il passaggio nel quale si insedia la relazione intima tra la lingua e il suo estraneo.
Da essa non traspare l'idioma puro del cielo poiché non è un luogo (un non-luogo), è fuori del tempo: con l'idioma puro condivide il ritmo che annoda le cose e scandisce il suo articolarsi nel dispiegare il fiume della comunicazione che "passa" da un linguaggio all'altro.
[da Pierres, Paris 1966, trad. r.]
Se nessuna lingua pura traspare da un gesto umano, comunque la destinazione delle cose si accompagna all'articolazione della scrittura delle pietre.
I segni sono incisioni, rovine, geroglifici della lingua pura che pure restituiscono alle cose la propria superficie e la propria forma; sono immemoriali, fuori-tempo, eppure evocano loro destini possibili.
[da La Scrittura delle Pietre, Genova 1986, p. 82]
La scrittura delle pietre non è idioma delle nuvole; queste disegnano solo simulacri evasivi, la cui immagine appena intuita scivola e si dissolve: non è luogo delle ipotesi e delle analogie; non è luogo.
[da La Scrittura delle Pietre, p. 71]
L'ordine necessario, la corrispondenza di cose, gesti e figure che la scrittura cosmica annoda, fanno della scrittura della pietra la pietra della scrittura, la sua trama priva di trama. La pietra è l'anima stessa di cui scrive Valery a proposito di Monsieur Teste: quell'anima-pianta che si estende moltiplicando le proprie radici piuttosto che le fronde. I suoi segni sono una realtà strappata all'anima in cui l'anima è sorpresa a divenire se stessa: nel rapporto di questo fondo dell'anima, in cui si inscrive la parità di ogni apparenza, con il diritto di quella a divenire ciò che essa è, si coglie il nesso fra la trama priva di trama della scrittura umana e il dispiegarsi della trama dell'Essere.
Il mondo della pietra è un mondo nodoso e carnale: cumulo di cose, strazio di carne; per esso qualsiasi nozione di esteriorità è impensabile.
[da La Scrittura delle Pietre, pp.89-90]
La pietra, come fuori del mondo, i cui segni intrecciano le cose alle loro apparenze, è percorsa dalla linea trasversale del ritmo in cui l'idioma puro del cielo dice se stesso.