L'ontologia della carne in Il Visibile e l'Invisibile (pubblicato postumo nel '64) è l'estremo approdo del pensiero fenomenologico di Maurice Merleau-Ponty, in quanto risponde alla precisa esigenza teoretica di restituire a ciascuna cosa la propria apparenza.
In Fenomenologia della Percezione M.-P. aveva sostenuto l'aspirazione della filosofia a far apparire il mondo così com'è, ad eguagliare la riflessione alla vita irriflessa della coscienza attraverso l'infinita ri-creazione (del senso).
Nella prospettiva ontologica della sua ultima opera, riflettendo ancora sulla seconda Meditazione di Husserl, ritorna sulle posizioni precedenti e segnala la correzione della "psicologia" in ontologia:
Merleau-Ponty pensa un'ontologia in cui le cose si fanno cose, e il mondo mondo, in cui si raccoglie la presenza assoluta di ciascuna cosa per quanto incompossibile con quella di ciascun altra. La dimensione specifica di questo spazio ontologico è la profondità.
Il reciproco avvolgimento carnale delle cose, per cui le une penetrano come spine nel fianco delle altre, individua quella lingua, quella sistematica (nel senso di Anceschi), quel medium in cui esse divengono se stesse: la pluralità simultanea delle cose è preservata dallo spessore della carne che consente di trovarle le une nelle altre.
La reversibilità di visibile e invisibile è il principio di dispiegamento di questa trama priva di trama che annoda le cose. Lo statuto di assenza come possibilità del visibile (e non di visibile assente), che contraddistingue l'invisibile, la sua latenza (e non assenza assoluta), il suo essere il rovescio e non l'aldilà del visibile assegnano al campo di reversibilità la possibilità della visione, del dare spazio ad una cosa, del lasciar parlare ciò che non ha parola, l'uccello che si posa sulla grondaia, l'albero in primavera e l'albero in autunno, la pietra, il cemento, la plastica (come scrive Italo Calvino nella sua ultima Lezione):
Poiché la percezione e la parola non sono più portatrici di un'ontologia diretta, non conta più il loro superamento nel significato ma i rapporti laterali e le parentele, le connessioni e gli avvolgimenti carnali.
La lingua della carne è la lingua pura e inumana in cui le cose sono misurate (numerate) nella loro differenza. Lo spazio del divenire se stesse delle cose è lo spazio ou-topico del nominarsi di ciascuna cosa con il proprio nome.
La preesistenza del percepito non è soltanto un'illusione retrospettiva dovuta all'accadere come mondo dell'evento di senso: lo spazio ontologico disegnato da questo pensiero è il luogo del fare, non concepito, tuttavia, come campo d'opposizione tra l'oggettività delle correlazioni di senso e la richiesta d'apparire delle cose. Il campo dell'esperienza trascendentale non è ancora sufficiente a liberare la filosofia dalla psicologia: noi siamo un campo d'Essere, non un flusso di Erlebnisse individuali.
In questa ontologia della carne quale è lo spazio per l'anima della psico-logia?
Solo nella trama di infiniti scambi carnali, l'idea del sentire come spossessamento, come ek-stasi, incorporazione o espulsione (e non come pensiero di sentire), del vedere come pensare senza pensare, l'idea stessa del lapsus come gesto del corpo e non della coscienza legittimano il riconoscimento delle proprietà trascendentali del desiderio come membratura del mondo.