L'anima e la carne:
L'ontologia indiretta di Merleau-Ponty

di

Mauro Senatore

mausena@katamail.com


L'ontologia della carne in Il Visibile e l'Invisibile (pubblicato postumo nel '64) è l'estremo approdo del pensiero fenomenologico di Maurice Merleau-Ponty, in quanto risponde alla precisa esigenza teoretica di restituire a ciascuna cosa la propria apparenza.

In Fenomenologia della Percezione M.-P. aveva sostenuto l'aspirazione della filosofia a far apparire il mondo così com'è, ad eguagliare la riflessione alla vita irriflessa della coscienza attraverso l'infinita ri-creazione (del senso).

Nella prospettiva ontologica della sua ultima opera, riflettendo ancora sulla seconda Meditazione di Husserl, ritorna sulle posizioni precedenti e segnala la correzione della "psicologia" in ontologia:

La filosofia è la mutua riconversione del silenzio e della parola. (Il Visibile e l'Invisibile, p. 228: traduz. modificata)

Non siamo noi a percepire, è la cosa a percepirsi laggiù,- non siamo noi a parlare, è la verità a parlarsi in fondo alla parola. (p. 202)

…Che il linguaggio ci possiede e non siamo noi a possederlo. Che è l'essere a parlare in noi e non noi a parlare dell'essere. (p. 210)

Merleau-Ponty pensa un'ontologia in cui le cose si fanno cose, e il mondo mondo, in cui si raccoglie la presenza assoluta di ciascuna cosa per quanto incompossibile con quella di ciascun altra. La dimensione specifica di questo spazio ontologico è la profondità.

La profondità è il mezzo di cui le cose dispongono per restare nitide, per restare cose, pur non essendo ciò che io guardo attualmente. E' per eccellenza la dimensione del simultaneo… E' dunque la profondità a far sì che le cose abbiano una carne: e cioè oppongano alla mia ispezione degli ostacoli, una resistenza che è appunto la loro realtà, la loro apertura, il loro totum simul. (p. 233)

Il reciproco avvolgimento carnale delle cose, per cui le une penetrano come spine nel fianco delle altre, individua quella lingua, quella sistematica (nel senso di Anceschi), quel medium in cui esse divengono se stesse: la pluralità simultanea delle cose è preservata dallo spessore della carne che consente di trovarle le une nelle altre.

La reversibilità di visibile e invisibile è il principio di dispiegamento di questa trama priva di trama che annoda le cose. Lo statuto di assenza come possibilità del visibile (e non di visibile assente), che contraddistingue l'invisibile, la sua latenza (e non assenza assoluta), il suo essere il rovescio e non l'aldilà del visibile assegnano al campo di reversibilità la possibilità della visione, del dare spazio ad una cosa, del lasciar parlare ciò che non ha parola, l'uccello che si posa sulla grondaia, l'albero in primavera e l'albero in autunno, la pietra, il cemento, la plastica…(come scrive Italo Calvino nella sua ultima Lezione):

In un certo senso, come dice Husserl, tutta la filosofia consiste nel restituire un potere di significare, una nascita del senso o un senso selvaggio…E in un certo senso, come dice Valery, il linguaggio è tutto, perché esso non è la voce di nessuno, perché è la voce stessa delle cose, delle onde e dei boschi. Si deve altresì comprendere che dall'una all'altra cosa non c'è rovesciamento dialettico, noi non abbiamo il compito di riunirle in una sintesi: esse sono due aspetti della reversibilità che è la verità ultima. (p. 170)

Poiché la percezione e la parola non sono più portatrici di un'ontologia diretta, non conta più il loro superamento nel significato ma i rapporti laterali e le parentele, le connessioni e gli avvolgimenti carnali.

La lingua della carne è la lingua pura e inumana in cui le cose sono misurate (numerate) nella loro differenza. Lo spazio del divenire se stesse delle cose è lo spazio ou-topico del nominarsi di ciascuna cosa con il proprio nome.

La peculiarità del percepito: essere già qui, non essere grazie all'atto di percezione, essere la ragione di questo atto, e non l'inverso. (p. 233)

La preesistenza del percepito non è soltanto un'illusione retrospettiva dovuta all'accadere come mondo dell'evento di senso: lo spazio ontologico disegnato da questo pensiero è il luogo del fare, non concepito, tuttavia, come campo d'opposizione tra l'oggettività delle correlazioni di senso e la richiesta d'apparire delle cose. Il campo dell'esperienza trascendentale non è ancora sufficiente a liberare la filosofia dalla psicologia: noi siamo un campo d'Essere, non un flusso di Erlebnisse individuali.

Tutta l'architettura delle nozioni della psico-logia (percezione, idea, affezione, piacere, desiderio, amore, Eros) tutto ciò, tutta questa congerie di nozioni si illumina immediatamente quando cessiamo di pensare tutti questi termini come dei positivi … per pensarli non come dei negativi o negatità… ma come delle "differenziazioni" di un'unica e massiccia adesione all'Essere che è la carne (eventualmente come delle "frange")… (p. 281)

In questa ontologia della carne quale è lo spazio per l'anima della psico-logia?

Una filosofia della carne è condizione senza la quale la psicoanalisi rimane antropologia. (p. 27)

Solo nella trama di infiniti scambi carnali, l'idea del sentire come spossessamento, come ek-stasi, incorporazione o espulsione (e non come pensiero di sentire), del vedere come pensare senza pensare, l'idea stessa del lapsus come gesto del corpo e non della coscienza legittimano il riconoscimento delle proprietà trascendentali del desiderio come membratura del mondo.


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