Le costellazioni dell’universo di Walter Benjamin

di

Valentino Bellucci

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Walter Benjamin nasce il 15 luglio 1892 a Berlino, da genitori ebrei. L’ebraismo e la sua tradizione mistica avrà una grande importanza nel suo pensiero.

Nella sua tesi di laurea: Il concetto di critica nel romanticismo tedesco la sua attenzione si concentra sulle figure di Friedrich Schlegel e Novalis, che incarnano per il giovane Benjamin lo stretto rapporto tra filosofia e linguaggio poetico.

E’ del 1916 il suo primo saggio teoretico di una certa importanza, nel quale si esprime una concezione del linguaggio anti-positivistica:

«... l’identità spesso affermata fra l’essenza spirituale e linguistica costituisce un paradosso profondo e incomprensibile ... Eppure questo paradosso come soluzione ha il suo posto al centro della teoria del linguaggio. [...] Il problema originario della lingua è la sua magia. [...] Poiché la lingua non è mai soltanto comunicazione del comunicabile, ma anche simbolo del non-comunicabile.»
(Sulla lingua in generale e sulla lingua dell’uomo)

Questa concezione porterà Benjamin verso una filosofia che ricerca non solo il dato immediato delle cose, ma anche il loro risvolto simbolico e allegorico, dando alle parole un valore di trascendenza che avvicinerà il pensiero di Benjamin alla dimensione platonica, oltre che a quella ebraica, in cui, secondo un critico come Gershom Scholem, Benjamin «è stato a lungo un puro mistico del linguaggio»:

«La comprensione della concezione platonica del rapporto tra verità e bellezza è non soltanto il desiderio supremo di ogni filosofia dell’arte, ma anche uno sforzo insostituibile per determinare il concetto stesso di verità. [...] L’idea è qualcosa di linguistico, più precisamente: qualcosa che, nell’essenza della parola, coincide con quel momento per cui la parola è simbolo.»
(Il dramma barocco tedesco) ­ 1929.

Per Benjamin la verità si mostra all’intelletto quando la parola riesce a purificarsi a tal punto da incarnare simbolicamente l’idea. Tale purificazione accade nella poesia e nell’arte in generale. Per questo Benjamin affianca per tutto il corso della sua vita all’attività filosofica l’attività di recensore letterario.

Il suo interesse per il valore gnoseologico della letteratura porterà delle opere come Il compito del traduttore (1921), le Affinità elettive (1924) e gli articoli raccolti in Angelus Novus (1955).

Nella sua vastissima attività di recensore egli sviluppa una vera e propria filosofia della critica, come si nota nel suo lavoro critico sull’opera proustiana:

«Ciò che si deve cercare in Proust ed elevare a punto cardinaledella considerazione critica è questa consunzione e perdita dellavera vita, di cui solo il ricordo ci parla. »
(Ombre corte) ­ 1928

Ed è da Proust che Benjamin trae la nozione di «memoria involontaria», idea che avrà un grande peso nella sua riflessione sulla filosofia della storia.

Ma nel 1926 c’è una svolta nel pensiero benjaminiano: l’incontro col marxismo. Egli farà un viaggio a Mosca e vivrà un tormentato amore per Asja Lacis che lo ha avvicinato alla realtà del marxismo rivoluzionario. Da questa svolta scaturisce un’opera: Strada a senso unico, in cui Benjamin cerca già di operare una sintesi dell’ebraismo messianico con la dialettica marxista.

«...la borghesia, sia che vinca o che soccomba nella lotta, è comunque condannata a perire dalle sue interne contraddizioni che le riusciranno fatali nel corso del suo sviluppo. La questione è soltanto se essa perirà per mano propria o per mano del proletariato.»
(Strada a senso unico)

Ma Benjamin non accetta il marxismo dogmaticamente, così come non cade mai in un misticismo gratuito. Egli analizza assai criticamente il materialismo dialettico e tenta di correggerlo con l’ausilio della sua concezione estetico-linguistica.

Forte è anche l’interesse di Benjamin nei confronti dell’infanzia: egli vede nel bambino una capacità di accogliere la verità sepolta nella storia. Da un simile interesse scaturirà un’opera come Infanzia berlinese (1932), apparentemente autobiografica ma che in realtà contiene una filosofia della storia in cui il bambino ha il compito di smascherare, grazie al suo rapporto magico-simbolico col linguaggio, i falsi miti delle classi dominanti.

In quest’opera si legge:

«Con i ricordi ancora gracili dell’infanzia la vita suole per lungo tempo condursi come una madre che accosti il neonato senza svegliarlo. [...]
La nostalgia che l’alfabetiere mi risveglia mostra quanto esso sia stato tutt’uno con la mia infanzia. Č questa che vi cerco in realtà: tutta la mia infanzia, condensata nel gesto col quale la mano inseriva le lettere nella scalanatura in cui esse si allineavano. La mano può ancora sognarlo, ma mai ritrovarlo, mai ripeterlo con uguale verità. Allo stesso modo uno può sognare come ha imparato a camminare. Ma invano. Adesso sa camminare, imparare a camminare non può farlo più.»
(Infanzia berlinese)

In questo passo va rilevata l’importanza assegnata al linguaggio, simbolizzato dall’alfabetiere; linguaggio che in Benjamin avrà sempre più il compito di unire la sfera dei singoli individui con la sfera collettiva. Anche nel suo interesse nei confronti del Surrealismo si può intravedere la ricerca di un linguaggio che liberi l’uomo e che scopra le connessioni nascoste della realtà e delle idee:

«Un errore ovvio: considerare il surrealismo un movimento letterario. In quanto tale esso è certamente poca cosa, senza influenza, una faccenda di conventicole. Ma gli scritti di questi autori formano per così dire solo la punta aguzza di un iceberg che cela la sua estesa massa sotto lo specchio del mare. Č precisamente un compito della critica riconoscere a quali tendenze extraletterarie attuali si connettono questi scritti.»
(Carte per «il surrealismo») ­ 1929

Nel 1934 scrive il saggio L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica in cui approfondisce la sua riflessione estetica che viene incentrata sull’aura dell’opera d’arte e sulla perdita di tale aura con la riproduzione tecnica.

Anche il cinema attira moltissimo l’attenzione del filosofo che a tale proposito scrive:

«Fra le fratture delle formazioni artistiche, il film è una delle più nette. Effettivamente, sorge con esso una nuova regione della coscienza. Esso è per dirla in breve - l’unico prisma nel quale, in maniera intellegibile, significativa e appassionante, si dispiegano all’uomo odierno l’ambiente immediato, gli spazi nei quali vive, attende le sue faccende, si diverte. [...] Esso [il cinema] ha allora fatto saltare, con la dinamite del decimo di Secondo, tutto quest’universo carcerario così che, adesso, intraprendiamo viaggi lontani, avventurosi, fra le sue rovine sparse in un vasto raggio. L’ambito di una casa, di una stanza, può racchiudere in sé dozzine di stazioni fra le più inaspettate...»
(Sulla situazione dell’arte cinematografica in Russia) ­ 1927.

Inoltre Benjamin si dedica, negli ultimi anni della sua vita, a un’opera monumentale, che resterà incompiuta, i Passages parigini, in cui la raccolta e il collage dei frammenti di un’epoca del passato può far scaturire quel varco attraverso cui si rivela lo Jezt-zeit (il Tempo-ora).

L’istante rompe il tempo storicista e astratto che fa credere in una storia continua e uniforme: per l’ultimo Benjamin la temporalità storica è un circuito di energia che si accumula e che può essere liberata da un’azione rivoluzionaria.

L’infanzia, il Surrealismo, la critica d’arte, sono tutti passaggi in cui Benjamin individua la possibilità di localizzare i punti critici della Storia. Proprio nella sua ultima opera importante Benjamin approfondisce questa visione:

«La coscienza di far saltare il continuum della storia è propria delle classi rivoluzionarie nell’attimo della loro azione. [...] E fonda così un concetto del presente come del «tempo attuale», in cui sono sparse schegge di quello messianico. [...] ...ogni secondo era la piccola porta da cui poteva entrare il Messia.»
(Tesi di filosofia della storia) ­ 1940.

Così, alla fine della sua riflessione, Benjamin tenta una grande sintesi tra marxismo e messianesimo ebraico, ma sempre nell’orizzonte della sua riflessione estetica.

Numerosi sono stati perciò i suoi interessi: Proust, il Surrealismo, Baudelaire, la pittura, la poesia, il teatro; sono tutte costellazioni dell’universo benjaminiano, in cui domina la verità riflessa nella costellazione delle idee. Riflesso che è insieme angosciante e pieno di luce.

Come scrisse T. W. Adorno:

«Sotto lo sguardo di Medusa l’uomo si trasforma in ampia misura nel teatro di un processo obiettivo. Per questo la filosofia di Benjamin diffonde lo sgomento quasi nella stessa misura in cui promette la felicità».

Benjamin visse sempre in fuga, viaggiando e scoprendo il mondo che lo circondava e che lo incuriosiva; in questo nomadismo si nascondeva anche un sentimento di estraneità, come chi sente davvero ogni cultura e perciò non appartiene in fondo a nessuna.

Benjamin si suicida nel 1940, per paura d’essere catturato dai nazisti, dato che al valico di Port Bou gli era stata negata la possibilità di sconfinare verso la Spagna, dove poi avrebbe facilmente ottenuto la fuga verso la libertà. Fu l’ultima scelta coraggiosa di un filosofo che non indietreggiò mai di fronte al paradosso di vivere e di pensare, poiché, come ebbe a scrivere lui stesso, «il paradosso è la stretta porta attraverso cui passa la verità.» (Ombre corte)