Filosofo e storico della filosofia, accademico e uomo politico, diffusore in Francia del pensiero di Hegel, Victor Cousin (1792-1867) fu il maggiore esponente della «cultura ufficiale» all'epoca della monarchia di Luigi Filippo.
Egli si propose di utilizzare i contenuti della tradizione filosofica, organizzati ecletticamente in una nuova unità speculativa, per dare sostegno razionale all'autorità sia religiosa che politica, deputate, a suo giudizio, ad assicurare la felicità e il benessere dell'uomo. La sua impostazione di fondo è dichiaratamente spiritualistica ancorandosi egli ad una tradizione che vede continua da Socrate ai suoi giorni. Secondo la sua valutazione, infatti, lo spiritualismo, nato col pensiero socratico, sviluppato nel mondo antico da Platone, ha avuto col Vangelo la sua diffusione universale e con Cartesio la sua compiuta organizzazione razionale; esso è la sola autentica filosofia; quella che nasce dalla sincera riflessione interiore.
Secondo lo spiritualismo, egli dice, l'anima è realtà spirituale, centro di vita e fonte di conoscenza e di azione; in essa dunque risiedono tutte le verità eterne e tutti i valori immortali, quali il vero, il bello e il bene; nell'anima dunque hanno fondamento le Obbligazioni morali, il bisogno religioso e la certezza nell'esistenza di Dio e in un disegno provvidenziale che dà senso e direzione allo sviluppo storico dell'umanità.
Questa filosofia - egli sostiene - è allora «l'alleata naturale di tutte le buone cause»: cioè oltre che della religione, anche della poesia, della letteratura, dell'arte, del diritto; pertanto essa respinge in egual modo la demagogia e la tirannide, insegna a tutti gli uomini ad amarsi e a praticare la giustizia, e conduce la società alla «vera repubblica», cioè a «questo sogno di tutte le anime generose» che - nota Cousin - «ai nostri giorni in Europa la sola monarchia costituzionale può realizzare».
Come per Cousin, anche per François Pierre Maine de Biran (1766-1824) la riflessione interiore - su cui deve basarsi l'autentica filosofia - conduce ad una visione spiritualistica. Con ciò egli dichiara di porsi nella tradizione di pensiero che va da Montaigne a Pascal e a Malebranche.
È vero che la sensibilità umana è «passiva», ma è pur vero che l'esperienza interiore testimonia una «libera attività», indipendente dai condizionamenti della sensazione e della stessa realtà esterna. Questa libera attività anzi ha un primato di valore; nel senso che essa, in modo autonomo, e secondo un criterio permanente di perfettibilità dei propri prodotti, traduce le sensazioni, molteplici e instabili, in conoscenza e in azione. Essa dunque è la condizione assoluta dell'attività teoretica e dell'attività pratica dell'uomo.
Tale attività è la caratteristica della coscienza. Ma che cos'è la coscienza? L'autoriflessione ce la indica come il nostro «senso intimo»; cioè il «sentimento di esistenza individuale», o anche il sentimento dell'identità di sé con sé del soggetto conoscente.
Sul piano, dunque, del discorso teoretico, essa rappresenta non solo la condizione di ogni conoscenza, ma essa stessa una prima la piú semplice e insieme la piú certa - forma di conoscenza; cioè la conoscenza del proprio io come unitario, stabile, permanente nella sua identità; conoscenza del proprio io che non si lascia travolgere e trasformare dalla molteplicità e varietà delle sensazioni, ma che è il centro in cui queste acquistano valore conoscitivo.
Sul piano, poi, del discorso pratico, la coscienza testimonia all'io che vuole ed agisce di essere «forza» e «causa», unico principio di ogni atto di libera volontà e unica origine di tutti i suoi prodotti.
C'è infine un terzo piano su cui va inoltre condotto il discorso sulla coscienza: quello religioso, quello della fede.
Il «senso intimo» rappresenta la fonte delle certezze religiose, e soprattutto di quella che «esiste un Essere ordinatore di tutte le cose», cioè Dio. E infatti nella coscienza, attraverso l'esperienza della preghiera e della meditazione, che Dio si manifesta all'uomo essa è pertanto il «luogo» di una «rivelazione originaria di Dio» che non solo non contraddice, ma integra e potenzia quel]a di cui la Chiesa è depositaria e custode.
L'uomo dunque ha «tre vite» distinte: quella organica, quella «Tre vite» cosciente e quella religiosa; la prima è in funzione della seconda, ma questa non si riduce - come voleva Condillac - alla prima, né dipende totalmente da essa; inoltre la seconda è in funzione della terza, ma anche in questo caso la terza non può ridursi o esaurirsi nella seconda. Di qui de Biran trae alcune conclusioni, come ad esempio quella che la libertà che si esperisce nella vita cosciente non costituisce il grado massimo di libertà dell'uomo; infatti solo nella vita religiosa la libertà è compiuta, in quanto l'uomo è completamente sottratto alle influenze delle passioni.
Sul piano formale il discorso filosofico di de Biran approda a un esito religioso; in realtà la prospettiva religiosa ne costituisce il presupposto logico e la motivazione. Esso risponde allo scopo di garantire razionalmente l'autorità della Chiesa il cui messaggio, per il filosofo, trova fondamento psicologico nella rivelazione interiore di Dio all'individuo; esso è conformato all'obiettivo di difendere la continuità della presenza della Chiesa nella tradizione storica.
Ma c'è di piú; la difesa del ruolo della Chiesa è contestuale a quella delle istituzioni socio-politiche esistenti; de Biran infatti tinge Le istituzioni d'ottimismo l'evoluzione di quelle istituzioni, garantendone «religiosamente» l'autorevolezza e l'autorità. Come l'individuo - egli dice infatti - tende all'«assoluto», cosí anche l'umanità nel suo complesso; le istituzioni sociali e politiche pertanto sono in cammino verso forme sempre piú perfette; il destino dell'individuo e quello dell'umanità associata si compiranno quando i «valori assoluti» diventeranno norma sia dell'esistenza singola che della convivenza civile.