Personalità veramente atipica quella di Sören Kierkegaard, nato a Copenhagen il 5 maggio 1813 e morto, a soli 42 anni, nel 1855. E non solo per fattori «esteriori», come quello, ad esempio, che - in contrasto col baldanzoso orgoglio dei propri pensieri, che caratterizzò i filosofi suoi contemporanei - egli pubblicò i suoi scritti sotto pseudonimi sempre diversi, quasi a dissimulare la loro autentica paternità; ma soprattutto perché, tenendosi lontano dall'ambiente accademico e dalle pubbliche dispute filosofiche, maturò la sua concezione in piena solitudine - vivendo di una piccola eredità lasciatagli dal padre - e in intenzionale distacco dalle vicende storiche del suo tempo.
Certo, il suo pensiero non nasce dal nulla; in fondo, niente nasce dal niente; egli frequentò la facoltà teologica di Copenhagen, dominata dallo spirito della filosofia hegeliana, e seguí, poi, nel biennnio 1841-42, le lezioni che Schelling, ormai vecchio, tenne a Berlino; quindi conobbe direttamente il pensiero idealistico. Ma il nucleo originale della sua visione nel mondo, sebbene si ponga come uno dei possibili aspetti antitetici all'idealismo (fin dalle radici, cioè fin dal concetto stesso di filosofia), non nacque tuttavia come opposizione all'idealismo. Il suo fondamento non sta in un'eventuale polemica con esso, anche se Kierkegaard non si sottrasse al dovere di criticare l'idealismo e di polemizzare, specificamente, con Hegel. Insomma la sua posizione speculativa non nasce dalla logomachia, ma dall'esperienza interiore di se stesso, quasi come racconto di quell'esperienza, e sicuramente come «testimonianza», sul piano discorsivo, della sua concezione dell'esistenza umana quale egli l'ha vissuta e analizzata in prima persona, in virtù dell'autoriflessione. Testimonianza che, pur conservando un'articolazione logica interna, per lo piú sfugge al rigore formale della trattatistica filosofica, per assumere sovente la veste letteraria e talvolta anche toni lirici; cose che potevano rendere meglio, a suo avviso, l'idea della priorità della vita sul discorso logico:
Premettere la teoria alla vita significa coltivare l'illusione che essa possa «creare» la vita; il che è impossibile. Chi fa ciò, in realtà, non fa altro che proporre un «ideale» di esistenza a cui egli ama pensare ma che non avrà alcuna incidenza nella sua vicenda quotidiana, se non quella di produrre una scissione tra ciò che si pensa e ciò che si è e si fa. È questo infatti l'errore di Hegel.
Perciò Hegel non fu che un «professore», mentre la filosofia, come pensiero che «spiega» la vita riflettendo l'esperienza dell'uomo concretamente esistente, ha bisogno, piuttosto, di «confessori», di «testimoni».
Sicché, coerentemente, Kierkegaard propone il suo «esistenzialismo» in conformità alla sua esperienza vitale. Esperienza segnata dal dolore, dall'angoscia, dalla disperazione, dalla fede. La sua esistenza infatti fu dominata, a suo dire, dagli effetti di un «grande terremoto» spirituale verificatosi nel corso della sua giovinezza, sulle cui cause egli non ci dà ragguagli, ma solo allusioni, come quando parla di una «scheggia nelle carni» e come quando dice: «Una colpa doveva gravare su tutta la famiglia, un castigo di Dio discendere su di essa; essa doveva scomparire, cancellata come un tentativo mal riuscito dalla potente mano di Dio». Per questa «colpa» e per questa «scheggia» egli visse sotto l'incubo ossessivo di una permanente minaccia, che gli faceva apparire vano ogni possibile progetto e non gli permetteva di nutrire alcuna aspirazione se non quella di ritrovarsi solo con se stesso. Per quella «colpa» e per quella «scheggia» egli mandò all'aria, senza un ragionevole motivo, il suo fidanzamento con Regina Olsen, e si impedí di dare un volontario orientamento alla sua vita, preferendo l'indecisione, l'equilibrio instabile; del che egli quasi si inorgoglisce, se è «autentico» quanto dice in questo passo:
Unico frutto che la sua vita ha lasciato dietro di sé, pertanto, sono solo le sue opere: Il concetto dell'ironia (1841), Aut-Aut (1843), Timore e tremore (1843), La ripetizione (1843), Briciole filosofiche (1844), Il concetto dell'angoscia (1844), Prefazione (1844), La malattia mortale (1849).
Il periodo piú fecondo è quello del biennio 1843-1844, intorno ai trenta anni, in cui egli definisce i punti-cardine della sua concezione, e che si apre con l'opera Aut-Aut, su cui ora ci soffermeremo.
Paradossale è la condizione umana. Esistere significa «poter scegliere»; anzi, essere possibilità. Ma ciò non costituisce la ricchezza, bensí la miseria dell'uomo. La sua libertà di scelta non rappresenta la sua grandezza, ma il suo permanente dramma. Infatti egli si trova sempre di fronte all'alternativa di una «possibilità che sí» e di una «possibilità che no» senza possedere alcun criterio di scelta. E brancola nel buio, in una posizione instabile, nella permanente indecisione, senza riuscire ad orientare la propria vita, intenzionalmente, in un senso o nell'altro. Egli sente l'aut-aut come una minaccia; avverte cioè la minaccia della propria rovina come effetto di una scelta erronea. In ogni caso sa che la sua esistenza acquisterà un senso conforme alla scelta che avrà operato; e ciò pesa sulla sua anima, opprimendola. Di fronte a questa tremenda responsabilità, è tentato a sospendere la scelta, a rinviarla, per prender tempo, per ponderare meglio, specie quando sono in gioco questioni determinanti per la propria vita. Se cede a questa tentazione, cade semplicemente nell'illusione. Sospendere la scelta non significa sospendere la vita, la sua vita, che, nell'attesa illusoria di tempi piú opportuni, continua il suo corso, mutando le condizioni d'esistenza e perciò vanificando le alternative precedenti e, con esse, la stessa libertà di scelta, che cosí sarà perduta. Non c'è dubbio che sarebbe meglio non scegliere non scegliere; ma anche il non scegliere implica comunque una scelta, quella di lasciarsi determinare dagli eventi, dalle circostanze, dagli altri uomini; e, in ogni caso, significa perdere se stessi, lasciarsi morire.
L'uomo dunque è solo di fronte all'aut-aut; solo in lui risiede la responsabilità delle sue scelte, e solo su di lui ricadono le conseguenze. Perché egli, sul piano mondano, è sempre un singolo. Egli non assume il suo significato dall'appartenenza al genere umano anzi, a differenza del mondo animale, in cui l'individuo è «realtà precaria», totalmente determinato dalla specie a cui appartiene e, tutto sommato, insignificante rispetto ad essa, nel mondo umano, invece, «l'individuo è piú alto del genere». Ciò significa però che egli vive permanentemente il peso della sua dolorosa solitudine. E in quanto singolo, è in perenne ricerca di una sua identità, di un modello di vita, di un ideale a cui conformare la propria esistenza.