CAPITOLO QUARTO

HEGELISMO ED ANTIHEGELISMO NELLA PRIMA META DELL'OTTOCENTO

10. Feuerbach: Dio proiezione dell'uomo


Nato nel 1804 a Landshut, Ludwig Feuerbach fu scolaro di Hegel a Berlino e diventò poi libero docente all'Università di Erlangen. Ma quando per le sue idee sulla religione - esposte nel saggio Pensieri sulla morte e l'immortalità (1830) - gli fu impedito il proseguimento della carriera universitaria, si ritirò a vita privata a Bruckberg, dove però, tra il 1831 e il 1848, si dedicò intensamente allo studio. In questo periodo si distaccò dall'hegelismo; la manifestazione pubblica di questo distacco ebbe luogo con la pubblicazione di Critica della filosofia hegeliana (1839). Sulla scorta di questo recente orientamento diede alle stampe poi, nel 1841, L'essenza del cristianesimo, considerata generalmente la sua opera piú rilevante; a cui seguirono, nel 1844, i Principi della filosofia dell'avvenire, e, nel 1845, L'essenza della religione. Allorché poi, negli entusiasmi per gli eventi del `48, un gruppo di studenti dell'Università di Heidelberg lo invitò a tenere alcune lezioni che rappresentassero una voce alternativa al conformismo del mondo accademico, che si muoveva in filosofia sulla linea della ripetizione pedante dei principi hegeliani, Feuerbach ripropose in questa occasione le idee già maturate, che trovarono una nuova sistemazione editoriale nelle Lezioni sull'essenza della religione (1851). Delle altre sue opere ricorderemo Teogonia secondo le fonti dell'antichità classica ebraico-cristiana (1857), Divinità libertà e immortalità dal punto di vista dell'antropologia (1866), Spiritualismo e materialismo (1866), L'eudemonismo (pubblicato postumo); opere redatte nell'ultima parte della sua vita, che si chiuse nel 1872.

A ben vedere - sostiene Feuerbach - Hegel ha trasferito gli attributi della divinità religiosa, quali l'infinità e l'assolutezza, all'Idea; e da questa ha fatto scaturire, come nelle concezioni religiose, la natura e la storia. Dunque il sistema hegeliano è una teologia mascherata. Pertanto la stessa «critica alla teologia» può mettere in luce i limiti dell'impostazione del discorso filosofico di Hegel.

L'errore della teologia sta nel porre l'essere dell'uomo fuori della realtà empirica dell'uomo stesso, sta nel porre la realtà umana come realtà divina, libera da ogni limite della sua condizione naturale e storica.

Hegel compie un errore analogo: ridotto l'uomo a pensiero, pone il pensiero come realtà assoluta, che trascende l'empiricità e la storicità dell'uomo concreto; anzi, in quanto «naturale», «empirico», l'uomo è per lui un momento transeunte ed insignificante dello sviluppo del Pensiero.

La filosofia deve allora capovolgere questa impostazione di discorso; deve compiere l'operazione inversa a quella messa in atto dalla teologia e dallo hegelismo. Deve, insomma, riportare l'Infinito nel finito, l'Assoluto nel contingente, cioè il Divino nell'umano, il Pensiero nella realtà naturale dell'uomo; di modo che si riconoscano l'infinità, l'assolutezza, la divinità come caratteri propri dell'essere dell'uomo.

La filosofia, dunque, ha da percorrere ancora altro cammino, diversamente da quanto crede la «destra» hegeliana, che ritiene che il sistema di Hegel rappresenti il punto d'approdo teoretico dello sviluppo dello spirito, e che giudica quel sistema come lo sforzo ultimo e definitivo di una conoscenza razionale della realtà.

La filosofia hegeliana... viene definita e proclamata - se non dal maestro, dai discepoli, e dai discepoli ortodossi, che sono perfettamente conseguenti, perfettamente in accordo con l'insegnamento del maestro - la filosofia assoluta, cioè niente meno che la filosofia in persona. E non è molto che un hegeliano - che oltre a tutto è una mente acuta e filosofica ha cercato di dimostrare nelle dovute forme - e, dal suo punto di vista, con buoni argomenti - che la filosofia hegeliana «è l'assoluta realtà dell'idea di filosofia».
Se la filosofia hegeliana fosse l'assoluta realtà dell'idea di filosofia, allora l'arresto della ragione nella filosofia hegeliana dovrebbe avere come conseguenza necessaria l'arresto del tempo: perché se il tempo continuasse, come prima, il suo dolente cammino, la filosofia di Hegel dovrebbe immancabilmente perdere il predicato dell'assolutezza.
Proiettiamoci col pensiero, per alcuni istanti soltanto, nel futuro dei prossimi secoli. Non fosse che per ragioni cronologiche, la filosofia hegeliana non ci apparirà forse come una filosofia di un'altra epoca, giuntaci attraverso una tradizione? Potremo noi considerare nostra, presente, quella che è la filosofia di un'altra epoca, la filosofia del passato?... E non sentiremo anche noi la filosofia hegeliana come una costrizione esteriore, come un peso, proprio come un tempo i riformatori sentirono l'Aristotele della tradizione medievale?
(Per la critica della filosofia hegeliana)

Nell'Essenza del cristianesimo Feuerbach nota come la coscienza che l'uomo ha di Dio è la coscienza stessa ch'egli ha della sua realtà umana; realtà che però è stata trasposta su un piano meta-fisico, meta-storico. Per quali ragioni però avviene questo processo di trasposizione? Feuerbach lo analizza con acume.

Nel rapporto con le cose esterne, io ho coscienza dell'oggetto; nel rapporto con me stesso io ho autocoscienza. Orbene, nel fenomeno religioso l'oggetto religioso non è «esterno» ma «interno» all'uomo. Quindi l'atteggiamento religioso è fondamentalmente un rapporto dell'uomo con se stesso. In senso proprio, dunque, la coscienza di Dio non è altro che l'autocoscienza dell'uomo, cioè non è altro che la coscienza che l'uomo ha della sua autentica realtà. Quand'anche s'immagini Dio esterno all'uomo, è pur sempre l'uomo che lo pensa, in sé, come esterno a sé. Pertanto l'oggetto dell'esperienza religiosa, per quanto lo si immagini separato dall'uomo, non è scindibile di fatto dall'interiorità dell'uomo stesso. Anzi esso rivela la coscienza che l'uomo ha della sua propria essenza.

L'oggetto sensibile è in sé un oggetto indifferente, indipendente dai convincimenti, dal giudizio; l'oggetto della religione invece è un oggetto prescelto, è l'essere piú pregiato, il primo, il piú eccelso; per sua natura presuppone un giudizio critico, la distinzione fra il divino e il non divino, fra Il degno di adorazione e il non degno di adorazione. E qui perciò vale senza riserve la proposizione: ciò che l'uomo pone come oggetto null'altro è che il suo stesso essere oggettivato. Come l'uomo pensa, quali sono i suoi principi, tale è il suo Dio; quanto l'uomo vale, tanto e non piú vale il suo Dio. La coscienza che l'uomo ha di Dio è la coscienza che egli ha di se stesso, la conoscenza di Dio è la conoscenza che l'uomo ha di sé. Tu conosci l'uomo dal suo Dio, e, reciprocamente, Dio dall'uomo; l'uno e l'altro si identificano. Per l'uomo è Dio il proprio spirito, la propria anima e ciò che per l'uomo è spirito, ciò che è la sua anima, il suo cuore, quello è il suo Dio: Dio è l'intimo rivelato, l'essenza dell'uomo espressa; la religione è la solenne rivelazione dei tesori celati dell'uomo, la pubblica professione dei suoi segreti d'amore.
(L'essenza del cristianesimo)

Insomma, nell'intimo dell'esperienza religiosa, l'uomo proietta di fronte a sé, oltre di sé, separato da sé, ciò che egli pensa di sé, ciò che egli è, e ciò che egli vuole essere. Di questa proiezione egli non è pienamente consapevole; questa rivelazione di sé, nell'ambito dell'esperienza religiosa, l'uomo la compie solo immediatamente e nella forma rappresentativa.

Ma da quanto abbiamo detto non si deve dedurre che l'uomo religioso sia direttamente consapevole che la coscienza che ha di Dio sia la stessa autocoscienza del suo proprio essere, perché appunto il non esser consapevole di ciò è il fondamento della vera e propria essenza della religione. Per evitare questo equivoco diremo meglio: la religione è la prima ma indiretta autocoscienza dell'uomo. Perciò la religione precede sempre la filosofia, nella storia dell'umanità cosí come nella storia dei singoli individui. L'uomo sposta il suo essere fuori da sé, prima di trovarlo in . In un primo tempo egli è consapevole del proprio essere come di un altro essere. La religione è l'infanzia dell'umanità; il bambino vede il proprio essere l'uomo, fuori da sé, ossia oggettiva il proprio essere in un altro uomo.
(L'essenza del cristianesimo)

In ciò sta dunque l'aspetto positivo dell'esperienza religiosa; essa segna una tappa importante nell'evoluzione spirituale dell'uomo.

Ma tale evoluzione non perverrà mai a scoprire la natura stessa e l'interno meccanismo del fenomeno religioso e di ogni possibile religione; se ciò avvenisse, infatti, significherebbe che la religione ha come meta del suo sviluppo... l'annullamento di sé. Il che è impossibile ammettere. Pertanto il compito di «superare» la religione spetta alla filosofia, ad una filosofia che proponga un'«antropologia» al posto della «teologia».

Ma ciò che la religione da se stessa non può fare, cioè studiare la sua natura come un qualsiasi oggetto, può farlo il pensatore, che perciò penetra nell'essenza della religione e ne rivela ogni segreto. Il nostro compito è appunto di mostrare che la distinzione tra il divino e l'umano è illusoria, cioè che null'altro è se non la distinzione fra l'essenza dell'umanità e l'uomo individuo, e che per conseguenza anche l'oggetto e il contenuto della religione cristiana sono umani e nient'altro che umani.
(L'essenza del cristianesimo)

Quando si riguardi la religione con occhio filosofico, allora verrà in evidenza che

la religione, per lo meno la religione cristiana, è l'insieme dei rapporti dell'uomo con se stesso, o meglio con il proprio essere, riguardato però come un altro essere. L'essere divino non è altro che l'essere dell'uomo liberato dai limiti dell'individuo, cioè dai limiti della corporeità e della realtà, e oggettivato, ossia contemplato e adorato come un altro essere da lui distinto. Tutte le qualificazioni dell'essere divino sono perciò qualificazioni dell'essere umano.
(L'essenza del cristianesimo)

E quando la critica alla religione ha mostrato che «i predicati attribuiti a Dio sono solo predicati umani», allora l'uomo, negando quegli attributi a Dio, li riconoscerà come suoi propri. L'amore, la bontà, la personalità si riveleranno caratteristiche dell'essenza dell'uomo. E riconoscendo che «anche l'esistenza di Dio, anche la fede nell'esistenza di un qualsiasi dio è un antropomorfismo, una proiezione assolutamente umana», egli rifiuterà di rendersi oggetto di un tal Dio, respingerà la immaginata dipendenza da lui.


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