Dopo il Congresso di Vienna si verificò in Francia un'ondata di reazione contro quella che appariva un'infausta vicenda iniziatasi con l'orgia antitradizionalista dell'Illuminismo, proseguita con gli eventi della Rivoluzione, e compiutasi catastroficamente con l'avventura napoleonica. L'orientamento prevalente tra gl'intellettuali dell'epoca fu di ricostruire culturalmente la Francia, proponendosi un programma di «restaurazione culturale» correlativo a quello di «restaurazione politica». Era il periodo in cui si diffondeva anche in territorio francese il romanticismo tedesco, che fu quindi - corrispondentemente ai bisogni della nuova situazione storica - utilizzato soprattutto in funzione polemica contro l'illuministico «rifiuto della tradizione». Insomma la penetrazione delle tematiche romantiche produsse un robusto movimento di «ritorno alla tradizione», di recupero soprattutto del filone spiritualistico, che sempre è stato presente nella storia delle filosofie europee.
È vero che questo movimento conviveva con l'altro, di cui fu ispiratore Saint-Simon, che teorizzava la rinascita della Francia attraverso la creazione di un nuovo assetto sociale e politico costruito sulla base dei contributi della scienza e della tecnica, e che sfociò nel «positivismo» di Comte. Ma la cultura, per cosí dire, ufficiale, quella che credette d'interpretare correttamente il proprio molo storico in relazione ai compiti che si proponeva la restaurata monarchia francese, e in armonia con i filoni di discorso che andavano dominando nell'Europa continentale, si orientò decisamente verso il recupero della tradizione, quasi come per riannodare un filo che solo un puro «accidente» aveva spezzato, quindi quasi come se volesse esorcizzare quel periodo che va, grosso modo, dalla metà del Settecento alle sconfitte francesi nelle guerre contro le forze «coalizzate».
Questa «cultura della restaurazione» ebbe due momenti significativi: uno, nel filone che vien comunemente definito «tradizionalismo», in cui lo scopo dichiarato e perseguito è chiaro, esplicito; l'altro, in quello che è designato come «ideologia», i cui pensatori, pur partendo da presupposti a prima vista lontanissimi dall'obiettivo del «ritorno alla tradizione», vi approdarono di fatto, quasi per moto naturale.
Il vincolo alla cultura europea è testimoniato da Madame de Stael (1766-1817), che, nell'opera Germania, riprende e diffonde l'idea romantica di una Storia in cui passato e presente sono inscindibilmente uniti, sussistendo tra essi una continuità costituita da] fatto che nel corso degli eventi si attua un unico piano divino, si rivela un disegno divino.
Il recupero della continuità col passato che fu l'elemento caratterizzante il filone dei tradizionalisti si trasformò poi con René de Chateaubriand (1769-1848) nel progetto - attuato nell'opera Genio del Cristianesimo - di rivalutare il cattolicesimo proprio come l'elemento storico della continuità tra i secoli, in quanto esso, a suo giudizio, è unico depositario degli autentici valori umani che la civiltà occidentale si trasmette da secolo a secolo.
Anche la riflessione filosofica sul tema politico si dà un fondamento metafisico-religioso, attingendo alla tradizione del pensiero cattolico; Louis de Bonald (1754-1840), infatti, nelle opere Teoria del potere politico e religioso nella società civilizzata e Legislazione primitiva sostiene: Dio ha creato l'uomo e gli garantisce la conoscenza della verità; lo Stato è strumento che media il rapporto tra Dio e popolo; la sua autorità, quindi, ha origine divina, e la sua funzione, come «rappresentante» dei voleri di Dio nel corso degli eventi, ha un significato religioso; per cui solo lo Stato è e dev'essere depositario della «sovranità»; pertanto l'uomo, piú che diritti da rivendicare, ha doveri da osservare rispetto allo Stato come rispetto a Dio.
Questo orientamento di pensiero si ritrova anche nelle opere di Joseph de Maistre (1753-1821), che, giudicando la filosofia del Settecento - con la sua teorizzazione dell'autonomia della ragione umana - una vera aberrazione dello spirito, afferma: l'uomo non ha autonomia né nella ricerca della verità né, in relazione alla convivenza sociale, in quella della giustizia; la storia realizza un disegno divino, provvidenziale, di cui solo la Chiesa e lo Stato sono interpreti autentici, pertanto all'uomo spetta unicamente il compito di piegarsi docilmente all'autorità di queste istituzioni.
In questo orizzonte di discorso si snoda anche l'iter speculativo di Robert de Lamennais (1782-1854), benché in modo piú articolato. In un primo tempo, infatti, sostenne che la malattia del secolo è l'indifferenza religiosa, dovuta alla eccessiva fiducia che l'uomo ripone nella propria ragione individuale, fiducia che ha le sue origini nella filosofia cartesiana e in quella degli illuministi; cosí l'uomo «crede» di poter attingere la verità con la propria «ragione individuale», dimenticando che solo la «ragione comune», diffusa in tutti gli uomini, è in grado di farlo; infatti solo la «ragione comune» è depositaria di quella rivelazione di Dio su cui si fonda la fede cattolica e che la Chiesa conserva e presenta.
Quando queste tesi furono condannate dalla Chiesa, che si vedeva sottratto il ruolo di unica ed autentica depositaria della rivelazione divina, Lamennais propugnò un ideale di libera società religiosa, ribadendo, in armonia con la filosofia di Rosmini, che la prima rivelazione avviene nel pensiero umano, in quanto esso possiede l'idea di essere infinito, che altro non è che l'idea di Dio donatagli da Dio stesso.
Il programma dei pensatori del secondo filone cui abbiamo accennato, quello degli ideologi, era di procedere all'analisi delle sensazioni e delle idee, sulla linea di discorso indicata da Condillac. Quando però quell'analisi sembrava condurre a una fondazione «organicista» della vita spirituale, gli «ideologi», sposando il generale rifiuto dell'Illuminismo, e in particolare di quelle filosofie materialistiche che pure trovarono spazio nel clima «illuminato» del secolo XVIII, tentarono, con un'operazione che appare inverosimile, di ancorarsi alla tradizione spiritualistica europea.
Destutt de Tracy (1754-1836) fu autore dell'opera Elementi di ideologia, che ispirò il nome al movimento. Tutte le manifestazioni della vita dello spirito non hanno altra radice che le impressioni sensibili; e infatti le distinzioni tra le varie funzioni spirituali si spiegano in virtù della diversità delle impressioni sensibili:
Sicché «giudicare» è «sentire una connessione o relazione», «di convenienza o di sconvenienza», tra «due idee», cioè tra due sensazioni; «ricordare» è sentire attualmente una sensazione passata, «desiderare» e «volere» sono le impressioni nate dalle sensazioni legate al bisogno, e «sentire», in senso proprio, è avvertire le sensazioni prodotte da un oggetto presente.
Pertanto anche etica e politica sono elaborabili «ideologicamente»; infatti i sentimenti morali e quelli sociali derivano tutti, come le idee, da impressioni sensibili, hanno cioè fondamento organico.
Pierre Cabanis (1757-1808), medico, sviluppò il tema enunciato nel titolo della sua opera Rapporti tra il fisico e il morale dell'uomo. Se Destutt de Tracy aveva tentato la riduzione di tutte le funzioni psichiche alla sensibilità, egli, sapendo bene che la sensibilità dipende dal sistema nervoso, va oltre, e si propone cosí di dimostrare che tutte le attività dello spirito dipendono totalmente dalla fisiologia nervosa. Anche la psicologia e l'etica vanno dunque studiate scientificamente, riconducendole alle condizioni neurologiche della vita dell'uomo.
Sembrerebbe questa un'impostazione materialistica dello studio dell'uomo. Ma in verità Cabanis non è materialista. Infatti nella Lettera sulle cause prime egli riafferma tutte le argomentazioni comuni alle filosofie spiritualistiche classiche: esiste l'anima, cioè una sostanza spirituale, la cui funzione è di dare unità e movimento agli organi corporei; pertanto esiste Dio, causa intelligente del mondo, che ha impresso ad esso oltre all'unità armoniosa delle sue parti anche un ordinamento finalistico.
Sicché con Cabanis anche l'«ideologia», nonostante le sue proclamate esigenze di spiegare con rigore scientifico la vita spirituale dell'uomo (al punto, ad esempio, che Cabanis sviluppa anche il discorso sulle «influenze del sesso sul carattere delle idee e dei sentimenti morali»), non si sottrae, poi, alla tentazione di ricondurre le sue ricerche nell'alveo di quello spiritualismo mai spento - lo ribadiamo - nella tradizione filosofica e, in generale, nella cultura occidentale.
Tra «ideologia» e «tradizionalismo» si pone, poi, quel gruppo di pensatori che sono indicati come «eclettici». Questi, di cui ricordiamo PIERRE LAROMIGUIERE (1756-1837), PIERRE-PAUL ROYER-COLLARD (1763-1843) e THÉODORE JOUFFROY (1796-1842), coniugarono insieme gli esiti spiritualistici degli «ideologi» con il recupero della tradizione dei «tradizionalisti»; l'uomo è spirito, sostengono, ma nel senso che è centro attivo, causa della vita spirituale. Al gruppo apparteneva anche il fisico André Marie Ampère (1775-1836) il quale, per dar credito e forza alla tesi della spiritualità dell'uomo, affermò, con argomentazione sorprendente, che religione e scienza esprimono entrambe «ipotesi» verosimili, e pertanto le verità della religione, quali l'esistenza di Dio, l'esistenza e l'immortalità dell'anima, hanno lo stesso grado di certezza delle verità scientifiche. In tutto questo panorama della filosofia francese nell'età della Restaurazione meritano un posto a parte Victor Cousin e Maine de Biran, coi quali il ritorno allo spiritualismo tradizionale acquista fondamento nella rimeditazione storica, e specialmente nella riflessione sulla storia della cultura.