CAPITOLO PRIMO

FILOSOFIA E CULTURA NELL'ETA' DEL ROMANTICISMO

4. La natura, l'anima bella e il gioco


Wolfgang von Goethe (1749-1832), poeta, drammaturgo, romanziere, fu anche autore di scritti scientifici e filosofici, tra cui ricordiamo La teoria dei colori, Sulla scienza della natura e Sulla morfologia.

Partecipò agli entusiasmi che caratterizzarono lo Sturm und Drang. Ma, dopo un viaggio in Italia, portò a maturazione quel gusto della classicità e quell'ideale umano di equilibrio armonico tra naturalità e spiritualità ch'egli vedeva incarnato nelle opere classiche e che interpretò come manifestazione di quell'unità di mondo e Dio verificabile, a suo giudizio, ad ogni osservazione, anche settoriale, della realtà naturale.

Oggetto della sua riflessione speculativa fu la natura, ch'egli presenta come una realtà organicamente strutturata e pervasa da un moto di vita incessante; realtà che tutto abbraccia e che genera da sé ogni sorta di fenomeni, da quelli vegetali alle espressioni dello spinto umano.

Natura! Noi ne siamo circondati e abbracciati, senza poterne uscire e senza potervi penetrare piú a fondo. Senza esserne pregata né diffidata, essa ci afferra nel cerchio della sua danza, e continua sin quando non siamo stanchi e cadiamo nelle sue braccia. Continuamente essa crea nuove forme: ciò che è, mai era stato, e ciò che era non ritorna piú: tutto è nuovo, eppur è ancora sempre l'antico.
(La
Natura)

Tutte le sue creazioni sono momenti particolari di un progetto creativo totale ed unitario. E proprio la sua vita incessante, che si manifesta nella varietà delle creazioni, dimostra ch'essa è divina; anzi:

La natura nasconde Dio!
(Aforismi
e frammenti)

L'uomo, espressione eminente della vita divina della natura, è reso da essa creatura potente; ad essa deve le sue capacità e, soprattutto, la sua creatività. Ma il suo potere non può spingersi fino alla penetrazione totale dei suoi misteri, fino al suo pieno possesso.

Noi viviamo in mezzo ad essa, e tuttavia le siamo estranei. Essa parla ininterrottamente con noi, e non tradisce il suo segreto. Noi agiamo costantemente su di lei, e non abbiamo su di lei nessun potere.
(La
Natura)

Anzi è l'uomo ad essere posseduto dalla natura, volente o nolente; in ciò consiste la sua compiutezza umana e la sua felicità. Ma il mistero dell'uomo, figlio della natura, è il mistero stesso della natura: esso pertanto non è svelabile.

All'uomo è concesso addentrarsi nel mistero della realtà naturale con le armi della conoscenza: ma, per Goethe, l'impresa non avrà mai compimento; inoltre all'uomo è impossibile descrivere un sistema della natura, perché non c'è «sistema naturale».

«Sistema naturale»: un'espressione contraddittoria. La natura non ha alcun sistema; essa ha, o meglio, è vita, derivante da un centro sconosciuto verso un confine non riconoscibile. La considerazione della natura è, perciò, senza fine, o che ci si addentri sempre piú nel minuto, o che ci si estenda sempre piú verso il grande e l'elevato.
(Aforismi
e frammenti)

Per quanto gli è possibile conoscere di questa realtà vivente, sempre rinnovantesi, l'uomo deve procedere con metodo. Bisogna partire quindi dall'osservazione cogliendo la costanza e la concatenazione dei fenomeni empirici. Attraverso poi la riproduzione sperimentale, in condizioni diverse da quelle in cui l'evento è stato colto, possiamo tradurre il fenomeno empirico e particolare in fenomeno razionale e universale. Quindi giungeremo a cogliere, con l'intuizione, il fenomeno puro, che non è un fenomeno a sé, isolabile e analizzabile, ma ciò che si mostra in tutti i fenomeni osservabili.

Per fare scienza però - ammonisce Goethe - c'è bisogno insieme dell'analisi e della sintesi. Infatti, dato che la natura è una totalità organica, l'uso esclusivo dell'analisi produrrebbe la separazione di ciò che in realtà è unito.

Ma se l'uomo di scienza cerca di indagare la forza misteriosa della natura, l'artista manifesta e vive questa stessa forza vitale e creatrice, anche se trae le sue forme dalle realtà fenomeniche.

Appena l'artista afferra un oggetto della natura, ecco che questo non appartiene già piú alla natura. Si può, anzi, dire che l'artista in questo momento crei, estraendo dall'oggetto ciò che è significativo, caratteristico e interessante, o, anzi, collocandovi per la prima volta un valore superiore.
(Introduzione
ai «Propilei»)

Ma la condizione per essere artista è che l'uomo si esprima - nelle forme specifiche dell'attività creativa - con tutte le sue potenzialità: sensibili e spirituali.

Ogni arte richiede l'uomo integrale, e il grado supremo dell'arte richiede l'intera umanità.
(Introduzione
ai «Propilei»)

L'opera d'arte, cosí, riuscirà a coinvolgere l'uomo che ne gode con tutte le sue facoltà, con la sua sensibilità e con la sua spiritualità, col suo pensiero e con la sua volontà. E questo è il segno caratteristico del capolavoro.


L'inizio dell'attività filosofica di Friedrich Schiller (1759-1805) è caratterizzato dalla ripresa di temi neoplatonizzanti, che furono il denominatore comune di coloro che parteciparono, direttamente o indirettamente, al movimento dello Sturm und Drang. La concezione che il mondo sia manifestazione dell'Uno, che derivi - senza separazione, per emanazione - da Dio, permetteva la rivalutazione del cosmo, come rivelazione del divino nelle forme finite, ed una rivalutazione dell'uomo, come momento particolare di questa rivelazione. D'altra parte consentiva di recuperare l'aspetto fisico dell'uomo, la sua naturalità e la sua sensibilità, e di fondare metafisicamente l'armonia tra ragione (aspetto spirituale) e istinto (aspetto naturale) nella concreta unità della persona umana. L'esigenza di questa fondazione traeva origine dall'insoddisfazione per l'immagine dell'uomo presentata dalla filosofia kantiana, in cui ragione e istinto apparivano separati e talvolta, nel discorso etico, contrapposti. Il superamento di questa separazione fu lo scopo centrale della speculazione filosofica di Schiller. In Grazia e Dignità egli si propone di delineare una condotta umana espressione di quell'armonia, e quindi della umanità piena; d'individuare un ideale di anima bella, in cui si fondono grazia e dignità.

Che cos'è la grazia? Essa non s'identifica con la bellezza del corpo; un corpo umano può essere contrassegnato dalla bellezza, per la sua armonia architettonica; ma non è detto ch'esso si muova necessariamente con grazia; viceversa anche un corpo disarmonico può muoversi con grazia; allora la grazia è, sí, bellezza, ma prodotta dall'uomo, dallo spirito umano, e si rivela nei movimenti volontari del corpo; e poiché i movimenti volontari sono prodotto della libertà, non c'è grazia senza libertà (anche se è possibile la libertà senza grazia). La grazia è dunque una conquista e un merito della persona integrale; essa implica un particolare rapporto tra anima e corpo: si ha grazia quando il corpo esprime docilmente i sentimenti dell'uomo, esegue senza opposizione o resistenza le indicazioni della ragione. La grazia pertanto è il segno dell armonia tra anima e corpo, tra spirito e natura, tra ragione e istinto; quando quell'armonia si manifesta nell'espressione verbale, gestuale etc., allora la vita umana avrà la bellezza del gioco. Infatti si ha gioco quando né la ragione prevale sull'istinto, né la sensibilità travolge la spiritualità, ma quando ragione e istinto cooperano armoniosamente. In questa condizione l'uomo è definibile anima bella. Ma questa condizione è un ideale, lo scopo a cui tendere, il modello da realizzare; perché la natura umana, il corpo, non si piega facilmente alla forza modellatrice dello spirito.

Quando l'istinto si ribella alla ragione, e questa, quindi, impone le sue prescrizioni contro la sensibilità, allora si avrà la dignità. Il dovere morale consiste nell'adeguamento della volontà alla ragione; quando questo adeguamento avviene col sacrificio della sensibilità, allora sorge la dignità, che è la manifestazione, a livello di comportamento, del dominio razionale degli istinti, dell'affermazione della libertà dello spirito.

Anche se l'armonizzazione della ragione con la sensibilità è la caratteristica comune alla grazia e alla dignità, le due cose, però, non s'identificano:

Nella dignità... Io spirito si comporta da padrone del corpo, perché qui esso deve affermare la sua autonomia contro l'imperioso istinto, che procede ad azioni senza di lui e vorrebbe sottrarsi al suo giogo. Nella grazia invece governa con liberalità, perché qui è lui che mette in azione la natura e non trova alcuna resistenza da vincere... La grazia sta dunque nella libertà dei moti volontari; la dignità nel dominio di quelli involontari. La grazia lascia una parvenza di spontaneità alla natura, là dove questa adempie gli ordini dello spirito; la dignità invece la sottomette allo spirito, là dove essa vorrebbe regnare. Nella dignità... ci è presentato un esempio della subordinazione dell'elemento sensibile a quello morale... Nella grazia, invece la ragione vede la propria esigenza soddisfatta nella sensibilità.
(Grazia
e Dignità)

Tuttavia

avendo dignità e grazia campi diversi per la loro manifestazione, non si escludono vicendevolmente nella medesima persona; ...anzi soltanto dalla grazia la dignità riceve la sua convalidazione, e soltanto dalla dignità la grazia riceve il suo valore.
(Grazia
e Dignità)

All'armonizzazione di ragione e sensibilità l'uomo dev'essere educato. Ciò è quanto Schiller sostiene nell'opera Lettere sull'educazione estetica dell'uomo. L'uomo è sempre uguale a se stesso, eppur muta sempre. L'unità e l'identità della persona sono l'effetto della sua ragione; la molteplicità dei suoi stati (quiete-attività, affetto-indifferenza, etc.) sono il prodotto della sua natura sensibile. Ma unità e molteplicità sono entrambe indispensabili, e inseparabili nell'uomo.

Solo in quanto si muta, egli esiste; solo in quanto rimane immutabile esiste proprio lui. Perciò l'uomo rappresentato nella sua completezza sarebbe l'unità permanente, che nei flutti del mutamento resta eternamente la stessa.
(Lettere
sull'educazione estetica dell'uomo)

E come né l'unità né la molteplicità sono sopprimibili, cosí non lo sono né la ragione (fonte dell'unità della persona) né la sensibilità (radice della molteplicità dei suoi stati).

Schiller poi definisce istinto formale la ragione, in quanto essa istinto riconduce all'unità formale, astratta, del pensiero la molteplicità sia degli oggetti di conoscenza che delle azioni; istinto sensibile invece l'aspetto naturale e temporale dell'uomo, che tende a tradurre nella molteplicità dei giudizi e delle azioni l'unità, rispettivamente, della legge del giudizio e di quella del comportamento.

Se tale è l'uomo, si delinea allora un preciso compito della cultura: quello di garantire a ciascuno dei due istinti i propri confini; cioè preservare la sensibilità dagli attacchi della libertà e assicurare la personalità contro il potere delle sensazioni. Il primo scopo è raggiunto con l'educazione della facoltà del sentimento, il secondo con l'educazione della facoltà della ragione. I due tipi di educazione inducono alla cooperazione tra i due istinti; e da questa cooperazione nasce un nuovo istinto, quello del gioco, che è il segno della completezza umana, perché nel gioco si congiungono e interagiscono le esigenze naturali e la regola della ragione. Dal gioco poi nasce la bellezza, in cui si trovano in unità il tempo e l'eternità, il contingente e l'assoluto, la molteplicità e l'unità, il necessario e la libertà.

L'oggetto dell'istinto sensibile... si chiama vita..., concetto che significa tutto l'essere materiale e tutto quanto è immediatamente presente ai sensi. L'oggetto dell'istinto formale... si chiama forma..., concetto che comprende sotto di sé tutte le qualità formali delle cose e tutti i rapporti di esse con le forze del pensiero. L'oggetto dell'istinto del gioco... potrà dunque chiamarsi forma vivente, concetto che serve a designare tutte le qualità estetiche dei fenomeni e... quello che si chiama, nel piú largo significato, bellezza. Sicché... l'uomo gioca solo quando è uomo nel pieno significato della parola, ed è completamente uomo solo quando gioca. Per mezzo della bellezza l'uomo sensibile è condotto alla forma e al pensiero; per mezzo della bellezza l'uomo spirituale è ricondotto alla materia e restituito al mondo sensibile.
(Lettere
sull'educazione estetica dell'uomo)

L'educazione estetica è dunque educazione alla bellezza, ossia educazione alla cooperazione armonica dei due istinti fondamentali, alla espressione dell'istinto del gioco. E in quanto è liberazione dal monopolio di ognuno dei due, essa è educazione alla libertà.

Quando l'uomo avrà raggiunto lo «stato estetico», allora gli si aprirà dinanzi la strada per lo «stato etico».

L'uomo nello stato fisico subisce soltanto la potenza della natura, si libera di essa nello stato estetico, e la domina nello stato morale.
(Lettere
sull'educazione estetica dell'uomo)


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