Discepolo di Kant, Jakob Sigismund Beck (1761-1840) si guadagnò la stima del maestro, al punto che fu da questi invitato a redigere un compendio di «filosofia critica», pubblicato col titolo Sommario esplicativo degli scritti critici di Kant. Ma l'ammirazione per il maestro non gli impedí di esercitare la vigilanza critica, come dimostra soprattutto il terzo volume dell'opera, intitolato Unico punto di vista possibile per giudicare la filosofia critica.
Perché il criticismo - egli sostiene - possa mostrare tutto il suo rigore e la sua validità, bisogna infrangere il rapporto tra soggetto ed oggetto, ossia tra fenomeno e noumeno, tra la sintesi trascendentale - che avviene nella coscienza - e la realtà - che è fuori della coscienza (sia la realtà delle «cose» oggettivamente esistenti, che quella dell'«anima»). È necessario riportare la «sintesi trascendentale» kantiana e la «rappresentazione» reinholdiana nell'ambito esclusivo dell'Io inteso come «attività» della coscienza; è indispensabile, cioè, dimostrare che non solo la «forma», ma anche il «contenuto» della «sintesi» o della «rappresentazione», risiedono e si radicano totalmente ed esclusivamente nell'atto originario del «rappresentare». Al contrario, ammettere un legame tra la rappresentazione mentale e l'oggetto esistente fuor di coscienza è un'incoerenza dal punto di vista stesso della filosofia critica, perché non è assolutamente provabile con il metodo di questa filosofia. Infatti ogni relazione, sia essa di causalità (oggetto causa della rappresentazione), o di designazione (la rappresentazione «rappresenta» l'oggetto), è istituita dalla coscienza e in questa è riconosciuta; ma nella coscienza possono esser relazionati solo contenuti rappresentativi, ossia oggetti presenti in essa; ora, poiché il legame tra fenomeno e noumeno è una relazione tra un fatto interno alla coscienza e una realtà esterna ad essa, tale relazione è insostenibile.
Allora: si dica chiaramente che la rappresentazione avviene nell'Io ed è costituita da contenuti di coscienza; ma non s'intenda l'Io come l'oggetto di un discorso sull'Io; se ne parli piuttosto come di un atto, cioè come di quell'originario rappresentare su cui non è possibile teorizzare, perché è esso stesso la fonte di ogni discorso, e quindi è al di fuori e alla base di ogni teorizzazione. L'originario rappresentare è un atto che il filosofo deve solo costatare come evento, che ha luogo in sé e negli altri, è un fatto (non un concetto, né, tanto meno, una sostanza) assolutamente primo, che, per essere compreso, dev'essere solo compiuto consapevolmente. Dunque, solo ed esclusivamente nel rappresentare originario nasce la rappresentazione, come unità sintetica (e quindi legame) tra il soggetto e l'oggetto; ma l'oggetto, naturalmente, è qui il contenuto - a livello di coscienza - della rappresentazione.
Bisogna quindi che il criticismo conquisti un punto di vista filosofico rigorosamente trascendentale, partendo dall'Io come atto e considerando solo ciò che in esso avviene.
Ma se non c'è connessione tra soggetto conoscente e realtà oggettiva, allora esiste o no il mondo esterno, per il filosofo critico? Se esiste, determina esso un'influenza sui nostri sensi? La risposta è: sí. Ma la rappresentazione che ha luogo nella coscienza non trae il suo significato dal mondo esterno, dagli oggetti; è l'atto stesso del rappresentare originario che dà contenuto significativo alla rappresentazione. Il mondo genera la sensazione, non la rappresentazione.
Il portare il criticismo kantiano ad un discorso rigoroso ed esclusivo sull'Io, come fonte unica di tutte le conoscenze e di tutte le azioni, configura il pensiero di Beck come significativa anticipazione dell'idealismo di Fichte.
Il problema che pone il kantismo è quello della «cosa in sé». Ma, a giudizio di Salomon Maimon (1753-1800), autore di Saggio sulla filosofia trascendentale (1790), Saggio di una nuova logica o teoria del pensiero (1794) e Ricerche critiche sullo spirito umano (1797), se si segue con rigore il «metodo critico», quel problema scompare.
Che cosa conosco? Ciò che mi rappresento nella coscienza! Poiché la «cosa in sé» sta fuori della coscienza, non è conoscibile; e se non lo è - egli conclude - per il soggetto che pensa, essa non esiste come oggetto di pensiero, rappresenta il confine ultimo che separa il conoscibile, ossia il producibile dal pensiero, e l'inconoscibile, cioè l'improducibile. Essa ha i caratteri di quelle grandezze rappresentate dalle radici quadrate dei numeri negativi (-- a): sono «numeri immaginari» (né positivi né negativi), ossia, matematicamente, sono grandezze impossibili. Analogamente il «noumeno» è un che d'impossibile, per il pensiero, sia come «realtà» e sia anche - egli afferma contro Reinhold - come «concetto». Dunque non se ne deve far discorso, tanto meno come fonte di conoscenza. Pertanto bisogna considerare solo ciò che avviene nella coscienza. E ciò che appare «oggettivo» nella coscienza, lungi dal «rappresentare» la cosa in sé, è solo la parte «invariabile» dell'atto conoscitivo; l'oggettività del contenuto di conoscenza consiste solo nella sua «invariabilità». Al soggetto appartiene invece l'elemento variabile, perché il pensiero è attivo, produttivo; infatti la conoscenza è una produzione del soggetto, ossia l'attività con cui il pensiero estende il suo dominio su ciò che si presenta, in esso, come dato oggettivo (dati sensibili). Il compito del pensiero dunque è di ridurre sempre piú l'area del dato oggettivo e ampliare correlativamente quella della conoscenza, ossia determinare il dato con la sintesi a priori.
Con la dichiarazione dell'«impossibilità» della «cosa in sé», e con l'affermazione dell'attività produttiva, creativa, dell'Io, Maimon conduce il discorso sul kantismo proprio alle soglie dell'idealismo fichtiano.