Il sistema kantiano fu una costante che attraversò tutto il pensiero filosofico tedesco del primo Ottocento. Ma anche quando Kant era ancora vivente, esso costituí un punto di riferimento polemico per quei pensatori che ne contestavano principi, metodi e risultati, oppure fonte d'ispirazione per quelli che intendevano sviluppare il discorso sulle possibilità dell'umana conoscenza e sulla fondazione razionale della vita etica, ritenendolo il definitivo superamento dello scetticismo humiano. Tutti i filosofi, insomma, «maggiori» e «minori», dovettero fare i conti col criticismo.
Nel campo degli estimatori, l'esaltazione del pensiero di Kant raggiunse il suo culmine nella rimeditazione di Karl Leonhard Reinhold (1785-1823), autore di Lettere sulla filosofia kantiana, di un Saggio di una nuova teoria della facoltà rappresentativa dell'uomo (1789) e dei Contributi alla rettifica dei malintesi sinora avutisi tra i filosofi (1790-94). Nelle Lettere egli considera la Critica della Ragion Pura come il punto d'arrivo della ricerca razionale e sostiene che, pertanto, non c'è spazio per «altre» filosofie. Resta solo la possibilità di approfondire gli aspetti ancora problematici del kantismo o di portare a conveniente sviluppo i suoi aspetti piú fecondi. E questo è lo scopo ch'egli - coerentemente - dà alla sua ricerca filosofica.
Poiché - egli ritiene - la conoscenza intuitiva, intellettiva e razionale, nella visione kantiana, è rapporto tra «rappresentazioni», la «teoria della conoscenza» dev'essere fondata su una «teoria della rappresentazione». Ma, dato che questa non è stata compiutamente elaborata da Kant, egli allora si attribuisce il compito di delineare un'analisi della rappresentazione, una teoria delle condizioni dell'attività rappresentativa. E considerando che ciò che rende possibile ogni rappresentazione è la coscienza, egli intende formulare una teoria della coscienza, una filosofia degli elementi della coscienza, di quegli elementi semplici e inequivocabili che strutturano la rappresentazione nella coscienza e che possono essere condivisi da tutti i filosofi.
Cosí procede Reinhold: ogni sistema si fonda su una metafisica, cioè su una scienza dei fondamenti primi della conoscenza; ma le metafisiche sono in contrasto tra loro e ognuna rivendica il carattere di verità; di conseguenza c'è la crisi di tutti i sistemi; ciò dipende dal fatto che non si è operata la ricerca di un principio primo universalmente valido di ogni conoscenza e quindi di ogni filosofia, su cui si possa essere tutti d'accordo e che possa annullare i contrasti tra i vari «sistemi». Ma quali devono essere i caratteri di un tale principio?
Pertanto la ricerca di questo principio deve configurarsi in una nuova scienza filosofica, la filosofia elementare, che deve precedere e stare a fondamento di ogni altra scienza, compresa la metafisica (alla quale, di conseguenza, non va riconosciuto piú il carattere di scienza basilare). Tale scienza dev'essere una «teoria della facoltà rappresentativa», che consideri la rappresentazione nel soggetto rappresentante. E poiché la rappresentazione avviene nella coscienza, questa è il principio primo di ogni conoscenza e il punto di partenza di ogni attività filosofica. Infatti il principio primo deve stare a fondamento del sapere, quindi non può essere «derivato» logicamente, e non dev'essere un concetto o una proposizione, ma un fatto che tutti gli esseri pensanti possano cogliere con evidenza in se stessi. Da questo fatto poi possiamo ricavare la proposizione fondamentale.
La coscienza, dunque, è il fatto che rende possibile ogni «rappresentazione», e quindi ogni atto «conoscitivo» e ogni atto «pratico». Ma come si struttura la rappresentazione nella coscienza?
Sicché nella rappresentazione è distinguibile la presenza di due elementi: la forma, fornita dall'attività spontanea del soggetto, e la materia, prodotta nel soggetto dalla capacità ricettiva (sensibilità) del soggetto stesso. Parlando di materia Reinhold si riferisce, pertanto, al contenuto della rappresentazione, in quanto tale contenuto è presente nella coscienza. Allora: il noumeno non esiste? Reinhold non va fino in fondo per questa strada. Sostiene, infatti, che non tutto è riducibile all'ambito della coscienza:
Infatti, donde, se non dalle «cose in sé», la recettività del soggetto potrebbe trarre la materia della rappresentazione? Esiste allora una realtà la cui esistenza è indipendente dalla rappresentazione stessa. Ma ciò - per Reinhold - non significa che il «noumeno» sia conoscibile: infatti, poiché esso sta fuori della coscienza, non è rappresentabile.
E se non è rappresentabile, allora è inconoscibile! Ma perché, allora, se ne parla? La filosofia - sostiene Reinhold - non può prescindere dal noumeno, non può escluderlo dal suo discorso, perché esso è pur sempre la condizione che rende possibile la presenza, a livello di coscienza, della materia della rappresentazione, e quindi di ogni conoscenza. Ma se non è conoscibile, come se ne deve parlare? Reinhold offre questa che a lui sembrava una spiegazione: se il noumeno è inconoscibile in quanto realtà, esso tuttavia può entrare nella rappresentazione come concetto. Col che Reinhold crede di aver fondato la legittimità di un discorso sul noumeno di esso, che per noi è inconoscibile come «cosa», conosciamo tutto come «concetto»!
Anche Gottlob Ernst Schulze (1761-1833) si trovò coinvolto nell'ondata di entusiasmo sollevata dalla diffusione del kantismo operata da Reinhold. Ma ben presto prese le distanze dal criticismo con la pubblicazione, anonima, dell'Enesidemo, in cui sostiene che né Kant e né Reinhold sono riusciti ad attaccare e superare i presupposti dell'empirismo di Hume.
Particolarmente rilevante è la critica che Schulze muove ai fondamenti metodologici del kantismo. Certo, egli riconosce che la teoria della «sintesi a priori» consente di abbattere il «realismo» tradizionale, proclamando l'inconoscibilità della «cosa in sé», e di circoscrivere, cosí, sia i poteri dell'umana conoscenza sia il campo del conoscibile. Ma sostiene che Kant e i suoi seguaci restano dommatici senza accorgersene; infatti adoperano inconsapevolmente lo stesso metodo, ponendo come «realtà» ciò che dev'essere considerato solo un'«ipotesi».
Questo errore procedurale appare con evidenza quando essi presumono di derivare dalla nozione di «sintesi» i «principi» di cui questa è costituita. Infatti, secondo la sua valutazione, Kant afferma che
E Reinhold sostiene che
Queste «deduzioni» sono illegittime, perché non dimostrate. Anzi, Kant e Reinhold adottano quel procedimento che essi avevano rifiutato nei discorsi dei dommatici sul «noumeno». Infatti, per loro, il fatto che il noumeno può spiegare l'origine delle esperienze, e che quindi si può ipotizzarlo esistente, non autorizza a ritenere questa ipotesi una realtà scientificamente conoscibile; ciò che può essere pensato come esistente non dev'essere proclamato scientificamente come effettivamente esistente. Lo stesso, obietta Schulze, dunque, deve valere anche a proposito della sintesi a priori: non si può passare semplicemente dal pensare all'essere.
Le critiche al sistema kantiano vengono mosse dallo Schulze sulla base dell'assunzione della posizione scettica; egli infatti difende lo scetticismo come scelta intellettuale giustificata da ragioni teoriche (soggettività e relatività dell'esperienza sensibile, debolezza della ragione) e da ragioni storiche (nessun sistema può sostenere di essere giunto alla verità assoluta).
Pertanto
Anzi, è l'atteggiamento intellettuale che meglio qualifica l'attività del filosofo, perché è accompagnato dalla convinta speranza di trovare la verità; infatti esso,