Con Bergson lo spiritualismo acquista già i caratteri di una filosofia novecentesca. Ma nel primo quarto del Novecento la riflessione spiritualista si presenta anche con un altro carattere piú vicino alle istanze dell'uomo contemporaneo; essa infatti si propone pure come «filosofia dell'azione».
Nello spiritualismo ottocentesco la coscienza era considerata soprattutto come capacità di contemplazione, conoscitiva e di fede; alla volontà non restava che adeguarsi, con l'azione, alle verità acquisite con l'intelligenza. Ora, invece, si pone in rilievo la spiritualità umana come capacità di produrre azioni «creative» anche dell'universo morale, sociale, religioso. L'uomo è fondamentalmente «attività»; è in questa che «s'inverano» le verità già acquisite teoreticamente, ed è da questa che scaturiscono nuove verità per l'intelligenza.
Questo «primato dell'azione», già indicato da Kant e da Fichte, assume qui, però, un significato specifico in relazione quasi esclusivamente alla vita religiosa; e inoltre, l'azione è vista piú nella sua dimensione «interiore», cioè come atto della coscienza, che non in quella esteriore, come comportamento. Sta di fatto comunque che i «filosofi dell'azione» sottolineano nell'attività l'aspetto caratteristico e specifico della natura umana, senza il quale la stessa conoscenza perde in gran parte il suo valore, e soprattutto perde il suo scopo.
Generalmente si considera John Henry Newman (1801-1890) l'ispiratore di questo filone di pensiero. Egli infatti, originariamente anglicano, divenuto poi cardinale della chiesa cattolica, nel Saggio sullo sviluppo della dottrina cristiana (1845) sostenne che una dottrina, una teoria, un enunciato, sia di natura etica o politica o religiosa, mostra la sua effettiva vitalità quando penetra nella moltitudine degli uomini, e non solo viene accettato o anche tradotto in termini concettuali chiari e distinti, ma diviene un «principio attivo»; attivo non solo nel senso che genera nell'uomo una nuova contemplazione o una rimeditazione, ma soprattutto nel senso che si traduce in azioni, in iniziative di applicazione.
In tal senso, egli dice, si può affermare senza incertezze che il cristianesimo è stato sempre vitale.
Ma quali sono le ragioni per cui alcune, e solo alcune, teorie vengono attuate «in pratica», acquistano «vitalità»?
Nel Saggio di una grammatica dell'assenso (1870) Newman nota che le proposizioni possono avere la forma della domanda, che esprime un dubbio, o della conclusione, che esprime un processo di inferenza, o della asserzione, che esprime un atto di assenso. Rispetto all'inferenza (cioè al ragionamento), in cui la conclusione è «condizionata» dalle premesse da cui si parte, l'assenso è sempre «incondizionato»; e rispetto al dubbio, l'assenso esprime «certezza»; certezza, invero, che, nota Newman, non significa infallibilità, perché essa sussiste anche quando ci s'inganna; certezza, dunque, che è un atto di fede consapevole e deliberato.
L'assenso poi può essere nozionale (professione, opinione, presunzione, ecc) se è dato alle nozioni; o reale, se è attribuito a cose. L'assenso nozionale è piú debole di quello reale, perché solo questo ha la capacità di sollecitare affetti, sentimenti, passioni, può coinvolgere la volontà, può generare azioni. In campo religioso - che è quello che piú direttamente interessa a Newman - non è l'assenso nozionale, ma quello reale, che dà vitalità ad una dottrina, anche se questo secondo non sussiste senza il primo (mentre invece è possibile il contrario, che il primo sussista senza il secondo).
Tuttavia vale in generale, per Newman, che solo quando una dottrina muove l'aspetto affettivo, pratico, dell'uomo, essa si sviluppa nel corso del tempo e diventa forza storica.
La distinzione tra assenso nozionale e assenso reale fu ripresa poi da Léon Ollé-Laprune (1830-1899), autore di molte opere, di cui ricordiamo La certezza morale (1880), La filosofia e il tempo presente (1890), Il valore della vita (1894). Egli, interpretandola come distinzione tra «certezza astratta» (nozionale) e «certezza concreta» (in relazione a cose), trae inedite conseguenze, dando un deciso contributo alla formulazione di una vera e propria «filosofia dell'azione». L'area della certezza astratta, egli dice, è ben piú ristretta di quella supposta da Newman; tale certezza può sussistere solo nel campo delle matematiche. In tutti gli altri casi si ha sempre una certezza reale e pratica; fatta eccezione, appunto, per le matematiche, anche in campo puramente conoscitivo la volontà viene sempre coinvolta, almeno con un atto di «preferenza» e di «scelta». È la volontà che determina l'oggetto di conoscenza e l'attenzione per esso; è la volontà che stimola l'intelligenza e la tiene applicata al suo contenuto. Insomma, «la volontà ha dappertutto, anche nel puro ordine scientifico, un'influenza che niente può sostituire». Persino l'espressione di un giudizio scientifico - dice il filosofo riprendendo un tema cartesiano - è un atto di volontà, è un atto di «consenso», consapevole e libero, ad una verità.
Anzi Ollé-Laprune introduce la distinzione, anch'essa di origine cartesiana, tra «assenso» e «consenso»; il primo, a differenza del secondo, è involontario, perché è la risposta immediata all'evidenza di una verità, indipendentemente dal suo grado di evidenza. Di qui egli procede alla distinzione tra «sapere» e «credere»; si «sa» ciò che appare evidente, ma si «crede» a ciò che sempre, in qualche misura, ci resta nascosto. Quando poi l'oggetto della «credenza» è percepito dall'uomo come importante per la sua esistenza, la «credenza» assume i caratteri della «fede»; anzi la fede è quella fiducia e quella speranza che sostengono e muovono a «credere» in quella verità percepita come coinvolgente la propria vita.
Ora, nota il filosofo, poiché una sola è la «ragione», sia quando si «crede» che quando si «conosce», allora non c'è opposizione o incompatibilità tra scienza e fede. Non solo: «conoscenza» e «credenza» trovano la loro piena armonizzazione su quel piano di verità superiori che riguardano la legge morale, la libertà, l'esistenza di Dio e la vita futura. Sono, queste, verità sempre dimostrabili, ma non, per loro essenza, esclusivamente razionali; esse richiedono alla ragione la credenza e richiedono un vero atto di fede, per la loro natura profondamente misteriosa; e, in piú, mostrano la loro piena verità solo a livello di vita pratica. E poiché esse sono gli oggetti privilegiati della filosofia, questa deve uscire dall'orizzonte della pura teoria e deve farsi «pratica»; e, inoltre, non può pretendere di separarsi dalla «fede», di avere un'autentica validità a prescindere da un atto personale di fede compiuto dalla persona concreta del filosofo.