In clima pienamente novecentesco si muovono quei pensatori che, pur prendendo alimento dallo spiritualismo di fine Ottocento, sentono il fascino delle tematiche dell'esistenzialismo, specialmente di quello kierkegaardiano. Essi cercano, in generale, di coniugare il discorso sulla «coscienza» con quello sulla «esistenza come possibilità», sulla sua «precarietà», e sull'angoscia che la contrassegna quotidianamente.
Gabriel Marcel (1889-1973) fu addirittura un «anticipatore» della «rinascenza kierkegaardiana», per certe sue annotazioni che risalgono fin al 1914; certo è comunque che l'evoluzione del suo pensiero lo portò a posizioni molto affini a quelle jaspersiane (vedi cap. XI), per cui si è soliti considerarlo un «esistenzialista religioso»; tuttavia il quadro in cui si inscrive il suo itinerario speculativo è quello «spiritualistico»; il suo obiettivo fu quello di mostrare la necessità dell'apertura dell'esistenza a Dio, e, in modo piú specifico, dell'apertura alla rivelazione cristiana.
Drammaturgo e critico letterario, Marcel fu anche autore di opere di notevole impegno filosofico: Giornale metafisico (1927), Essere e avere (1935), Dal rifiuto all'invocazione (1939), Homo viator (1944), Il mistero dell'essere (1952), L'uomo problematico (1955).
Il punto di partenza del suo discorso sta nella considerazione che i cosiddetti «problemi» dell'io, del mondo, di Dio, non sono problemi. Ma non nel senso ch'è già tutto chiaro, bensí al contrario, che se fossero «problemi» dovrebbero pure, in linea di principio, essere risolubili per dimostrazioni razionali. Il che è impossibile; infatti il problema mi deve stare «davanti», egli dice, ben chiaro come problema; mentre l'io, il mondo, Dio - cioè, in una parola, l'essere - mi coinvolgono; io sono comunque coinvolto, non posso «distaccarmi» dall'essere, oggettivarlo. Il che significa che quello dell'essere è piuttosto un «mistero».
Il mistero dell'essere è, dunque, tale perché mi sovrasta e mi avvolge, e perché non ho strumenti tecnici per dissolverne l'oscurità.
E non si confonda, avverte Marcel, il mistero con l'«inconoscibile»; il riconoscimento dell'inconoscibile segna infatti l'arresto dell'intelligenza, e, in sostanza, una sua sconfitta; il riconoscimento del mistero, invece, è un'affermazione positiva dello spirito, che apre l'uomo ad una serie di scelte positive coerenti con esso.
Ma perché mai io «avverto» il mistero dell'essere? Perché, dice Marcel, io avverto che il mio essere non coincide con la mia esistenza; perché colgo una distanza tra ciò che sono e il modo in cui vivo. Io sono infatti
Proprio perché quello dell'essere è un mistero io posso «scegliere» tra vita e morte, tra speranza e disperazione, amore e odio, fedeltà - in tutti i suoi aspetti - e tradimento, ecc Laddove i primi termini delle coppie manifestano la mia «apertura» al mistero, i secondi la mia «chiusura» ad esso.
Apertura e chiusura liberamente scelte. Certo, il nostro vivere quotidiano ci induce a propendere per la chiusura. Si consideri, ad esempio, il tradimento, dice Marcel. Esso non solo «è possibile ad ogni istante, in ogni grado, sotto ogni forma» (tradimento di ciò che si è, di ciò in cui si crede, di ciò che si ama, ecc), ma «sembra che la struttura stessa del nostro mondo ce lo imponga»; tutto, in questo mondo, «ci appare come un'incitazione costante al rinnegamento e alla defezione totale». Tutto ci spinge a lasciarci guidare dal criterio dell'«avere», del «possedere e dominare la realtà esteriore», e a far coincidere forzosamente il nostro «essere» con il nostro «avere»; tutto ci sollecita a tradire, a rinnegare, pur di possedere. Ma non c'è dubbio che il possedere la realtà esteriore, al costo del tradimento, non sancisce la signoria dell'uomo sul reale, ma, magari inconsapevolmente, la sua dipendenza da esso, la sua schiavitú. Egli «ha», ma non «è».
Essere significa allora non proiettarsi fuor di sé, ma vivere immersi nella consapevolezza del mistero dell'essere, e quindi anche del proprio essere; e scegliere l'«apertura» ad esso, con tutte le implicazioni, a livello di atteggiamenti e di comportamenti, che la cosa richiede.
L'uomo «è», allora, quando ama, spera, è fedele. Ma soprattutto nell'amore e nella fedeltà gli «si presenta» il mistero. E si presenta - aggiunge Marcel, rivelando la finalità religiosa del suo discorso - nella forma del «Tu»; un «Tu» al quale, proprio nell'amore e nella fedeltà, l'uomo non può non riconoscere di «appartenere».
Da ciò Marcel ricava che il «mistero ontologico» non si oppone alla «rivelazione cristiana»; anzi:
L'uomo che «è», dunque, è colui che è consapevole della ostilità che il mondo oppone all'attuazione del suo essere, e che quindi considera la sua esistenza come una «prova».
L'uomo «aperto» al mistero ontologico non sarà allora sopraffatto dall'«angoscia», nel corso della prova. L'angoscia «paralizza», «sterilizza», mentre l'«apertura al Tu» porta con sé proprio il suo superamento. Certo, non scompare l'«inquietudine», ma questa, per chi è < istallato» nel mistero, è «feconda», «creatrice»; è insomma «positiva».