Anche in Inghilterra si vanno affermando quelle concezioni del mondo in cui sono recuperate la spiritualità dell'uomo, la libertà del comportamento individuale, e la trascendenza dei valori che l'uomo si propone come fini della propria azione. E anche qui queste concezioni nascono in opposizione al trionfante «positivismo».
Arthur James Balfour (1848-1930), infatti, rivendicando i diritti della coscienza, afferma che l'uomo è «senso intimo»; bisogna quindi che conoscenza e azione siano conformi alle caratteristiche proprie della sua realtà spirituale. Se si parte da questo presupposto, egli dice, allora il naturalismo è inammissibile, perché riduce l'etica ad una serie di precetti utilitaristici, e l'amore del bello al piacere effimero: tutte cose che sono in contrasto col bisogno proprio della coscienza di aspirare a ciò che è piú alto e piú nobile delle pure soddisfazioni dei bisogni materiali. Né gode di maggiore legittimità l'idealismo che, identificando l'uomo con Dio, svuota l'uomo delle caratteristiche che la sua stessa coscienza riconosce ed ammette, come ad esempio la finitezza. Piena legittimità invece ha la fede religiosa, in quanto pone le sue salde basi proprio sulla coscienza, sul suo bisogno di riconoscere l'esistenza di un Dio che sia vicino all'uomo nelle sofferenze, che lo aiuti nelle difficoltà, e che gli proponga quei valori a cui tendere per realizzare a pieno la sua umanità.
All'esperienza interiore si richiama pure Andrew Seth Pringle-Pattison (1856-1931). In polemica con l'idealismo egli sostiene che solo l'esperienza interiore permette all'uomo di conoscere la vera realtà di Dio: gli ideali morali e religiosi dell'uomo, infatti, rivelano non solo le esigenze piú autentiche che albergano nel suo cuore, ma soprattutto una «perfezione reale», quella di Dio stesso. Nell'ambito di quell'esperienza però l'uomo scopre pure la «trascendenza» di Dio, quale l'Altro con cui l'individuo è in rapporto e della cui vita la coscienza riconosce l'infinita ricchezza; ma tale trascendenza non è da intendersi in senso ontologico; Dio infatti non è fuori o prima del mondo, bensí vive in esso; il che - riconosce il filosofo - comporta il problema dei rapporti tra la realtà divina e la libertà morale dell'uomo; ma questo - egli aggiunge - è un mistero inaccessibile alla finitezza del pensiero umano.
Anche in Italia lo «spirito positivo» finisce col generare il suo contrario. Contro la vanificazione del ruolo della filosofia rispetto alla scienza, compiuta dai positivisti, Piero Martinetti (1871-1943) ribadisce non solo la specificità ma la priorità di valore della ricerca filosofica. Le scienze, egli dice, sono forme imperfette di conoscenza che trovano compimento solo nella filosofia. Sicché la filosofia è fondata sulle scienze, e queste hanno il loro scopo naturale nella filosofia. Per questa, l'essere è sempre «essere per la coscienza»; dunque la coscienza del soggetto umano è l'origine e l'oggetto dell'indagine filosofica. La coscienza è il centro unificatore della conoscenza e dell'azione. Esistono, è vero, molteplici coscienze, ma la stessa molteplicità dei soggetti coscienti si radica in un Soggetto assoluto che, a sua volta, le unifica. Uno solo dunque è il soggetto, anche se «riflesso in un infinito numero di esseri». Solo il Soggetto universale è nella condizione di conoscere tutto senza esser conosciuto da nessuno. Tale Soggetto però non si riflette solo nei soggetti, ma anche nelle cose, che da esso vengono unificate in un mondo. Dunque la natura di ogni reale - cosa o uomo - è spirituale. E tutti gli enti tendono al Soggetto assoluto, che, pur presente in ogni essere, lo trascende, in quanto, in sé, è fuori del divenire, fuori del tempo.
Il modo precipuo con cui l'uomo tende al Soggetto assoluto sono le umane attività, gli sforzi della conoscenza, l'esperienza artistica, il comportamento etico e la vita religiosa. In ognuno di questi momenti della vita spirituale dell'uomo si realizza un'aspirazione all «unità» che nasce nel bisogno di attingere l'Unità trascendente. Cosí nella vita etica la comunione degli spiriti non è altro che il segno della loro comunione piena in Dio.
In questa prospettiva le religioni giocano un ruolo importante: sono forme di conoscenza di Dio. Conoscenza sempre approssimata che abbisogna della critica filosofica per rinnovarsi e approfondirsi di continuo; anzi la dialettica tra filosofia e religione stimola un progresso permanente della vita spirituale dell'uomo. Uomo che è libero, ma la cui libertà coincide con la necessità della Ragione Infinita. Tale coincidenza però non è un fatto, bensí un ideale; deve essere conquistata; ma la conquista è possibile perché è lo stesso Soggetto assoluto che agisce nell'uomo che per tal fine spende le sue energie.
Bernardino Varisco (1850-1933) approdò ad uno spiritualismo ad impronta leibniziana e, insieme, rosminiana, dopo una fase «positivistica» in cui però egli non si mostrò chiuso alle istanze religiose intese come «fatti» della realtà umana.
I soggetti umani, egli sostiene, sono molteplici, ma ognuno costituisce un centro dell'universo, ed è dotato di autonoma spontaneità per la quale interferisce con gli altri; ma le reciproche interferenze dei soggetti hanno luogo in una «unità» che li vincola, e che costituisce il fondamento dell'ordine dell'universo stesso. Questa unità è quella di Dio. Dio è Essere unificante gli oggetti, perché costituisce il loro comune elemento ontologico, e unificante i soggetti, in quanto in tutti sta come «Idea di Essere» e come fine comune di ogni conoscenza. Nelle cose l'Essere si attua, e nei soggetti pensanti si pensa come pensiero e come realtà.
In un'ulteriore fase della sua speculazione Varisco sostiene la personalità dell'Essere, di Dio che, egli dice, per assicurare la libertà all'uomo, si autolimita nella sua onniscienza. Egli sa lo sviluppo complessivo del mondo, ma convoca l'uomo a collaborare con la sua libera iniziativa al compimento della creazione; il che garantisce, a suo giudizio, I armonia tra l'azione provvidenziale di Dio e l'attività autonoma dell'uomo.
Pantaleo Carabellese (1877-1948) afferma che solo la coscienza è realtà concreta; coscienza in quanto consapevolezza che il soggetto umano possiede dell'«essere»; l'essere quindi non è esterno ed estraneo alla coscienza, ma immanente in essa; fuori della coscienza ci sono solo le esistenze particolari degli oggetti sensibili; l'essere che è nella coscienza è invece «essere universale», la «cosa in sé» che è il fondamento della «cosa reale», empirica. Nella coscienza c'è l'assoluto essere; fuori di essa c'è solo l'esistente relativo e diveniente, la cui essenza e la cui ragione d'esistenza stanno dunque proprio nella coscienza.
L'essere - aggiunge poi Carabellese -, quello che è oggetto puro di coscienza, è lo stesso Dio; l'essere infatti non può essere se non unico e assoluto, e questi sono i caratteri della realtà divina; pertanto di Dio si può dire che «è», non che «esiste», perché l'esistenza è caratteristica degli enti finiti; e non si può dire neppure che esiste come «soggetto», perché in senso proprio «soggetti» sono gli uomini, in cui I essere - cioè Dio - «si frange».
Acquista cosí credito anche la fede; l'intuizione di fede, come il pensiero concettuale del filosofo, è pensiero dell'oggetto puro in sé, di Dio che sta a fondamento della coscienza credente o pensante. Fondamento della coscienza, non coscienza, perché Dio è l'idea pura della ragione e l'oggetto assoluto della fede.
Dati questi presupposti Carabellese rivaluta, rivedendola, la prova ontologica. E d'altra parte ridimensiona il ruolo delle religioni positive, che sono fondate sulla coscienza approssimata e imperfetta della realtà divina. In ogni caso pone un fondamento al rapporto intersoggettivo: se l'oggetto della coscienza, Dio, è immanente ad essa, e se la realtà empirica è estranea ad essa, solo l'altra coscienza, l'altro soggetto, è veramente «altro da essa»; essa lo riconosce «altro», e ciò è possibile perché ne riconosce insieme l'omogeneità con sé; cosí nella coscienza stessa è fondata la molteplicità dei soggetti e la possibilità di autentiche relazioni intersoggettive.
Ma soprattutto Carabellese esalta il ruolo della filosofia, anche a fronte della religione: la filosofia è sforzo di raggiungere l'essere in sé, anzi è il supremo sforzo dello spirito; il suo compito, però, è solo teoretico non pratico; per il suo statuto non deve «servire» alla vita; non offre norme e regole per la vita, perché in tal caso sarebbe subordinata alla vita e dipendente da essa, mentre, in realtà, la vita è subordinata ad essa, che sola può scoprirne il fondamento ontologico; la filosofia è dunque «inutile», ma la sua inutilità è «divina».