CAPITOLO OTTAVO

L'ANTIPOSITIVISMO TRA OTTOCENTO E NOVECENTO

1. Nietzsche: spirito apollineo e spirito dionisiaco


Nella seconda metà dell'Ottocento si svilupparono in Europa non solo speculazioni - come quella di Nietzsche - «alternative» al dominante «positivismo», ma anche vere e proprie contestazioni ai metodi adoperati e ai risultati conseguiti, specie per quanto riguarda l'uomo, dai «positivisti». Queste contestazioni nacquero per lo piú sulla base della «ripresa» dei temi dello spiritualismo. E in quei casi in cui non fu lo spiritualismo ad offrire argomenti e motivazioni al discorso antipositivista, fu questo che finí con l'assumere, quasi naturalmente, un carattere spiritualista, o comunque pervenne ad esiti conformi allo spiritualismo.

Bisognerà aspettare solo l'inizio del Novecento, poi, per poter assistere allo sganciamento del discorso spiritualista dalla polemica antipositivista, e, in sostanza, alla sua rifondazione.

Nato a Röcken il 15 ottobre 1844, Friedrich Nietzsche dedicò gli anni della sua giovinezza allo studio della filologia classica; a tal punto che a soli ventiquattro anni ottenne l'insegnamento di questa disciplina presso l'Università di Basilea. In questa città nacque la sua intensa, ma di non lunga durata, amicizia con Richard Wagner, la cui produzione musicale, al pari de Il mondo come volontà e come rappresentazione di Schopenhauer, tanta parte ebbe nella formazione della sua visione del mondo. Durante la sua permanenza a Basilea pubblicò La nascita della tragedia (1872), le quattro Considerazioni inattuali (1873), e la prima parte di Umano, troppo umano (1878); ma si andarono pure manifestando i sintomi della malattia nervosa, per la quale fu costretto, nel 1879, a rinunziare alla cattedra universitaria. Ebbe inizio cosí una vita di irrequiete peregrinazioni, di sbalzi di umore, di continua alternanza tra speranza e disperazione; specchio di queste condizioni esistenziali è la seconda parte di Umano, troppo umano, pubblicata nel 1880 col titolo Il viaggiatore e la sua ombra. Tuttavia la sua produzione culturale non trovò posa: infatti nel 1881 diede alle stampe L'Aurora, a cui seguí nel 1882 la pubblicazione de La gaia scienza. Fu proprio nel 1882 che egli, a trentotto anni, in una fase di entusiasmo, s'innamorò di Lou Salomè, una ventiquattrenne finlandese che però preferí sposare un discepolo e amico di Nietzsche. Subentrò quindi un periodo di delusione e di sconforto, durante il quale comunque trovò l'energia per comporre, tra il 1883 e il 1884, il suo celebre poema filosofico Cosi parlò Zarathustra (che però vide la luce solo piú tardi, nel 1891), e l'opera Al di là del bene e del male (1885).

Trasferitosi a Torino, pubblicò nel 1887 La genealogia della morale, e nel 1888 Il caso Wagner, Il crepuscolo degli idoli, L'Anticristo, Ecce homo (una sorta di autobiografia) e Nietzsche contro Wagner. A Torino «scoppiò» la sua malattia che, in crescendo, lo accompagnò fino alla morte, impedendogli di ultimare l'opera Volontà di potenza.

Ancora al tempo di Nietzsche dominava, nell'ambiente dei filologi classici, l'immagine di un mondo greco unitario e intrinsecamente armonico. Si riteneva cioè che la storia dei Greci rappresentasse l'evoluzione di un atteggiamento spirituale costante, caratterizzato dalla serenità, dall'armonia, e dal senso dell'equilibrio; e che tale atteggiamento trovasse espressione in tutti gli aspetti della vita per tutto l'arco della vicenda storica di quel popolo. Il mondo greco, insomma, appariva, per usare il linguaggio di Nietzsche, la manifestazione di uno spirito apollineo. Ma, osserva Nietzsche, questo è solo un aspetto della cultura e della vita dei Greci antichi; infatti accanto a quello apollineo è presente anche uno spirito dionisiaco, un atteggiamento cioè di «rottura» di tutti i canoni morali e di tutti gli «schemi» di comportamento sociale, un atteggiamento di esaltazione sfrenata della vita in tutte le sue forme; esaltazione celebrata col trionfo degli istinti, specialmente di quello sessuale, e vissuta in una dimensione psicologica di ebbrezza. Accanto alla religione olimpica, espressione dello spirito apollineo, era ben viva infatti quella religiosità che ebbe i suoi momenti piú significativi nelle feste dionisiache, dominate dalla danza orgiastica. Accanto alla scultura e all'architettura, espressioni artistiche prevalenti dello spirito apollineo, trovarono il loro posto anche la musica e la poesia lirica, frutti propri dello spirito dionisiaco. Se si tien conto di questo duplice aspetto dello «spirito greco», allora la storia dei Greci appare distinguibile in tre fasi: la prima, quella «pre-socratica», in cui spirito apollineo e spirito dionisiaco convivono separati e opposti tra loro; la seconda, quella dei grandi tragici, in cui essi si armonizzano dando vita alle grandi opere dell'arte antica; la terza, che ha inizio con Euripide e con Socrate, in cui lo spirito apollineo assoggetta progressivamente quello dionisiaco, fino a separarsene completamente con l'epoca alessandrina. Dice infatti Nietzsche:

Avremo fatto un grande acquisto alla scienza estetica, quando saremo giunti non solo al concetto logico, ma anche all'immediata certezza dell'intuizione che lo sviluppo dell'arte è legato alla dicotomia dell'apollineo e del dionisiaco, nel modo medesimo come la generazione viene dalla dualità dei sessi in continua contesa fra loro e in riconciliazione meramente periodica.
Questi vocaboli li prendiamo a prestito dai greci... Sulle loro due divinità artistiche, Apollo e Dioniso, è fondata la nostra teoria che nel mondo greco esiste un enorme contrasto, enorme per l'origine e per il fine, tra l'arte figurativa, quella di Apollo, e l'arte non figurativa della musica, che è propriamente quella di Dioniso. I due istinti, tanto diversi tra loro, vanno l'uno accanto all'altro, per lo piú in aperta discordia, ma pure eccitandosi reciprocamente a nuovi parti sempre piú gagliardi, al fine di trasmettere e perpetuare lo spirito di quel contrasto, che la comune parola «arte» risolve solo in apparenza; fino a quando, in virtú di un miracolo metafisico della «volontà» ellenica, compaiono in ultimo accoppiati l'uno con l'altro, e in questo accoppiamento finale generano l'opera d'arte, altrettanto dionisiaca che apollinea, che è la tragedia attica.
(La nascita della tragedia)

Apollo e Dioniso sono rispettivamente i simboli dello stato del sogno e di quello dell'ebbrezza.

Nell'arte e nella vita come «sogno» l'uomo immagina in forma sublime, produce «forme» affascinanti, maestose e luminose; egli attinge una «piú alta verità» «in contrapposizione alla comune realtà»; per cui grazie al suo mondo fantastico «la vita diviene tollerabile e meritevole di essere vissuta»; l'uomo cammina nel mondo con «quel senso adeguato del limite, quella immunità dalle commozioni sfrenate, quella sapiente pacatezza del dio delle forme» che gli consentono di sedere «tranquillo, in mezzo ad un mondo pieno di tormenti».

Nella vita e nell'arte come «ebbrezza», invece, l'uomo non si «distacca» spiritualmente dalla vita, ma vi si immerge; si abbandona ad essa lasciandosi trascinare dalla sua forza e tenendo cosí ben saldi i legami con la natura e con gli altri uomini.

Il fascino dionisiaco non ripristina solamente i vincoli tra uomo e uomo: anche la natura, straniera o ostica o soggiogata, celebra la festa di riconciliazione col suo figliuol prodigo, l'uomo. La terra getta di buon grado i suoi doni, e le belve rapaci delle rupi e dei deserti si avvicinano in pace... Ecco che lo schiavo è libero, ecco che tutti infrangono le rigide, nemiche barriere, che il bisogno, l'arbitrio o «la moda insolente» hanno piantato tra gli uomini. Ecco che nel vangelo dell'armonia universale ognuno si sente non solo riunito, riconciliato, fuso col suo prossimo, ma si sente fatto uno con lui, quasi che il velo di Maia fosse squarciato... Nel canto e nella danza l'uomo si palesa come componente di una comunità superiore: egli ha disimparato a camminare e a parlare, e danzando è in atto di volarsene via nell'aria. Nei suoi atteggiamenti parla la magia. E come frattanto gli animali ora parlano e la terra dà latte e miele, cosí anche da lui si propaga alcunché di soprannaturale: si sente come un dio, ed ora egli stesso incede rapito e sublime, come vide in sogno incedere gli dei. L'uomo non è piú artista; è divenuto egli stesso opera d'arte.
(La nascita della tragedia)

Con l'affermarsi della filosofia decresce e si depaupera, nella cultura e nella vita greche, lo spirito dionisiaco; Socrate propone infatti l'assoggettamento dell'istinto, della passione, alla guida della ragione. Con ciò ha inizio quella scissione interna all'uomo tra ragione e istinto e quella tra uomo e natura; scissioni che domineranno nell'epoca alessandrina e che costituiranno il triste retaggio della civiltà occidentale. L'ideale dell'uomo cosí non è la vita ma la scienza; l'uomo perde i contatti con la forza vitale della natura, che poi è la sua essenza propria, e si chiude orgoglioso in se stesso, fiducioso della sua capacità conoscitiva; ossia si chiude nella sua presunzione di rivelare con la scienza gli enigmi del reale.

Segno tipico della prevaricazione della scienza sulla vita è la «cultura storica». Guardandosi indietro, ripercorrendo col pensiero il corso storico dell'umanità, l'uomo corre il rischio di appagarsi nella individuazione in esso di un disegno provvidenziale, di una prospettiva di progresso, di una costanza di valori; cioè rischia di appagarsi di falsità. E di falsità pericolose, perché distolgono l'uomo dal presente, gli spengono l'esigenza di proiettarsi nel futuro. È inevitabile infatti che la «contemplazione» storica estingua l'«azione», che la ragione metta a riposo i sentimenti e le passioni, da cui soltanto invece nasce la creazione del futuro. Lo studio della storia, insomma, «infiacchisce gli spiriti», li svuota dell'energia vitale.

La saturazione di cultura storica mi pare ostile e pericolosa per la vita di un'epoca sotto cinque aspetti: un tale eccesso genera il contrasto tra interiore ed esteriore, e le ragioni per cui si indebolisce la personalità; per questo eccesso un'epoca cade nella illusione di possedere in grado maggiore che tutte le altre la virtú piú rara, la giustizia. Essa intorbida gli istinti ed impedisce al singolo non meno che alla massa di giungere alla maturità; fa prosperare la credenza, sempre dannosa, nella vecchiaia del genere umano, la credenza di essere dei tardivi, degli epigoni. Porta un'epoca al pericoloso stato d'animo di ironia verso se stessi, e da questo a quello ancora piú pericoloso del cinismo: ma insieme matura una prassi accorta ed egoistica, che paralizza e infine distrugge le forze vitali.
(Considerazioni sulla storia)

L'uomo che si abbandona alla contemplazione storica di fronte al presente «non vede ciò che anche il bambino vede, non sente ciò che anche il bambino sente»:

È naturale: egli ha corrotto e perduto il proprio istinto, ed ora non può piú... rilassare le redini quando l'intelletto vacilla e la sua via attraversa il deserto. Cosí l'individuo si sgomenta, diviene timido e incerto, non crede piú nelle proprie forze: ripiega in se stesso, nell'intimità del proprio animo, e cioè nel vuoto caotico del dato appreso che non può agire esteriorizzandosi, della dottrina che non diventa vita... La soppressione degli istinti per mezzo della storia ha reso gli uomini pure astrazioni ed ombre: nessuno osa piú esporre la propria personalità, ma ciascuno prende la maschera di un uomo colto, di dotto, di poeta, di uomo politico. Se esaminiamo poi quelle maschere... ci troviamo improvvisamente fra le mani soltanto stracci e cenci variopinti.
(Considerazioni sulla storia)

Questa dunque è la condizione dell'uomo moderno. Ma lo spirito dionisiaco ribolle; esso tende a riemergere; come mostra la filosofia di Schopenhauer, il quale ha restituito alla vita i suoi caratteri propri, riscoprendo l'irrazionalità del reale, la relatività e la vacuità dei valori tradizionali; e come indica la musica di Wagner, in cui viene celebrata la condizione tragica dell'uomo. Schopenhauer e Wagner hanno smascherato millenni di imposture sulla realtà, sulla vita dell'individuo, sulla società e sulla storia, costruite dallo spirito «scientifico» della civiltà occidentale, che ha inibito per secoli la varietà, la diversità, la ricchezza, la forza dello spirito dionisiaco.

Di fronte allo spettacolo tragico, presentato da Schopenhauer, di un universo attraversato da una forza prepotente che semina lotte, distruzioni e morte, per Nietzsche - che riconosce autentica questa visione - non restano all'uomo che due modi possibili di esistenza, opposti tra loro:

Schopenhauer ha colto che l'universo è dominato dalla volontà di potenza; ma di fronte a questa forza infrenabile è rimasto atterrito, e il suo spirito filosofico non ha saputo fare altro che teorizzare l'ascetismo. Bisogna invece gettarsi dentro la vita, liberando in se stessi quella volontà di vivere, quella volontà di «potere», da ogni limite e condizionamento. L'uomo nuovo dev'essere «dionisiaco», deve vivere al modo di Dioniso, il dio che ride canta e balla abbandonandosi alla gioia di vivere e esaltando in sé l'energia vitale in tutte le sue possibili manifestazioni.


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