CAPITOLO NONO

Pensiero scientifico e nuove scienze

5. Matematica, logica e logica matematica


La ricerca scientifica richiedeva, per il suo progresso, anche la soluzione di problemi che non appartenevano specificamente al campo della scienza. Come ad esempio quello della «soggettività della conoscenza» o quello delle condizioni che assicurino il «rigore interno» di un discorso scientifico.

Un passo significativo in quest'ordine di problemi fu compiuto da Bernhard Bolzano (1791-1848), il quale svincolò il problema della verità dalla tradizionale impostazione psicologica. Si deve parlare, egli dice, di «verità in sé» distinta dalla «verità per me»; c'è una verità in sé che è tale indipendentemente dal fatto che qualcuno la pensi; per cui la verità o la falsità di una «proposizione in sé», aggiunge, sussiste anche se nessuno mai la riconosca. Ciò permette di affermare che la verità matematica, ad esempio, è tale anche prima che essa abbia ricevuto una formulazione, e a prescindere dal fatto ch'essa sia stata tradotta in termini formali. Per cui non è assurdo parlare di «insieme infinito». Bolzano anzi rivendica, in generale, l'«oggettiva esistenza» degli «insiemi», che, pertanto, non sono una semplice «costruzione» mentale.

Allo scopo di dimostrare questo fatto in un modo evidente per tutti mi permetto di sollevare la questione se non ci siano ai poli della terra corpi fluidi o solidi, se non ci siano aria, acqua, pietre e simili, se questi corpi non agiscano l'uno sull'altro secondo determinate leggi, ad esempio in modo tale che le velocità che essi si comunicano a vicenda nella loro collisione siano inversamente proporzionali alle loro masse e simili, e se tutto questo non avvenga anche quando non ci sia nessun uomo né alcun altro essere pensante ad osservarlo. Se si risponde affermativamente a questa domanda (e chi non sarebbe costretto a rispondere affermativamente?), allora ci sono anche proposizioni e verità in sé che esprimono tutti questi avvenimenti, senza che ci sia nessuno che le pensi o che le conosca. E in queste proposizioni è frequente la menzione di totalità e di insiemi; ogni corpo, infatti, è una totalità, e produce moltissimi dei suoi effetti soltanto mediante l'insieme delle parti da cui è formato. Esistono quindi insiemi e totalità anche senza che ci sia un essere che li pensi.
(I paradossi dell'infinito)

E quando si obietta, nota il Bolzano, che è impossibile ammettere l'esistenza di insiemi «infiniti», perché «un insieme infinito non può mai essere riunito a formare un tutto, né può mai essere raccolto insieme nel pensiero», si compie un errore enorme; errore che si fonda sul pregiudizio che «per pensare un tutto consistente di certi oggetti a, b, c, d,... ci si debba essere prima costruiti delle rappresentazioni mentali che raffigurino ciascuno di questi oggetti separatamente». È un pregiudizio falso: infatti anche per gli insiemi finiti non ho bisogno di rappresentarmi ogni singolo termine dell'insieme.

Io posso pensare all'insieme, all'aggregato o, se si preferisce cosí, alla totalità degli abitanti di Praga o di Pechino, senza essermi prima rappresentato ciascuno di questi abitanti separatamente.
(I paradossi dell'infinito)

Ed è questa possibilità che mi permette di dire cose vere degli abitanti di Praga, senza sapere se essi sono centomila o duecentomila.

Dunque anche il concetto di «insieme infinito» non richiede la rappresentazione singolare dei suoi infiniti membri, e quindi non è impossibile che tale insieme esista obiettivamente. Ma esiste davvero?

Io oso rispondere affermativamente con decisione. Già nel dominio delle cose che non hanno alcuna pretesa di attualità e neppure persino di possibilità, ci sono incontestabilmente insiemi che sono infiniti. L'insieme delle proposizioni e verità in sé è, come si può molto facilmente riconoscere, infinito; se infatti fissiamo la nostra attenzione su una qualunque verità, ad esempio sulla proposizione: «ci sono verità», o su una qualunque altra proposizione a piacere, e la indichiamo con A, troviamo che la proposizione espressa dalle parole: «A è vera», è diversa dalla proposizione A, poiché quella ha manifestamente un soggetto completamente diverso da questa. Precisamente, il suo soggetto è l'intera proposizione A. Ora, mediante la stessa legge con cui abbiamo derivato dalla proposizione A un'altra proposizione diversa da essa, che chiameremo B, si può derivare anche da B una terza proposizione C, e cosí via senza fine. L'aggregato di tutte queste proposizioni, di cui ognuna sta con quella che la precede nella relazione appena indicata di averla come soggetto e di asserire di essa che è una proposizione vera, questo aggregato - dico - comprende un insieme di membri (proposizioni) che è piú grande di ogni insieme finito. Il lettore rileverà la somiglianza che la serie di queste proposizioni ha con la serie dei numeri considerata: una somiglianza che consiste nel fatto che per ogni membro della seconda c'è un membro della prima che gli corrisponde, nel fatto che per qualunque numero intero, per quanto grande esso sia, c'è un numero intero ad esso uguale di proposizioni differenti. E da ciò segue che l'aggregato di tutte queste proposizioni possiede una molteplicità che è maggiore di ogni numero intero, ed è quindi infinita.
(I paradossi dell'infinito)

Con Bolzano dunque viene ad essere fondata quella «teoria degli insiemi» che avrà grandi effetti sullo sviluppo della matematica. Sui presupposti di Bolzano infatti Georg Cantor elaborò una «teoria dei numeri infiniti». Riportiamo, per comprendere meglio i termini di questa teoria, il discorso che B. Russell fa nell'opera La saggezza dell'Occidente:

L'infinità dei numeri aveva provocato imbarazzo fin dall'epoca di Zenone e dei suoi paradossi. Se poniamo mente alla corsa tra Achille e la tartaruga, possiamo esporre come segue uno degli aspetti piú inquietanti del paradosso: ogni punto in cui Achille arriva, è un punto che la tartaruga ha occupato. I due concorrenti hanno dunque raggiunto in ogni momento un egual numero di traguardi. Tuttavia, evidentemente, Achille percorre uno spazio maggiore. Ciò sembra contraddire il concetto del senso comune, secondo cui il tutto è maggiore della parte. Ma quando abbiamo a che fare con insiemi infiniti, non è piú cosí. Per fare un esempio semplice, la serie dei numeri interi positivi, che è un insieme infinito, comprende i numeri pari e i numeri dispari. Se si tolgono tutti i numeri dispari, si può pensare che rimanga la metà di ciò da cui si è partiti. Invece i numeri pari che rimangono sono altrettanti di tutti i numeri che vi erano all'inizio. Tale conclusione piuttosto sorprendente è facile da dimostrare. Scriviamo prima la serie dei numeri naturali e poi, accanto ad essa, la serie risultante raddoppiando via via ciascun membro. Per ogni numero della prima serie vi è un numero corrispondente nella seconda. Come dicono i matematici, vi è tra le due serie una corrispondenza di uno a uno. Dunque le due serie hanno lo stesso numero di termini. Perciò nel caso degli insiemi infiniti, una parte contiene tanti termini quanti ne contiene il tutto. È questa proprietà che Cantor adopera per definire un insieme infinito.
(La saggezza dell'Occidente)


Georg Cantor (1845-1918) diede sistemazione, con Julius Richard Dedekind (1831-1916), a quella «teoria degli insiemi» che comporterà nuovi sviluppi non solo in campo matematico, ma anche nel campo degli studi di logica. Senza entrare nei dettagli diremo che egli scoprí, come proprietà fondamentali degli «insiemi infiniti», oltre quella già indicata che «l'insieme infinito è equivalente ad una sua parte», anche quella per cui «il numero degli elementi che lo costituiscono varia col variare dell'ordine in cui essi sono stati contati»; inoltre dimostrò che i possibili insiemi finiti sono raggruppabili in tre specie diverse con diverse caratteristiche.


Gli sviluppi della scienza avevano dunque posto anche problemi di logica. Gli studi di questa disciplina mirarono anzitutto ad arricchire il sistema logico aristotelico. Proseguirono infatti le ricerche sull'induzione e sulla deduzione. Soprattutto GEORGE BENTHAM (1800-1884) e WILLIAM HAMILTON (1800-1856) mostrarono gli sviluppi della teoria logica con la «quantificazione» non solo dei soggetti delle proposizioni, ma anche dei predicati. AUGUSTUS DE MORGAN (1806-1871) mostrò quelli derivati dall'introduzione di termini negativi e quelli connessi alla traduzione della copula (è) (che nella proposizione vincola soggetto e predicato) nel concetto di «relazione», che comporta la possibilità di applicazione delle proprietà di simmetria e di transitività.

Sicché era possibile derivare, come si è visto successivamente, conclusioni sillogistiche del tutto nuove da premesse del tipo «tutti gli uomini sono alcuni mortali», in cui, naturalmente, i concetti fungenti da soggetto e da predicato sono intesi come «classi», e in cui il rapporto affermativo o negativo, in virtù del concetto di relazione, è inteso come rapporto di «appartenenza», cioè come rapporto di «inclusione» o «esclusione», parziale o totale, dei soggetti rispetto ai predicati. E la logica andò assumendo il carattere di un vero e proprio «calcolo», tanto che ERNST SCHRÖDER (1814-1902) elaborò un' «algebra logica».


Ma anche nel campo degli studi di logica vi fu una prima rivoluzione generata dall'influsso che su di essi ebbero le nuove ricerche aritmetiche e geometriche. La logica cosí perde quel vincolo con la realtà che sussisteva ancora con Hegel; la realtà non è piú concepita come il metro della verità di un procedimento logico corretto.

George Boole (1815-1864), ad esempio, cerca di delineare un «calcolo logico» in cui la validità sia scissa da ogni riferimento al reale. L'algebra simbolica, egli osserva, deriva il suo rigore non dal significato dei simboli (x, y,...) o dal contenuto ch'essi possono rappresentare, ma dalle leggi stesse con cui essi vengono relazionati. Se dico: x sta ad y come 2x sta a 2y, tale proposizione è vera per il rapporto di proporzione, non per il possibile contenuto significativo di x e di y. Analogamente può strutturarsi una logica. Anzi, egli sostiene, le leggi logiche sono formalmente identiche alle leggi dell'algebra simbolica. Pertanto uno stesso procedimento logico può essere applicato sia ad un problema aritmetico, sia ad uno geometrico, e sia anche ad un problema di fisica. Ed è valido a prescindere sia dalle «verità» delle proposizioni, sia dal «tipo» di proposizioni, e sia dal modo in cui si suppongono formati i concetti e le relazioni tra di essi. Pertanto:

Tutte le operazioni del linguaggio, come uno strumento del ragionamento, possono essere realizzate con un sistema di segni composto dai seguenti elementi:

E questi simboli della logica sono nel loro uso soggetti a leggi definite, In parte in accordo ed in parte no con le leggi dei simboli corrispondenti nella scienza dell'Algebra.
Possiamo impiegare i simboli x, y, z, ecc., al posto dei sostantivi, degli aggettivi, e delle frasi descrittive soggette alla regola di interpretazione secondo cui ogni espressione nella quale diversi di questi simboli sono scritti insieme rappresenterà tutti gli oggetti o individui ai quali i loro diversi significati sono insieme applicabili, e alla legge secondo cui l'ordine nel quale i simboli si succedono tra loro è indifferente.
(Le leggi del pensiero)

Inoltre:

Le parole «e», «o», interposte tra i termini descrittivi di due o piú classi di oggetti, implicano che queste classi siano affatto distinte cosí che nessun membro dell'una appartenga all'altra. Sotto questo e sotto tutti gli altri aspetti le parole «e» «o» sono analoghe al segno + in algebra, e le loro leggi sono identiche. Cosí l'espressione «uomini e donne» è, a parte i significati convenzionali, equivalente all'espressione «donne e uomini». Se x rappresenta «uomini» e y «donne», e + sta per «e» ed «o», allora abbiamo:
x + y = y + x

un'equazione che potrebbe essere ugualmente vera qualora x ed y rappresentassero numeri, e + fosse il segno dell'addizione aritmetica.
(Le leggi del pensiero)

E quando si usa il termine «eccetto», in questa algebra logica esso è rappresentato dal segno - , e indica l'esclusione di una parte dal tutto, sul piano logico come su quello aritmetico.

Non ci addentreremo nel discorso della traduzione in termini simbolici della struttura di un giudizio, o del procedimento sillogistico, per il quale, a giudizio di Boole, valgono le leggi delle equazioni. Ciò che c'è di notevole in questi discorsi è il presupposto di base:

Poiché i processi formali di ragionamento dipendono solo dalle leggi dei simboli e non dalla natura della loro interpretazione, ci è permesso trattare i simboli di cui sopra x, y, z, come se essi fossero simboli quantitativi del genere descritto. Possiamo infatti lasciare da parte l'interpretazione logica dei simboli nella equazione data; convertirli in simboli quantitativi, suscettibili solo dei valori 0 ed l; eseguire su di loro come tali tutti i richiesti processi di soluzione; e finalmente ricondurli alla loro interpretazione logica.
(Le leggi del pensiero)

Inoltre una tale concezione della logica la rende totalmente indipendente dalla filosofia, e rende impossibile la sua identificazione con la metafisica.

La Filosofia è descritta come la scienza dell'esistenza reale e come la ricerca delle cause. E perché nessun dubbio possa rimanere circa il significato della parola causa, si dice anche che la filosofia principalmente investiga sul perché. Queste definizioni sono comuni tra gli antichi scrittori. Si può notare, di passaggio, che, a qualsiasi grado, ha prevalso la credenza secondo cui l'ufficio della filosofia è immediatamente legato allo studio delle cause e che si è chiaramente stimata ogni scienza il cui oggetto è la ricerca delle leggi. Noi potremmo opporci sulla base della convinzione propria di molte menti attente e riflessive, secondo cui, nell'ampiezza di significato prima stabilita, la filosofia è impossibile. L'ufficio della scienza vera, esse concludono, riguarda le leggi ed i fenomeni. La natura dell'Essere, il modo di operare della Causa, il perché, sono fuori della portata della nostra intelligenza. Ma noi non vogliamo il vantaggio di tale posizione; né dubitiamo, sia raggiungibile o meno l'obbiettivo della filosofia, che il desiderio che ci spinge a tentare non sia un istinto della nostra piú alta natura. Concediamo anche che il problema che ha reso vani gli sforzi di generazioni non sia senza speranza, che la «scienza della esistenza reale», e «la ricerca delle cause», «quel nocciolo» per cui «la Filosofia è sempre al lavoro», non trascenda i limiti dell'intelletto umano. Io sono allora costretto ad asserire, in accordo con questa concezione della natura della filosofia, che la Logica non ne forma alcuna parte. Sulla base di una classificazione vera, non possiamo associare piú oltre Logica e Metafisica, ma Logica e Matematica.
(L'analisi matematica della logica)

Con ciò dunque la logica «formale» (che prescinde dai contenuti, e che si propone solo la validità del processo e non la verità dei risultati, cioè la loro rispondenza alla realtà) diviene logica «simbolica», e questa con Boole si configura come logica di tipo algebrico. Ma ciò apre anche la strada alla riflessione sulla «logica matematica», cioè alla convinzione che la matematica in sostanza si riduca a logica, o anche ad una branca della logica.


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