CAPITOLO NONO

Pensiero scientifico e nuove scienze

11. La psicologia


Il metodo strutturale però non è stato utilizzato solo dai «linguisti». Esso è stato adoperato, come vedremo, anche nella psicologia (psicologia della forma, psicologia genetica), nella sociologia, nell'etnologia (Boas), nell'antropologia (Lévi-Strauss), nella psicoanalisi (Lacan), e anche nella «teoria marxista» di L. Althusser. Per ora ci soffermeremo sulla psicologia, che è stata una di quelle scienze che hanno conosciuto piú ampi sviluppi di metodo e di contenuto nel Novecento.


Già nell'Ottocento in verità c'era stata una svolta. Si erano effettuate infatti ricerche psicologiche su base empirico-sperimentale, utilizzando peraltro anche i contributi offerti dall'anatomia e dalla fisiologia, specie dalla fisiologia del sistema nervoso. La psicologia insomma si configurò non piú come una teoria filosofica sulla «realtà» anima, ma come una scienza dei «fatti di coscienza», ossia dei «fenomeni interni». Già Theodor Fechner (1801-1887) delineò una teoria psicofisica dei fatti interni e applicò allo studio delle sensazioni il principio della misurabilità; e individuò cosí il rapporto tra l'intensità dello stimolo e quella della risposta, stabilendo che la prima cresce in proporzione geometrica, la seconda in proporzione aritmetica. E Wilhelm Wundt (1832-1920)disegnò una psicologia sperimentale utilizzando il criterio «evoluzionistico», anche se poi distingueva i fatti spirituali da quelli fisiologici, come due serie indipendenti ma parallele; distinzione che gli permetteva di lasciare spazio all'autonomia della volontà e all'esistenza di Dio; laddove Dio era da intendersi il fondamento ontologico unificante delle due serie, e la volontà il fondamento unificante sul piano operativo. Jean-Martin Charcot (1825-1893) e Théodule Ribot (1839-1926) studiarono poi le anomalie della psiche (isterismo e pazzia) mettendone in luce la dipendenza dalle degenerazioni del sistema nervoso in connessione con le condizioni ambientali. Francis Galton (1822-1911) fece studi che rendevano possibile la misurazione dei fatti psichici attraverso i tests mentali.


Salva restando l'esigenza di una «psicologia scientifica», nel Novecento si tentò di delineare una psicologia «obiettiva», fondata sullo studio dei comportamenti reattivi determinati dagli stimoli ambientali; studio articolato sull'osservazione «esterna» del soggetto


Fu questo il presupposto delle indagini di Vladimir M. Bechterev (1857-1927) e di Ivan Petrovic Pavlov (1849-1936), teorizzatore, questo secondo, della dottrina dei «riflessi condizionati»: ogni volta che il cane vede un pezzo di carne, secerne saliva; se presentando al cane un pezzo di carne si accompagna a tale atto, per un certo numero di volte, un qualunque segnale, ad esempio luminoso o acustico, il cane stabilizzerà l'associazione tra segnale e salivazione; per Cui si può produrre la salivazione col solo segnale, cioè senza la presentazione del pezzo di carne; c'è dunque un rapporto causale rigoroso e necessario tra stimolo e riflesso; ed è possibile studiare oggettivamente il comportamento in cui si esprime un «fatto interno».

Questa fu poi l'idea che consentí anche a John Broadus Watson (1878-1958) di delineare il suo «behaviorismo»: per lui l'analisi psicologica si riduce, grosso modo, allo studio dei tipi e dei meccanismi del comportamento (behaviour).

Sia Pavlov e sia, in certa misura, Watson distinguevano e separavano però concettualmente lo stimolo dalla reazione comportamentale; tale distinzione fu contestata dai «funzionalisti», di cui uno dei piú rilevanti esponenti fu J. DEWEY; essi sottolinearono che tra i due elementi c'è un rapporto unitario, c'è un vincolo in cui il primo e il secondo elemento acquistano significato rispetto al complesso unitario della situazione; la percezione ad esempio non si spiega solo con l'azione dell'ambiente sull'organismo o viceversa, ma è una situazione complessiva in cui giocano il loro ruolo anche le esperienze passate e le prospettive o aspettative per il futuro.


L'influenza dello strutturalismo diviene piú manifesta nella «psicologia della forma», i cui fondatori furono Max Wertheimer (1880-1943), Wolfgang Koehler (1887-1967) e Kurt Koffka (1886-1941). Non bisogna partire nello studio dei fatti psicologici da «dati primari», da cui scaturirebbe poi il «fatto» come «insieme ottenuto per associazione»; viceversa l'indagine psicologica, essi sostengono, deve partire dall'analisi del fatto nella sua forma di totalità, nella sua struttura, entro cui soltanto i dati semplici assumono significato e funzione. Una forma, dunque, è una struttura che viene percepita anteriormente ai suoi elementi componenti. I caratteri di semplicità, chiarezza, ecc, non sono propri dei componenti, come voleva la psicologia associazionista, ma sono propri della struttura. Una percezione semplice di un insieme pertanto non è riconducibile né spiegabile con la somma delle sensazioni elementari, o dati sentiti; e d'altra parte una percezione complessa non è riconducibile alla somma delle singole percezioni elementari: queste, in una percezione complessa, si presentano sempre in una forma totale piú ampia che a sua volta costituisce un fatto primario. I fondamenti della «psicologia della forma» furono accolti poi da Kurt Lewin (1890-1947) che, in America, cercò di coniugarli con gli elementi emersi dalla teoria comportamentista, e di estenderli dal campo della psicologia individuale a quella dei rapporti interindividuali e di gruppo. Ogni evento umano è sempre un caso singolare che il criterio metrico e quello statistico non spiegano adeguatamente né possono prevedere con precisione. Bisogna superare, egli dice, una concezione della psicologia di tipo «aristotelico», cioè di tipo induttivo e sistematico, e bisogna uscire anche dal tipo di psicologia «descrittivo» e «classificatorio», per approdare ad una concezione «galileiana» che Si fondi sul concetto di «campo» in cui ha luogo una «dinamica psicologica».

Occorre cioè avere presente alla mente che la validità generale della legge e la concretezza del caso individuale non costituiscono delle antitesi e che 11 riferimento alla situazione concreta considerata nel suo insieme deve prendere il posto del riferimento alla raccolta piú vasta possibile di eventi che storicamente si sono ripetuti con frequenza. Questo significa, da un punto di vista metodologico, che l'importanza di un evento e del suo valore di prova non possono essere valutati sulla base della frequenza con la quale esso Si verifica. Infine esso significa per la psicologia, cosí come ha significato per la fisica, un passaggio da un procedimento astrattamente classificatorio ad un metodo costruttivo essenzialmente concreto.
(Teoria dinamica della personalità)


Intanto, oltre all'indagine sulla percezione, si andava sviluppando anche quella sull'apprendimento, sulla base dei presupposti «behavioristi». Clark Leonard Hull (1884-1952), teorizzatore del «neocomportamentismo», indicò nella «risposta condizionata» il meccanismo base dell'apprendimento e di tutti gli ulteriori e piú complessi processi della mente; egli indicava anche come indispensabile un metodo di ricerca rigorosamente ipotetico-deduttivo, che permettesse di giungere a determinazioni quantitative; e proponeva una concezione «formale» della teoria psicologica, articolata su postulati, teoremi e corollari. Questo impianto «formale» della psicologia fu contestato invece da un altro «behaviorista», Burrhus Frederik Skinner (1904), che indicò l'essenza della ricerca nella «descrizione delle risposte». Egli studiò anzitutto il «comportamento verbale», poi estese l'interesse ai problemi psicologici dell'istruzione programmata, e infine approdò alla teoria della «tecnologia del comportamento», tecnologia che dovrebbe consentire all uomo di migliorare le sue condizioni di vita. Una tale tecnologia pero e ancora allo stato nascente; ma non v'è dubbio, secondo Skinner, che essa è indispensabile.

Quanto alla psicologia dell'apprendimento egli mise in luce il ruolo del «rinforzo», ossia di quell'evento che promuove l'apprendimento di un comportamento e determina la resistenza al suo abbandono.

Il rinforzo operante non solo rinforza una data risposta, esso porta la risposta sotto il controllo di uno stimolo. Ma lo stimolo non provoca la risposta, come nel caso del riflesso; esso pone semplicemente l'occasione in dipendenza della quale è piú probabile che la risposta si verifichi. Lo stimolo aumenta la probabilità che un'unità di comportamento si verifichi, ma non la determina. La differenza principale fra il riflesso e l'istinto non Su nella complessità della risposta, ma nel provocare e liberare, rispettivamente, le azioni dello stimolo.
(50 anni di comportamentismo)


Gli sviluppi della ricerca psicologica hanno portato poi alla sua articolazione in una molteplicità di specializzazioni (psicologia sociale, psicologia dell'età evolutiva, ecc.). Non è possibile indicare tutti i risultati conseguiti in questi campi specifici d'indagine. Ci soffermeremo ora solo sulla psicologia di Jean Piaget, che, per il tipo di ricerche e per il modo in cui le ha condotte, merita un discorso a parte. Circa poi la svolta operata da S. Freud negli studi psicologici, parleremo in altro capitolo; l'immagine dell'uomo che questi presenta ha anche un pregnante significato filosofico.

Jean Piaget (1896-1980) fu il fondatore della «psicologia genetica». Egli studiò la genesi delle «strutture» categoriali del pensiero. Indagò quindi il processo di formazione e di sviluppo di quelle strutture dall'età infantile fino all'età adulta. A testimonianza del tipo di lavoro da lui compiuto presentiamo questi brani tratti da Lo sviluppo mentale del bambino; essi affrontano il tema, piú vicino anche a certe tematiche filosofiche, dello «sviluppo della logica».

Se la logica non è innata nel bambino, allora resta da risolvere un difficile problema di psicologia generale: come spiegare che le strutture logiche divengano necessarie ad un certo livello? Per esempio, se A = B e se B = C, il bambino piccolo non è affatto sicuro che A = C, mentre dopo i sette-otto anni, e soprattutto gli undici o dodici, gli è impossibile non concludere che A = C.
La logica nel bambino (e in tutti, noi crediamo), si presenta essenzialmente sotto la forma di strutture operative, cioè l'atto logico consiste essenzialmente nell'operare, cioè nell'agire sulle cose o sugli altri. Un'operazione è infatti un'azione, concreta o interiorizzata, divenuta reversibile, e coordinata alle altre operazioni in una struttura globale che comporta leggi di totalità.
Il criterio psicologico della costituzione delle strutture operative e di conseguenza del completamento della reversibilità (costituendo questa un processo che progredisce gradualmente durante lo sviluppo) è l'elaborazione di costanti o del concetto di conservazione.
Al momento della formazione delle prime strutture operative (verso i sette-otto anni), il bambino ammetterà che la quantità si conserva necessariamente (la novità è il sentimento di necessità); la costituzione di questo concetto di conservazione è quindi tipica di un certo livello operativo.
Partendo da tali criteri (che non abbiamo inventato a priori, ma scoperti empiricamente) possiamo allora distinguere quattro grandi stadi nello sviluppo della logica infantile: Dobbiamo allora considerare la necessità logica come derivata dall'esperienza fisica e le regole logiche come leggi piú generali degli oggetti stessi.
Non dobbiamo dimenticare un fatto fondamentale: cioè che l'azione modifica continuamente gli oggetti, e tali trasformazioni sono anch'esse oggetto di conoscenza.
Se l'azione interviene quindi nella strutturazione delle operazioni logiche, è chiaro che occorre riconoscere la funzione del fattore sociale nella costituzione di tali strutture, perché l'individuo non agisce mai solo, ma è, a gradi diversi, socializzato. È chiaro, per esempio, che la necessità inerente al principio di contraddizione presenta tutti i caratteri, oltre a quelli del coordinamento delle azioni, di una autentica coercizione collettiva.
Occorre introdurre però alcune distinzioni nei diversi tipi possibili di rapporti sociali perché non tutti conducono in egual modo alla logica.
La forma di interazione collettiva che interviene nella costituzione delle strutture logiche è essenzialmente il coordinamento delle azioni interindividuali nel lavoro in comune e nello scambio verbale.
In tal modo, il coordinamento delle azioni di un soggetto individuale si manifesta continuamente in momentanei squilibri (corrispondenti ai bisogni o ai problemi) e riequilibri (corrispondenti alle soddisfazioni o alle soluzioni). Allo stesso modo è naturale che il coordinamento sociale delle azioni comporti squilibri e forme di equilibrio, e che le interferenze fra i fattori individuali (neurologici, ecc.) e i fattori sociali dell'azione dipendano da un continuo processo d'equilibrio.
Questo progressivo cammino verso l'equilibrio ha grande importanza teorica, perché si può sperare di darne un giorno o l'altro un calcolo fondato su considerazioni probabilistiche. Si pensi, per esempio, al secondo principio della termodinamica, facilmente esplicabile attraverso il calcolo delle probabilità, e si capirà allora perché l'intervento dell'equilibrio rappresenta un quarto fattore suscettibile di aggiungere la propria azione a quella dei precedenti nella spiegazione della formazione delle strutture e della necessità logica.
(Lo sviluppo mentale del bambino)


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