CAPITOLO NONO

Pensiero scientifico e nuove scienze

10. La linguistica


Se rivoluzioni ci furono in matematica e in fisica, rivoluzioni ci furono, nel Novecento, anche nello studio dell'uomo. E come nello studio della natura nacquero nuove discipline, nuove discipline nacquero anche nell'indagine sulla realtà umana. Cosí, di questa realtà molti aspetti furono sottratti all'indagine filosofica o alla concezione religiosa, e furono ricondotti nell'ambito della scienza.

Prima di affrontare il discorso su queste nuove «scienze umane» è necessario fare qualche premessa: molte di esse adottano un «metodo strutturale»; quali ne sono i principi fondamentali?

Tutti i fatti umani, dicono gli strutturalisti, sia i fatti individuali che quelli collettivi, sono un insieme di «segni». Anzi, a ben vedere, sono «strutture di segni», sono cioè delle «totalità» organizzate in un vero «sistema». In questo sistema non è la semplice aggregazione delle parti che, per sé, costituisce il tutto organico, ma, al contrario, è la totalità che determina la natura e la funzione della singola parte. Ogni singolo «segno», insomma, ha valore e significato solo in rapporto all'intera «struttura». Ciò significa che nello studio dei fatti umani bisogna partire dall'analisi della struttura per individuare e comprendere i singoli elementi, perché solo una tale analisi consente di scoprire le relazioni per le quali i singoli elementi si trovano organizzati in una totalità.

Certo, con tale analisi si sottraggono i fatti umani alla considerazione «diacronica»; non li si considera cioè nella loro evoluzione temporale e storica; il metodo «strutturale» è, insomma, essenzialmente «sincronico». Ma ciò non significa, precisano gli strutturalisti, che quei fatti, in quanto «strutture», sono fissi, alieni da ogni trasformazione. Le strutture si trasformano, ma «autoregolandosi» esse cioè nel corso del tempo si arricchiscono ma conservando se stesse, conservando quelle leggi che fondano la loro «unità».


Questi capisaldi dello strutturalismo furono individuati dagli studi di linguistica dello svizzero Ferdinand De Saussure (1857-1913), autore del noto Corso di linguistica generale.

Egli distinse tra «lingua» e «parola». La lingua è un «sistema di strutture linguistiche»; in queste strutture ogni termine è solidale con l'altro e con tutti gli altri; sicché il suo valore sta nelle sue relazioni con gli altri. La parola invece non è che la manifestazione sensibile, materiale, della lingua; il suo campo è limitato a ciò che il parlante pronuncia effettivamente. Noi diciamo «arbor»; ma questo nome è di natura vocale o psichica? Dobbiamo riconoscerlo: è l'una e l'altra cosa; è un'«unità linguistica» composta da un «concetto» e un «immagine acustica». Ma l'immagine acustica non è staccata dal concetto; essa non è semplicemente un «suono», non è una cosa puramente fisica, ma «è la traccia psichica di questo suono»; e se si dice che è un fatto «materiale», «sensibile», lo si dice solo per contrapporlo al fatto «psichico», cioè al concetto; non bisogna dimenticare che esso ha senso perché «porta» il concetto di albero. Insomma bisogna stare attenti ad evitare ogni ambiguità. A tal fine De Saussure dichiara:

Noi proponiamo di conservare la parola segno per designare il totale, e di rimpiazzare concetto e immagine acustica rispettivamente con significato e significante: questi due ultimi termini hanno il vantaggio di rendere evidente l'opposizione che li separa sia tra di loro sia dal totale di cui fanno parte. Quanto a segno, ce ne contentiamo per il fatto che non sappiamo come rimpiazzarlo, poiché la lingua usuale non ce ne suggerisce nessun altro.
(Corso di linguistica generale)

Quali sono allora i caratteri del «segno»? Il segno è anzitutto io» «arbitrario»; infatti il legame che unisce il significante al significato è arbitrario.

L'idea di «sorella» non è legata da alcun rapporto interno alla sequenza di suoni s-ö-r che le serve in francese da significante, potrebbe anche essere rappresentata da una qualunque altra sequenza: lo provano le differenze tra le lingue e l'esistenza stessa di lingue differenti: il significato «bue» ha per significante b-ö-f da un lato e o-k-s (Ochs) dall'altro lato della frontiera.
(Corso di linguistica generale)

Proprio per il suo carattere arbitrario il «segno» non può essere assimilato al «simbolo». Questo, come significante, non è vuoto e quindi non lo si può riempire ad arbitrio. «Il simbolo della giustizia, la bilancia, nota De Saussure, non potrebbe essere sostituito, per esempio, da un carro». Ciò tuttavia non significa che il segno sia arbitrario nel senso che il parlante scelga a proprio arbitrio il significante; l'individuo infatti eredita il segno nella sua globalità cosí come si è consolidato nel suo gruppo linguistico; è arbitrario solo nel senso che non c'è «vincolo naturale» tra significante e significato.

Altra caratteristica del segno è che il significante è «lineare». Il significante, la parola detta, è di natura auditiva; essa si snoda nel tempo; pertanto ha i caratteri del tempo, cioè un'«estensione» di tipo «lineare»; gli elementi che la costituiscono dunque «si presentano l'uno dopo l'altro», cioè «formano una catena»; ciò risulta evidente se si traduce la parola detta in parola scritta. Inoltre il «segno» è caratterizzato sia dalla «mutabilità» che dall'«immutabilità».

Esso è immutabile rispetto alla comunità linguistica in cui il parlante lo usa.

Se, in rapporto all'idea che rappresenta, il significante appare scelto liberamente, per contro, in rapporto alla comunità linguistica che l'impiega, non è libero, ma è imposto. La massa sociale non viene affatto consultata ed il significante scelto dalla lingua non potrebbe essere sostituito da un altro. Non soltanto un individuo sarebbe incapace, se lo volesse, di modificare in qualche cosa la scelta che è stata fatta, ma la massa stessa non può esercitare la sua sovranità neppure su una sola parola: essa è legata alla lingua quale è.
(Corso di linguistica generale)

In ogni epoca e per ogni popolo una lingua viene «ereditata» dalle generazioni precedenti. Ciò significa che: «uno stato di lingua determinato è sempre il prodotto di fattori storici»; persistendo tali fattori, persiste la lingua e persistono i «segni»; non è possibile dunque «cambiamento linguistico generale e improvviso». Peraltro l'iniziazione alla lingua avviene con l'apprendimento della «lingua materna», «la riflessione non interviene nella pratica di un idioma», e i soggetti parlanti sono «incoscienti delle leggi della lingua»: tutti elementi questi che favoriscono la conservazione linguistica. E poi è difficile mutare un'intera lingua, se si considera ch'essa è composta di un numero molto grande di segni, se si considera la intrinseca complessità e molteplicità di relazioni che ne fanno un «sistema», e se si considera ch'essa è «una faccenda di tutti i membri di una comunità» e non di una sola parte. Insomma la lingua «fa corpo con la vita della massa sociale» che è «naturalmente inerte».

Ma il segno è anche «mutabile».

Il tempo, che assicura la continuità della lingua, ha un altro effetto in apparenza contraddicente il primo: quello d'alterare piú o meno rapidamente i segni linguistici e, in un certo senso, si può parlare insieme dell'immutabilità e della mutabilità del segno.
In ultima analisi, i due fatti sono solidali: il segno è in condizione d'alterarsi in quanto si continua. Ciò che domina in ogni alterazione è la persistenza della materia antica; l'infedeltà al passato non è che relativa. Ecco perché il principio di alterazione si fonda sul principio di continuità.
(Corso di linguistica generale)

Alterazione non significa «cambiamenti fonetici» del significante, né semplicemente mutamenti del concetto significato, ma, piú complessamente, «spostamento del rapporto tra il significato e il significante»; ciò significa che la lingua «si evolve sotto l'influenza di tutti gli agenti che possono incidere sia sui suoni sia sui sensi».

Pertanto la lingua, nel suo complesso, è studiabile in due modi; per il suo carattere di mutabilità è analizzabile dal punto di vista «diacronico», per quello di immutabilità dal punto di vista «sincronico». A rigore si dovrebbe studiare ponendo un sistema di coordinate che preveda un «asse delle simultaneità» e un «asse delle successioni»; sul primo si otterrebbe l'immagine di uno «stato della lingua», sull'altro quella della sua «evoluzione». Ma poiché la lingua ha valore, per il parlante, in quanto è uno «stato» linguistico per descriverla scientificamente e individuarne le leggi e le norme d'uso bisogna analizzarla «sincronicamente», come una «struttura». L'analisi diacronica deve servire in tal caso solo a comprendere i termini di quella sincronica.

Sicché, mentre la «linguistica diacronica studierà i rapporti colleganti termini successivi non percepiti da una medesima coscienza collettiva, e che si sostituiscono gli uni agli altri senza formar sistema tra loro», invece «la linguistica sincronica si occuperà dei rapporti logici e psicologici colleganti termini coesistenti e formanti sistema, cosí come sono percepiti dalla stessa coscienza collettiva»


Le indicazioni di De Saussure furono raccolte da Louis Hjemselev (1899-1965), il principale esponente della «Scuola di Copenhagen». Questi teorizzò la «glossematica»: la lingua, sostenne, può essere studiata esclusivamente nei suoi aspetti «formali»; pertanto è possibile delineare una sorta di «algebra della lingua» i cui termini costituiscano «entità non nominate».


Ma l'influsso di De Saussure si fece sentire anche sul «circolo di Praga» il cui maggior esponente è considerato Roman Jakobson (1896), autore, tra l'altro, di Saggi di linguistica generale. Ogni processo linguistico, egli sostiene, è composto da molteplici fattori, tra cui il «mittente», il «destinatario», il «messaggio», il «codice». In base a questi elementi è possibile individuare una molteplicità di funzioni del linguaggio; la diversità dei messaggi dipende dal diverso ordine gerarchico fra di loro. Sicché «la struttura verbale di un messaggio dipende prima di tutto dalla funzione predominante».


In America si sviluppò poi la teoria della «linguistica strutturale». Leonard Bloomfield (1887-1948), avendo sottolineato che è possibile studiare scientificamente un linguaggio solo se lo si consideri nelle sue «regolarità», e quindi come un sistema con specifiche leggi di funzionamento, sostenne la possibilità di una «linguistica descrittiva», cioè di un'analisi del linguaggio a prescindere dai significati. La tendenza a formalizzare la lingua ha raggiunto poi il suo apice con la teoria di Noam Chomsky (1928); egli sostiene che la teoria della lingua deve configurarsi come un «modello» in base al quale sia possibile scoprire tutte le possibili frasi di cui poi gli studi grammaticali e sintattici rivelino la struttura e i processi di trasformazione.


Le ricerche sulla lingua hanno conosciuto in tempi piú recenti ulteriori sviluppi. Anzitutto a livello di metodo. In ogni modo si può dire che si sono sviluppati due filoni, distinti sul piano concettuale: quello della «semantica», scienza generale del significato, e quello della «semiotica», scienza generale dei segni. Del primo ricordiamo come esponenti di rilievo C. K. Ogden, I.A. Richards, S. Ullmann; del secondo R. Barthes, il quale ha messo in luce come i «segni» linguistici siano soltanto una parte di tutti i segni possibili.


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