Il «neopositivismo», detto anche «positivismo logico» e «empirismo logico» (per il suo rifiuto teorizzato di ogni metafisica, anche di quella dei positivisti classici) fu l'indirizzo coltivato nel «Circolo di Vienna», fondato da Moritz Schlick. Tale circolo aggregò molti insigni intellettuali dell'epoca, diversi per formazione culturale, per interessi e per competenze (v'erano filosofi, sociologi, matematici, giuristi) sul programma di discutere sui temi enunciati da Wittgenstein nel suo Tractatus e di realizzare l'«Enciclopedia internazionale della scienza unificata». Ai lavori di questo gruppo parteciparono Carnap, Neurath, Frank, Popper, Reichenbach, Gödel, nonché A. WEISMANN e H. KELSEN. Le elaborazioni vennero rese pubbliche attraverso la rivista «Conoscenza», organo del Circolo. Con l'avvento del nazismo in Germania il gruppo si disciolse. Schlick fu assassinato, e un buon numero di partecipanti si trasferí a Chicago, negli Stati Uniti, dove diede avvio alla pubblicazione dell'«Enciclopedia», nel 1938, avvalendosi anche della collaborazione di Bohr, di Russell e di Dewey. Ma fu proprio il progetto dell'«Enciclopedia» ad aprire un nuovo dibattito e a far emergere diverse tendenze interpretative: che cosa doveva intendersi per «scienza unificata»? «unificata» in quale senso? nel senso formale, cioè unificata in virtù di un unico «linguaggio» valido per ogni disciplina? o nel senso metodologico? Si trattava, come si vede, di problemi che coinvolgevano il concetto stesso di «scienza».
Esporremo ora solo i temi principali sviluppati dai singoli pensatori piú significativi.
Moritz Schlick (1882-1936) scrisse saggi pubblicati poi postumi nell'opera Natura e cultura. Egli teorizzò il «principio di verificabilità». Qualunque questione è risolubile se si possono ipotizzare !e esperienze che si dovrebbero avere per darle una risposta; e tale risposta non può essere se non una «proposizione». Tale proposizione allora ha un senso se siamo in grado di indicare con precisione le circostanze specifiche che la renderebbero vera e insieme quelle che la renderebbero falsa. Laddove «circostanze» significano «fatti d'esperienza». Sicché, in definitiva, è l'esperienza che verifica la verità o falsità di una proposizione. Pertanto il criterio della risolubilità di una questione è, in fondo, la sua riducibilità all'esperienza possibile.
Da ciò deriva che i problemi metafisici non sono risolubili, perché le risposte sono proposizioni inverificabili con l'esperienza, e quindi prive di senso. E come i problemi metafisici anche quelli «etici».
Quanto alla scienza, poi, egli dice che essa è costituita di proposizioni. Tali proposizioni, però, non devono essere tautologiche ma «sintetiche». Quelle tautologiche si basano esclusivamente sul criterio di non contraddittorietà, mentre quelle sintetiche implicano il criterio di «verità materiale».
Pertanto quelle proposizioni cosiddette «protocollari», cioè quelle che «in tutta semplicità, senza alcuna aggiunta o trasformazione o manipolazione, esprimono i fatti», hanno valore conoscitivo solo in quanto fondate su «proposizioni di osservazione empirica». E nell'uso che se ne fa, hanno esclusivamente valore ipotetico; cioè, per essere valide, debbono esser verificate dalle «costatazioni» d'esperienza personale, costatazioni «in atto».
A contestare questa impostazione del discorso sui «protocolli» fu Otto Neurath (1882-1945) autore di Fisicalismo, Proposizioni protocollari, Sociologia empirica.
La scienza non si fonda, e non può fondarsi, sul riferimento al mondo esterno. Né una proposizione scientifica può esser verificata in base alle costatazioni empiriche personali, cioè al personale riferimento al mondo esterno. Questo riferimento implica sempre l'introduzione dell'«io» o del «tu» nella proposizione («io» provo, vedo, sento...).
Orbene: poiché il linguaggio è essenziale alla scienza, l'unico linguaggio scientifico è quello fondato sui «protocolli», cioè sulle proposizioni elementari che «protocollano» i fatti fisici allo stato puro, cioè senza l'interferenza dell'esperienza personale. E la verifica della proposizione scientifica può esser compiuta solo a livello di linguaggio, cioè confrontando tra loro le proposizioni «protocollari». Dunque non si può andare al di là del linguaggio, esso è «intrascendibile». La realtà, pertanto, non è altro che «la totalità delle proposizioni».
Neurath va però anche oltre, in questo discorso. Egli dice che non si può parlare di «isomorfismo» tra realtà e linguaggio, ma di «identità». Per cui la realtà «è» linguaggio, e anche il linguaggio «è» realtà, cioè è un «fatto fisico» come gli altri. Ciò implica evidentemente che è privo di senso tutto ciò che non può esser trasposto nelle forme fisiche del linguaggio, cioè in «suoni» linguistici. Sono questi i principi del «fisicalismo» di Neurath.
Rudolph Carnap (1891-1970) attraversò tre diverse fasi di pensiero che sono espresse nelle sue tre opere fondamentali: La costruzione logica del mondo, Sintassi logica del linguaggio, Introduzione alla semantica. Egli scrisse pure altri saggi, tra i quali L'eliminazione della metafisica per mezzo dell'analisi logica del linguaggio, Provabilità e significato, I fondamenti della logica e della matematica, Significato e necessità.
Nella prima fase egli sviluppa il tema della scienza come «costruzione logica del mondo». La scienza è unica, dice Carnap, e può essere solo «una», anche se vi sono campi diversi d'indagine con diversi «oggetti». Essa è fatta di elementi primari o enunciati o proposizioni elementari che rappresentano gli «elementi originari» del mondo. Tali proposizioni esprimono un contenuto, che è l'«esperienza vissuta elementare», e una forma, che è la relazione fondamentale tra le esperienze vissute (come quella del ricordo di somiglianza). La filosofia perciò deve configurarsi come analisi del linguaggio scientifico, cioè deve ricondurre logicamente le «proposizioni scientifiche» a «proposizioni verificabili» attraverso le esperienze vissute elementari e le loro relazioni.
Tutte le proposizioni metafisiche dunque vanno rigettate in quanto inverificabili. Definizioni come quelle di sostanza o di causa non consentono una «costruzione» scientifica del mondo fisico. Definizioni come quella di anima non «costruiscono» il mondo psichico. Ai termini della metafisica non corrisponde un significato (che significa «essere» o «nulla»?). Le relazioni tra termini nei discorsi metafisici non rispettano le norme della «sintassi logica del linguaggio», come mostra il discorso «metafisico» heideggeriano. La metafisica è come l'arte, cioè mostra un modo non scientifico di relazionarsi alle cose. Essa è fatta di «pseudo-proposizioni» articolate in ragionamenti scorretti.
«I metafisici sono in fondo musicisti senza talento musicale». Tali sono gl'idealisti tedeschi, e tale è anche Bergson. Parlano delle essenze delle cose «trascendendo», saltando oltre l'esperienza, e in disprezzo del procedimento induttivo.
Ma come si costruisce l'immagine logica del mondo? Su questo tema si sviluppa la seconda fase del pensiero di Carnap. Punto di partenza è il «dato» d'esperienza. Tale dato, per essere utilizzato scientificamente, dev'essere tradotto in «proposizione protocollare», cioè in formulazione linguistica descrittiva del contenuto di esperienza immediata e delle relazioni fondamentali. Tali proposizioni protocollari poi vengono disposte nel «linguaggio sistematico» della scienza, che si esprime in proposizioni generali, o leggi di natura. Sono le proposizioni protocollari, poi, che permettono la «verifica» della scienza; la quale, come «linguaggio sistematico» è solo un'«ipotesi». In tal senso Carnap dichiara che non si può uscire dal solipsismo metodico, perché le proposizioni protocollari enunciano esperienze strettamente personali, anche se il valore di tali proposizioni è «comunicativo» e anche se l'aspirazione è che esse siano assunte come valide universalmente. È a livello intersoggettivo però che ha valore la proposizione protocollare: se due persone hanno diverse opinioni sulla lunghezza di un segmento, allora si cercherà di realizzare un esperimento tale da unificare le diverse proposizioni protocollari.
Sebbene allora le proposizioni protocollari siano fondate sui dati d'esperienza, non dall'esperienza deriva l'immagine logica del mondo, ma solo dalla correttezza logica del linguaggio scientifico. Tale correttezza è provata dall'analisi del linguaggio scientifico per via formale, cioè attraverso l'analisi dei termini, delle proposizioni adottate e delle relazioni tra proposizioni. Il linguaggio scientifico è un «contesto» di relazioni secondo una «sintassi logica», cioè secondo leggi precise della formazione delle proposizioni e della loro trasformazione, cioè della derivazione di una proposizione dall'altra (in ciò ha ragione Neurath: non si può andare oltre il linguaggio). La sua validità è data solo dal «calcolo» corretto delle possibilità di combinazione dei termini negli enunciati, e degli enunciati nei ragionamenti, indipendentemente dal contenuto. «Le questioni della logica della scienza sono formali, vale a dire sintattiche»; «la situazione reale viene alla luce quando si procede alla traduzione delle proposizioni del modo materiale di parlare nelle proposizioni sintattiche corrispondenti, e quindi nel modo formale». Io posso ben dire «tre è un numero», ma questo è un modo materiale di parlare; «esso dev'essere tradotto in "tre è un termine numerico"», che è il modo formale di esprimersi. Io posso ben dire «la lezione di ieri trattò di Babilonia», ma la traduzione formale dell'espressione è «nella lezione di ieri fu impiegata la parola Babilonia». Io posso ben dire «la parola stella del giorno designa il sole», ma la sua traduzione formale è: la parola stella del giorno è sinonimo di sole». Il modo formale di parlare perciò è un «metalinguaggio» rispetto al modo materiale.
Dunque, il valore di un linguaggio è dato dalla correttezza interna di carattere formale. Di qui deriva anche che ognuno può adottare un qualsivoglia linguaggio. «Il nostro atteggiamento, dice Carnap, si esprime attraverso la formulazione del principio di tolleranza; non è nostro compito stabilire delle proibizioni, ma soltanto giungere a delle convenzioni». E aggiunge: «In logica non vi sono morali; ognuno è libero di costruire la propria logica, cioè la propria forma di linguaggio nel modo che vuole»; «tutto quello che si esige da lui, se egli intende dar ragione del proprio metodo, è che lo stabilisca chiaramente e suggerisca regole sintattiche invece di argomenti filosofia»
Qual è allora il ruolo della filosofia?
Nella terza fase del suo pensiero Carnap porta poi il suo discorso sul linguaggio dal piano formale della sintassi logica a quello dei «significati» delle proposizioni, cioè a quello di ciò che è designato da esse e dalle loro relazioni. Ciò era reso indispensabile dal fatto che ipoteticamente poteva darsi un linguaggio formale ma inconcludente. Egli allora riprende il concetto di Frege di «nome-relazione», per il quale il significato di un termine è dato dal nesso tra il termine stesso e l'entità - concreta o astratta - di cui quel termine costituisce il nome. Carnap riconosce che questa teoria di Frege può dare origine ad antinomie; e allora introduce la «teoria dell'estensione e dell'intensione», su cui tuttavia non ci soffermeremo. Diremo soltanto che questa fase di pensiero fu influenzata dalle ricerche di Morris di cui parleremo appresso.