Anche Émile Meyerson (1859-1933), autore di Identità e realtà e La spiegazione nelle scienze, sviluppò un suo proprio discorso epistemologico.
La ragione, egli dice, mira a «scoprire» quell'unità, quell'identità dell'essere con se stesso di cui ha parlato Parmenide. Perciò ogni attività scientifica dev'essere coerente con gli scopi propri della ragione: deve «spiegare razionalmente» i fatti percepiti riportando la molteplicità e il mutamento - percepiti - all'«identità»; cioè deve unificare il molteplice, individuando l'«identico» ed escludendo il «diverso». Ciò evidentemente, osserva Meyerson, non significa che la scienza non trovi nel suo cammino degli «irrazionali», dei fatti irriducibili all'identità, come ad esempio la discontinuità dell'energia scoperta da Planck. Ma questi irrazionali, ponendo la ragione di fronte ai suoi limiti «scientifici», l'autorizzano a camminare per le vie della filosofia, che, anch'essa attività razionale, è accomunata alla scienza dallo stesso scopo, l'individuazione dell'identità, dallo stesso punto di partenza, il mondo percepito, e dallo stesso procedimento, quello dell'unificazione. A differenza della scienza (che realizza l'identificazione in via provvisoria e in modo parziale, accogliendo come «fatti» gl'irrazionali) la filosofia mira invece all'identità totale e stabile, dando spiegazione anche di quello che per lo scienziato è l'irrazionale.
Il discorso critico sulla scienza continuò pure in pieno Novecento.
Percy Williams Bridgman (1882-1961), autore di La logica della fisica moderna, parte dall'affermazione della base empirica delle scienze. Queste perciò devono rifiutare ogni «a priori»: «l'esperienza è determinata solo dall'esperienza». Di qui egli ricava che il significato proprio dei concetti scientifici è quello «empirico», cioè sta nelle operazioni che compiamo. Che cosa indichiamo infatti con «lunghezza» se non quel concetto che indica le operazioni con le quali noi determiniamo, ad esempio, la distanza tra due punti di un corpo? È questo, egli rileva, il senso del concetto di «simultaneità» indicato da Einstein. E se questi concetti hanno universalità, l'hanno non per la loro corrispondenza al reale, ma per la concordanza con analoghe operazioni compiute dagli altri uomini. La conoscenza scientifica dunque, pur essendo «universale» nel senso indicato, è sempre «relativa». Tutte le operazioni e i concetti che ne derivano sono inevitabilmente connessi alle possibilità dell'osservatore. Il quale può anche servirsi di «costrutti» concettuali là dove è impossibile eseguire operazioni; ma con l'accortezza di non attribuire loro nessun carattere «fisico».
Particolarmente significativa è poi la posizione di Gaston Bachelard (1884-1962), autore di Il nuovo spirito scientifico, La formazione dello spirito scientifico, La filosofia del non, Il materialismo razionale, L'impegno razionalista.
Studioso di storia del pensiero scientifico, trae da questi studi i materiali della sua riflessione epistemologica. Con la scienza moderna, secondo Bachelard, si è rivelato l'«homo mathematicus»; infatti la matematica è l'«asse della scoperta scientifica» come dimostrano scienze quali la fisica e la chimica. Nel corso della storia la scienza ha progredito, ma non in modo continuo e lineare, bensí per mezzo di «rotture epistemologiche», cioè attraverso la messa in crisi dei risultati precedentemente conseguiti e dei metodi precedentemente adottati, ritenuti volta a volta gli uni e gli altri «non scientifici». Perché avvengono tali rotture? Perché non esiste continuità tra esperienza immediata e conoscenza scientifica, solo una tale continuità ancorerebbe la ricerca scientifica alla realtà colta in termini immediati, e assicurerebbe lo sviluppo lineare della scienza nel tempo. E dal fatto che manchi tale continuità scaturisce anche che la scienza non può fondarsi sui dati empirici: l'esperienza nuova, di rilevanza scientifica, nasce «malgrado» l'esperienza immediata Sicché ogni conoscenza scientifica è necessariamente «approssimata»: e non solo, come s'è detto, perché non fondata sui dati empirici immediati, ma anche perché nella ricerca lo scienziato Interviene col peso della sua vita istintiva ed emozionale, dei suoi pregiudizi e delle abitudini acquisite. Certo bisognerebbe ridurre l'influenza di tali fattori extra-scientifici nel processo di conoscenza, ma per farlo bisognerebbe attuare una vera «psicoanalisi della conoscenza».
La filosofia, aggiunge Bachelard, deve misurarsi con la scienza, se vuole conservare un suo ruolo significativo; e deve configurarsi come una «filosofia del non», cioè una filosofia aperta, che accolga la molteplicità delle scienze, e che segua plasticamente le loro «rotture». Cosí col progresso delle scienze si avrà anche quello della filosofia.
Come non c'è, e non ci deve essere, opposizione tra scienza e filosofia, cosí non c'è tra attività scientifica e attività emozionale e fantastica. La poesia, la musica, ad esempio, possono integrare lo sforzo conoscitivo, nel senso che possono contribuire a completare dal loro punto di vista, l'immagine della realtà offerta dalla scienza.