CAPITOLO DODICESIMO

RIFLESSIONI SULLA SCIENZA, ANALISI DEL LINGUAGGIO E PRAGMATISMO

2. Poincaré: il convenzionalismo


L'empiriocriticismo però non monopolizzò il discorso sulla revisione dei fondamenti della scienza. Proprio all'inizio del Novecento, infatti, emerse la teorizzazione di Henri Poincaré (1854-1912), matematico, autore di La scienza e l'ipotesi, Scienza e metodo, Il valore della scienza, che tanta parte ha avuto nel successivo dibattito epistemologico.

Poincaré fu teorizzatore del «convenzionalismo». Sia la geometria che la fisica derivano il loro rigore di scienza dalla loro natura convenzionale. Esse non sono assolutamente corrispondenti alla realtà.

Si prenda in esame la geometria; essa studia «certi solidi ideali, assolutamente invarianti» a cui non corrisponde nessun corpo fisico. E allora: si può dire «vera» la geometria euclidea? Certo, è vera, nel senso ch'essa trae conseguenze corrette dalle sue premesse. Ma è l'unica vera? No, perché è una tra le tante possibili geometrie. Si può ammettere ch'essa sia la più semplice, e anche la più comoda. Ma ciò non esclude la verità di altre geometrie fondate su premesse assunte convenzionalmente.

Quanto alla fisica, non c'è dubbio ch'essa trae la sua materia di studio dall'esperienza; per cui si può dire che «tutte le leggi sono ricavate dai fatti». Però a livello scientifico bisogna enunciarle, e non lo si può fare con il linguaggio ordinario, che è troppo povero. «È necessaria allora una lingua speciale per esprimere dei rapporti cosí delicati, cosí ricchi e precisi»; pertanto bisogna ricorrere al linguaggio matematico. Sicché il fatto empirico, oggettivo, assume infine forma convenzionale. Ciò non significa opporre alle ragioni della scienza quelle della fede, o del sentimento, come vogliono i seguaci di Bergson. Significa solo riportare la scienza ai suoi naturali confini, sconfiggendo insieme sia la pretesa dei «deterministi» che quella dei «contingentisti»: determinismo e contingentismo presumono sempre un'impossibile conoscenza del reale in sé; invece lo scienziato consapevole dei suoi poteri sa che «non possederemo la realtà tutta quanta», e che «questo non so che, ond'è costituita l'unità di dimostrazione, ci sfuggirà completamente». Tutta l'attività scientifica deve allora attuare una conversione. Anzitutto deve abbandonare la pretesa di fare affidamento esclusivamente sulla dimostrazione, sottovalutando il ruolo dell'intuizione.

Le antiche nozioni intuitive dei nostri padri, anche quando le abbiamo abbandonate, imprimono ancora la loro forma alle impalcature logiche che abbiamo messo al loro posto. Questa veduta d'insieme è necessaria all'inventore; essa è altresí necessaria a chi voglia comprendere l'inventore; la logica può darcela? No; il nome che le danno i matematici basterebbe a provarlo. Nelle matematiche la logica si chiama Analisi e analisi vuol dire divisione, dissezione. Essa non può dunque avere altro strumento che lo scalpello e il microscopio. Cosí, la logica e l'intuizione hanno ciascuna la loro parte necessaria, tutte e due sono indispensabili. La logica, che può dare soltanto la certezza, è lo strumento della dimostrazione; l'intuizione, lo strumento dell'invenzione.
(Il valore della scienza)

E poi deve acquistare la consapevolezza di non poter essere mai «obiettiva» nel senso che s'è creduto finora. L'obiettività della scienza esiste, ma non è quella relativa agli «enti» fisici, bensí solo alle loro «relazioni» percepibili.

Le sensazioni altrui saranno per noi un mondo eternamente chiuso. Se la sensazione che lo chiamo rosso sia la stessa di quella che il mio vicino chiama rosso, non abbiamo alcun modo di verificare. Supponiamo che una ciliegia e un papavero producono in me la sensazione A e in lui la sensazione B, e che al contrario una foglia produca in me la sensazione B e In lui la sensazione A. È chiaro che noi non ne sapremo mai nulla, poiché i0 chiamerò rosso la sensazione A e verde la sensazione B, mentre egli chiamerà verde la prima e rosso la seconda. Quel che noi invece potremo constatare è che per lui come per me la ciliegia e il papavero producono la stessa sensazione, poiché egli dà lo stesso nome alle sensazioni che prova ed lo faccio altrettanto. Le sensazioni sono dunque instrasmissibili, o piuttosto tutto ciò che è qualità pura in esse è intrasmissibile e sempre impenetrabile. Ma non è lo stesso delle relazioni tra queste sensazioni.
Da questo punto di vista tutto ciò che è obbiettivo è sprovvisto di ogni qualità e non è che pura relazione.
(Il valore della scienza)

E allora, in definitiva, che cosa è la scienza?

È soprattutto una classificazione, una maniera di avvicinare i fatti che le apparenze separano, benché siano legati da qualche parentela naturale e nascosta. La scienza, in altri termini, è un sistema di relazioni. Ora, come abbiamo detto, è soltanto nelle relazioni che l'obiettività dev'essere cercata: sarebbe vano cercarla negli enti considerati isolatamente gli uni dagli altri. Dire che la scienza non può aver valore obbiettivo perché essa ci fa conoscere solo rapporti, è ragionare alla rovescia, perché precisamente solo i rapporti possono essere considerati obiettivi.
(Il valore della scienza)

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