CAPITOLO DODICESIMO

RIFLESSIONI SULLA SCIENZA, ANALISI DEL LINGUAGGIO E PRAGMATISMO

14. >L'uomo e le sue valutazioni


Ma la dialettica istinti-abitudini è costruttiva in quanto l'uomo è anche «coscienza», «spirito» e «io». Anzitutto è «spirito», è cioè «un sistema di credenze, nozioni, ignoranze, di accettazioni e di rifiuti, che si è formato sotto l'influenza dell'abitudine e della tradizione». Lo spirito è «il sistema organizzato dei significati esprimibili» che permettono l'azione. Esso non è propriamente ciò che caratterizza l'individualità umana, ma ciò che rende «il singolo» membro della sua comunità. Ma l'individuo non si conforma totalmente al suo «spirito». Egli fa esperienza, e. queste esperienze trovano nella «coscienza» il centro unificante e insieme di rielaborazione critica. È nella sua coscienza che matura il bisogno del mutamento, col «dubbio»; bisogno che si traduce in «idea», cioè in progetto previsionale della trasformazione delle esperienze.

Ma anche questo elemento non caratterizza la specificità dell'uomo singolo. Questo è invece un «io». L'io è, in senso proprio, l'individualità che «emerge» dallo spirito del suo popolo e del suo tempo e, con l'elaborazione dell'esperienza nella coscienza, si fa «personalità» relazionandosi attivamente con la realtà.

Tale personalità però è «ambigua». Essa può risolversi in un adeguamento al mondo, o in un rifiuto del mondo cosí come esso si presenta, per trasformarlo. Solo nel secondo caso raggiunge la sua pienezza. L'uomo - in quanto personalità piena - critica, progetta, e si rende autore della soluzione di un problema o di una modificazione del reale; e se ne assume la responsabilità rispetto alla «tradizione» e agli «altri». L'io, cosí, mentre accoglie l'esperienza la muta; assumendo la tradizione la nega; partecipando alla vita sociale la condiziona e la rinnova col suo pensiero e con la sua iniziativa.

Dati questi presupposti, come si risolve il problema della libertà umana?

Anzitutto bisogna sfrondarlo dei suoi connotati di astrattezza, e riferirlo alla condizione concreta dell'uomo. L'interazione effettiva tra uomo e mondo, intendendo il mondo non solo in senso naturale, esclude la soluzione del libero arbitrio assoluto. La libertà, intesa sul piano operativo, sussiste, ma è sempre condizionata. E lo è da molti fattori interni ed esterni, soggettivi ed oggettivi. Tra quelli soggettivi si possono annoverare, ad esempio, il desiderio della novità, la capacità d'ideare e di eseguire programmi d'intervento sulla realtà, ed anche la disponibilità a mutare tali programmi ove mai occorresse. Sicché solo le conseguenze dell'azione, cioè la sua riuscita o il suo fallimento, sono il segno e il criterio di valutazione dell'attuazione della libertà individuale e del suo grado.

L'uomo dunque, per Dewey, è sempre attivo nel mondo. Tutto ciò che fa è produttivo, e richiede sempre che si stabiliscano fini e si scelgano mezzi per attuarli. Ma sia per determinare i fini che per scegliere i mezzi l'uomo deve procedere a «valutazioni». È lui che stabilisce che cosa debba esser fine e che cosa mezzo. Non ci sono fini e mezzi in quanto tali; e non c'è un rapporto assoluto tra di essi. Ogni fine può essere anche mezzo, e ogni mezzo può esser fruito come fine in sé.

Ciò comporta una conseguenza rilevante. Non è possibile stabilire in assoluto la distinzione tra le attività che realizzano mezzi e quelle che realizzano fini. Non è possibile porre una precisa linea di demarcazione.

Si prenda ad esempio l'arte. Qual è il suo scopo? quello di produrre un fine, la bellezza? o quello di produrre un mezzo, un oggetto tale da esser fruito, goduto, dal contemplatore? Detto in altro modo, l'oggetto d'arte dev'essere bello o utile? Se si riflette, la creazione artistica è sempre produzione di valori estetici attraverso l'utilizzazione finalizzata di materiali e strumenti adeguati. Dunque già nel momento creativo è difficile separare il bello dall'utile: l'utile è necessariamente connesso al bello. E poi l'oggetto estetico non esaurisce la sua funzione nella realizzazione della bellezza. Esso può e deve esser goduto, può e deve essere utile all'arricchimento della vita umana. E allora: la bellezza è - in sé - un fine, un mezzo, o l'uno e l'altro? L'attività estetica è - per sé - produttiva di fini, di mezzi o di entrambe le cose? Ciò che è fine è anche mezzo, e viceversa; e ciò ch'è bello, è anche utile, e viceversa. Di qui deriva che non è possibile separare arti belle, realizzatrici di fini, e arti utili, realizzatrici di mezzi. Anche le arti utili, in quanto e nella misura in cui contribuiscono ad arricchire il senso della vita, sono belle come quelle cosiddette «belle».

Ma non c'è proprio nessuna differenza tra le arti «estetiche» e quelle «produttive», e tra l'oggetto artistico e, ad esempio, il prodotto industriale? Sí, dice Dewey, la differenza sta nel fatto che le arti produttive costruiscono oggetti con una forma funzionale allo scopo d'uso; le arti estetiche creano un oggetto con una forma che è indipendente dall'uso particolare possibile, e che realizza in sé la pienezza dell'esperienza artistica. Tale pienezza risiede nella perfezione autonoma dell'insieme. Il fine delle arti estetiche insomma è la forma stessa come perfezione. L'oggetto estetico è quindi per sua origine e natura «espressivo» e non «strumentale»; è progettato e realizzato come «fine» e non come «mezzo».

In ogni momento della sua vita spirituale l'uomo procede a «valutazioni»; stabilisce «valori» da conseguire, e determina i mezzi. Ma dei valori si può avere conoscenza rigorosa? Si crede generalmente, dice Dewey, che solo i dati empirici siano verificabili operativamente, e che i valori si sottraggano a tale verifica. Si crede cioè che mentre è possibile una scienza dell'esperienza, non è possibile una scienza dei valori. Ciò è errato. Anzi una tale convinzione relega, ad esempio, il bello o anche il bene nell'ambito esclusivamente «soggettivo»; implica che una valutazione di bellezza o di bontà sia necessariamente arbitraria; e comporta, ad esempio, che i valori sociali, e le istituzioni che li incarnano, siano inevitabilmente l'esito di un caso irrazionale. Tutto ciò bisogna evitare. È necessario che una ricerca, scientificamente organizzata, sottragga le valutazioni etiche, estetiche, sociali, politiche, religiose, al relativismo soggettivistico, e quindi all'arbitrio e alla provvisorietà; e contemporaneamente le sottragga alla tentazione di ancorarle a valori metafisicamente oggettivi. Cioè bisogna realizzare un processo valutativo che implichi sempre una critica del presente, del già acquisito, la fissazione ipotetica di un risultato possibile, cioè del fine, e, secondo relazioni verificabili, la determinazione di attività e di mezzi che siano adeguati alla realizzazione del fine. C'è bisogno insomma di rigore scientifico. Se si adottano questi criteri nelle valutazioni, allora è possibile strutturare «scientificamente» anche la società.

Quale ruolo, ora, deve assumere la filosofia? Posto che lo scopo dell'uomo è «aumentare il controllo sul suo benessere», «assicurarsi l'avvenire» attraverso l'utilizzazione razionale del reale, cioè attraverso «l impiego del fatto presente come segno di qualcosa che ancora non è dato», la filosofia non può essere «contemplativa» dell'ordine e dei valori esistenti, né semplicemente «conoscitiva» della realtà naturale. E tanto meno deve andare alla ricerca di principi primi e assoluti. Le «idee» filosofiche devono nascere dalla «critica», e devono «progettare» l'innovazione del mondo umano in modo che la vita stessa dell'uomo risulti arricchita di valori e di significati. Certo, l'attività filosofica è «teoretica»: essa «impiega gli accadimenti per la scoperta e la determinazione delle conseguenze, per la formazione di nuove connessioni dinamiche». In ciò il filosofo partecipa in modo «indiretto» alla progettazione del futuro, rispetto, ad esempio, al politico. Ma lo scopo dovrà essere quello di aprire «una prospettiva sulle possibilità future in vista di conseguire il meglio e di allontanare il peggio», non di fare «una rassegna contemplativa dell'esistenza, né un'analisi di ciò ch'è passato ed esaurito». La filosofia pertanto «deve sviluppare idee che fanno presa sulle crisi effettive della vita, idee che hanno influenza nell'affrontarle». Idee che però devono essere sempre «verificate», perché anche per la filosofia «il successo del conseguimento degli effetti misura la portata della previsione».

Se la filosofia deve abbandonare la ricerca dei principi primi e dei valori assoluti, che ne sarà allora della religione, che per sua natura è vincolata a valori fissi, eterni, immutabili? Anche la validità dell'esperienza religiosa è data da quella degli effetti che produce. Si badi: dell'esperienza religiosa, non delle religioni. Se l'esperienza religiosa autentica, aliena da credenze e pratiche superstiziose, procura un «migliore adattamento alla vita», dà «maggior senso di sicurezza e di stabilità», allora essa rientra legittimamente nell'esistenza dell'uomo. Essa è «moralità toccata dall'emozione». E Dio non sarà che l'ideale unità di quei valori e di quei beni che l'uomo pone davanti a sé come «prospettive» da concretare. Quanto alle istituzioni religiose e alle loro credenze e riti, essi sono elementi del tutto accessori, talvolta dannosi.


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