CAPITOLO DECIMO

NEO-IDEALISMO E NUOVO REALISMO

9. Pensiero pensante e pensiero pensato


Riprendendo un tema caro agli idealisti tedeschi, Gentile afferma che «lo spirito è natura che si fa spirito». Egli vede la natura alla maniera di Giordano Bruno, l'«eterna genitrice», che - nota - «incontriamo nel nostro corpo e attraverso il nostro corpo», che è «prima di tutto quel corpo che ognuno di noi nella sua coscienza di sé sente come l'oggetto primo e irriducibile della sua stessa coscienza». Dunque il discorso sulla natura passa per quello sul corpo, sul corpo attraverso il quale «l'intero universo fisico arriva alla coscienza».

La coscienza di sé è anche coscienza del proprio corpo; questa è anche coscienza che ogni parte del corpo è connessa alle altre nella totalità dell'organismo; la relazione «sentita» di parte e tutto ci induce a cogliere quella del nostro corpo, come parte, rispetto alle altre parti della natura, nella totalità vivente dell'universo fisico. Sicché nella coscienza di sé si coglie che «il nostro corpo, quale effettivamente lo sentiamo, è un centro di una circonferenza infinita: è un elemento vivo d'un vivo organismo, il quale è presente e agisce e si fa sentire in ciascuno dei suoi elementi»; perciò «dire corpo è dire tutto l'universo corporeo».

La natura dunque ha senso e realtà in quanto «sentita» dalla nostra coscienza. Ed è realtà unitaria ed organica solo per me che la penso come tale; cioè solo in quanto spazializzo, temporalizzo e unifico la molteplicità dei dati. La sua unità quindi sussiste nel mio pensiero; fuori di questo la natura come realtà unitaria e organica è solo un'astrazione.

Come la natura, anche la storia acquista senso e realtà nell'atto del mio pensare; cioè divenendo «ideale» contenuto del mio pensiero attuale. La storia, dice Gentile riecheggiando l'argomento crociano della sua «contemporaneità», «confluisce tutta e sbocca nell'attualità del pensiero pensante». La storiografia pertanto è coscienza attuale di ciò che lo spirito ha operato nel passato; cioè, in definitiva, è «coscienza di sé" dello storiografo. Ogni opera storiografica infatti «riflette attraverso la rappresentazione degli eventi e passioni passate i problemi, gli interessi e la mentalità dello storico e del suo tempo». E riprendendo un tema foscoliano, Gentile afferma:

I morti sarebbero ben morti e verrebbero cancellati dal quadro della realtà, che è la divina realtà, se non ci fossero i vivi, che ne parlano rievocandoli nel loro cuore e risuscitandoli nel vivo aere del loro stesso spirito.
(Concetti fondamentali dell'attualismo)

Il che significa che il passato, considerato in sé, fuori e indipendentemente dal pensiero che lo pensa come tale, non è niente, è «irrealtà», è «astrazione».

Unica realtà «concreta» dunque è il pensiero in atto. Ciò ch'è da esso pensato, l'oggetto del pensiero (sia esso la natura o Dio, il mio io o quello altrui, il passato o il futuro, o anche il male e l'errore), considerato come sussistente in sé, è astrazione, è contenuto «astratto»; esso infatti acquista concretezza solo nel pensiero, solo nel e per l'atto pensante, che è quindi «creatore» di tal contenuto e in questa creazione è «infinito».

Ma come si compie l'atto del pensare?

Il «pensiero pensante» pensa sempre un contenuto. Tale contenuto, «pensiero pensato», è interno al pensiero stesso, posto dal «pensiero pensante».

Tuttavia il pensiero in atto pone il suo contenuto come un «fatto" indipendente da sé, come altro da sé, come avente esistenza fuori dal pensiero.

E poiché nessun «fatto» ha una realtà fuori dell'«atto», il contenuto del pensiero è posto come «astratto».

C'è dunque un'opposizione tra «pensiero pensante» e «pensiero pensato», tra «atto» e «fatto», o anche, come dice Gentile, tra «logo concreto» e «logo astratto». In questa opposizione, il «pensiero pensante» - unica realtà concreta - è momento «vero», mentre il «pensiero pensato» è momento «falso»; il «logo concreto» è l'elemento positivo, il «logo astratto» è l'elemento negativo.

Ma tale momento negativo non è escludibile, annullabile. In ogni caso non è possibile un pensiero pensante senza un pensiero pensato. Non ci sarebbe l'atto senza il fatto. Ovvero: il pensiero pensante non può «attuarsi» se non ponendo il suo oggetto «astratto».

Ma pensare, aggiunge Gentile, non significa solo «porre» il contenuto, ma anche, contemporaneamente, «negarlo» come «realtà in sé», come «altro» e «opposto» rispetto al pensiero che pensa. Significa cioè «negarlo» nella sua astrazione. E con questa negazione il contenuto acquista realtà «per» il pensiero pensante. Insomma, per adoperare un esempio gentiliano, il rapporto tra «logo concreto» e «logo astratto» è come quello tra fuoco e combustibile.

Affinché si attui la concretezza del pensiero, che è la negazione dell'immediatezza di ogni posizione astratta, è necessario che l'astrattezza sia non solo negata ma anche affermata; a quel modo stesso che a mantenere acceso il fuoco che distrugge il combustibile occorre che ci sia sempre del combustibile e che questo non sia sottratto alle fiamme divoratrici ma sia effettivamente combusto.
(Sistema di logica come teoria del conoscere)

Questa, dunque, è la dialettica degli opposti, che, per Gentile, come s'è visto, è «interna» all'atto del pensiero; è legge esclusiva del pensiero in atto. L'atto ha luogo e si compie ponendo e insieme negando il fatto. Il pensiero pensante (logo concreto) si attua ponendo e insieme negando il pensiero pensato (logo astratto). Nel negarlo, lo supera in quanto posto «esistente in sé» «diverso altro e opposto» al pensiero che lo pensa.

L'errore comune ai logici antichi, a Kant, a Hegel, e anche a Croce, sta nel non aver riconosciuto che la dialettica è solo legge interna all'atto del pensare; non c'è dialettica del pensato, e tanto meno dialettica della realtà. Essi hanno trasferito la dialettica fuori dell'atto del pensiero, l'hanno «oggettivata», l'hanno considerata un «fatto». Doppio errore ha commesso poi Croce; non solo ha pensato la logica come «logica del fatto», ma ha negato ch'essa sia una «logica d'opposizione dialettica». Ha posto come «logica dello spirito» quella della «distinzione»; per cui le forme dello spirito (arte, filosofia, economia ed etica), in quanto «distinte», frantumano l'unità dello spirito stesso. La verità è, dice Gentile, che le quattro forme sono quattro parole, quattro astrazioni; concreto è solo l'atto del pensiero che pensa il fatto artistico o quello filosofico o quello economico o quello etico; concreto e «uno» è lo spirito che conosce ed agisce, e che è lo stesso nel conoscere e nell'agire, per cui conoscenza e azione sono un unico identico «atto»; lo spirito, quando pensa agisce, e quando agisce pensa; sia pensando la realtà che agendo su di essa compie le stesse operazioni: pone la realtà e insieme la nega.

Nella prospettiva della dialettica dell'atto del pensiero non hanno consistenza i disvalori, come l'errore o il dolore.

Si prenda qualunque errore e si dimostri bene che è tale, e si vedrà che non ci sarà mai nessuno che voglia assumerne la paternità c sostenerlo. L'errore, cioè, è errore in quanto superato: in quanto in altri termini sta dirimpetto al concetto nostro, come suo non-essere. Esso è pertanto, come il dolore, non una realtà che si opponga a quella che è spinto (conceptus sui) ma è la stessa realtà di qua dalla sua realizzazione: in un suo momento ideale.
(Teoria generale dello spirito come atto puro)

Nessuno sostiene una tesi pensando che è erronea; ne riconosce l'erroneità quando l'ha superata con un'altra che giudica verità, rispetto alla quale soltanto quella è errore. Errore e verità sono dunque correlati dialettici: la conoscenza dell'errore è verità. Sicché la conoscenza è sempre verità. E l'errore, in quanto non riconosciuto, non negato e non superato, non è errore. Insomma, verità ed errore hanno senso solo nell'atto in cui li si pensa come tali.

Cosí pure il dolore; e cosí l'ignoranza e l'ignoto. E cosí anche la morte: essa «non esiste»; poiché è «negazione del pensiero» essa «non può essere attuale»; per noi «c'è in quanto non c'è». L'uomo dunque, nell'atto del pensare, è sempre veritiero, buono, infinito, immortale.


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