In fondo la riflessione sull'hegelismo non si configurò neppure con Spaventa in un vero nuovo sistema filosofico. Né acquistò mai un carattere di novità a livello europeo, dato che - lo ricordiamo la riduzione dello hegelismo alle matrici kantiane era già stata tentata in Germania.
Non di meno, il gruppo napoletano - e Spaventa in particolare - ebbe il merito di stimolare gl'ingegni dei due dominatori della scena culturale italiana nella prima metà del Novecento: Croce e Gentile. Nacquero con loro due nuove visioni globali del mondo che non avevano l'analogo nel resto d'Europa. Furono filosofie di grande successo presso gli ambienti intellettuali italiani. Anzi il successo fu tale che comunemente si riconosce che il neo-idealismo ha egemonizzato tutta la cultura italiana, non solo quella filosofica, nel primo cinquantennio del nostro secolo, neutralizzando tutti i fermenti prodotti dal positivismo in ogni campo del sapere e tagliando fuori, di fatto, dal circuito di elaborazione culturale europeo la maggior parte degl'intellettuali del nostro paese. Di piú: la svalutazione delle scienze empiriche rispetto alla conoscenza filosofica, che il neo-idealismo teorizzò, facendone poi la sua bandiera, bloccò praticamente la ricerca scientifica e non consentí un dignitoso accesso da noi ad alcune scienze nuove, quali ad esempio la psicologia e la sociologia
Quali furono le ragioni di questo strapotente successo? Certo, l'inizio del secolo non mancò di una certa vivacità intellettuale e di una molteplicità dialettica di posizioni culturali. Fu un periodo che vide il nascere e il diffondersi di molte riviste. Il «Leonardo», di Giovanni Papini, e Giuseppe Prezzolini, ammiccava al pragmatismo americano e contestava il ruolo predominante delle scienze, propugnato dai positivisti; ma alla difesa delle scienze e alla diffusione dei nuovi temi epistemologici provvide «La cultura filosofica» di F. De Sarlo. Inoltre, contro l'immanentismo hegeliano, divenuto ormai familiare anche in Italia, prese posizione la «Rivista di Filosofia Neoscolastica», d'ispirazione cattolica e tomistica. E poi, Filippo Masci, recuperando lo schematismo trascendentale di Kant, cercava di mediare positivismo e idealismo, salvando il ruolo conoscitivo del soggetto e conservando il valore delle scienze sottolineato dai positivisti. Programma contestato dal contemporaneo R. Ardigò a cui premeva mettere in rilievo il «fatto», riducendo la funzione del soggetto nella costituzione della «scienza»; al quale Ardigò, come ai suoi seguaci, Papini però obiettava che era inutile esaltare antimetafisicamente il ruolo della «scienza del fatto», se non si procedeva alla riflessione sul metodo della scienza, senza cui si sarebbe lasciata comunque la porta aperta alla metafisica, ad una metafisica naturalistica.
Era dunque «movimentato» l'ambiente culturale del primo Novecento. E «vario», se si pensa che un suo ruolo notevole l'ebbe anche Antonio Labriola, cultore del marxismo teorico, che con intelligenza e con costanza diffuse in Italia le tematiche di Marx ed Engels, contestando insieme il positivismo, col suo materialismo ingenuo, e l'idealismo hegeliano, con la sua «dialettica» divenuta per lui una sorta di «Santissima trinità». E se si pensa che, a livello di riviste, si discutevano le teorie di W. James e si riprendevano certe tematiche di Nietzsche (specie quella del «Superuomo») e di Kierkegaard.
Ma quello fu anche un periodo di «disorientamento», di attesa di un nuovo «ordine» in cui si componessero tutti questi spunti, tutti i risultati di queste discussioni e polemiche.
Testimonianza di questo disorientamento è la produzione di Carlo Michelstaedter (1887-1910), morto suicida a poco piú di vent'anni, che riconobbe nell'ansia perenne dell'appropriazione di sé da parte dell'uomo un suo bisogno di Assoluto che non può mai essere soddisfatto sul piano storico.
Egli vide nel mondo classico un mondo in cui convivono la «persuasione» (di cui il massimo esponente è Socrate), che rappresenta l'atteggiamento di quel «rifiuto assoluto» che pone l'uomo sulla via del possesso di sé, e la «retorica» (rappresentata da Platone) che, viceversa, è l'atteggiamento con cui si dà aspetto «assoluto» alle produzioni dell'intelligenza, si dà un valore «profondo» alle cose finite. Laddove la «persuasione» è la dimensione etica autentica.
L'uomo, egli dice, si disperde nei bisogni particolari; cosí «sfugge sempre a se stesso»; infatti «egli non può avere la ragione di sé, quando è necessitato ad attribuire valore alla propria persona determinata nelle cose, e alle cose delle quali abbisogna per continuare a vivere».
All'opera di «riordinamento delle idee» si dedicò Benedetto Croce che su «La Critica», la sua rivista, lamentava il disorientamento prodotto dalle mode culturali effimere e la mancanza di metodi rigorosi nell'elaborazione teorica; mancanza che portava a un livello approssimativo e concettualmente superficiale i discorsi degli intellettuali suoi contemporanei. E si dedicò anche Gentile, che, amico di Croce, collaborò alla rivista, accomunandosi alle sue battaglie ideali
Quest'opera di «riordinamento» comportò parecchi drastici «tagli» nel novero degli argomenti dibattuti e delle tesi proposte alcune venivano liquidate come erronee, altre come inconsistenti Ma l'impresa del riordinamento sfociò, per entrambi i filosofi, Croce e Gentile, nella creazione di un vero sistema speculativo Sicché proprio il disordine fu propizio all'affermazione del neo-idealismo Italiano; e proprio il carattere di visione globale del mondo - di concezione totalizzante - delle due elaborazioni teoretiche sancí il loro successo e la loro egemonia.
Certo l'avvento del fascismo finí col produrre la rottura dell'accordo tra Croce e Gentile; ma non venne meno l'egemonia del neo-idealismo italiano. Fino al 1924 anche Croce non solo non temette il fascismo (per lui, liberale di stampo antico, neppure il regime piú dispotico avrebbe potuto distruggere la vera libertà, la libertà di pensiero), ma addirittura lo guardò con simpatia, dal momento che in un'intervista, proprio del 1924, giudicava il fascismo come «un ponte di passaggio per la restaurazione di un piú severo regime liberale, nel quadro di uno stato piú forte»disegno che poteva, a suo avviso, essere realizzato «dalla intelligenza dei migliori esponenti del fascismo», facendo emergere, a livello politico, il «fascismo duraturo» rispetto al «labile fascismo dittatorio». Guardò con simpatia, se poco prima, nello stesso anno, individuava il nucleo essenziale del fascismo nell'«amore alla patria italiana», nel «sentimento della salvezza, della salvezza dello stato», nel «convincimento che lo stato senza autorità non è uno stato», e affermava: «Stimo un cosí grande beneficio la cura a cui il fascismo ha sottoposto l'Italia, che mi dò pensiero piuttosto che la convalescente non si levi troppo presto dal letto, a rischio di qualche ricaduta grave».
Col «delitto Matteotti» avvenne il divorzio tra Croce e Gentile. Gentile s'avviò a mettere il suo pensiero a servizio degli ideali del regime, Croce invece passò all'opposizione e redasse il «Manifesto degl'intellettuali antifascisti».
Ma il «neo-idealismo» conservò ancora la sua egemonia. Gentile rappresentò la guida per gli intellettuali del regime e per tutta l'istituzione scolastica; Croce lo fu per quelli antifascisti; solo pochi di questi, infatti, si sottrassero al predominio della filosofia di Croce, soprattutto quelli di origine socialista e comunista, costretti, per la repressione politica, ad emigrare all'estero, o ad essere solo clandestini in patria. A Croce, invece, il regime lasciò la libertà di parola, per farsi vanto del suo spirito «liberale» e per accreditare la tesi che la persecuzione veniva attuata, a solo scopo difensivo, esclusivamente nei confronti dei manifesti eversori dello stato.
Ma il tardivo antifascismo del Croce ebbe caratteri «conservatori»; egli pensava sempre all»ordinamento «liberale» dello stato, che, era convinto, sarebbe ritornato in vita dopo questa temporanea «deviazione politica», dopo questo «smarrimento morale», dopo la «eclissi della ragione».
Quando poi il regime fascista si sgretolò, si andò oscurando l»influenza del pensiero di Gentile, mentre riprese vigore, sia pure per un non lungo periodo, il predominio intellettuale del Croce su tutta la cultura e la società italiane. Predominio favorito ormai dalla fama di apostolo della libertà che la militanza antifascista aveva procurato al filosofo presso i ceti intellettuali che aspiravano ad una ricostruzione «moderata» dell'Italia uscita frantumata dalla Seconda Guerra Mondiale.