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CAPITOLO XV FILOSOFIA E TEOLOGIA: LA SEPARAZIONE |
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1. La carne, la religione e la contemplazione 2. La luce, la fede e la scienza 3. La quiddità, lecceità e il valore pratico della teologia |
4.
Il " rasoio ", l'anima e la supposizione
La crisi definitiva degli schemi mentali e delle dottrine della scolastica del Medioevo si ebbe con Guglielmo di Ockham (1290/1300-1348/50). Nato ad Ockham, nel Surrey, Guglielmo si formò nell'ambiente culturale della scuola di Oxford, e in particolare subí l'influenza del pensiero mistico e scientifico di Ruggiero Bacone. Anche se la recente critica storica ha smentito un suo rapporto diretto di discepolato con Duns Scoto, pure non dovette essere estraneo alle discussioni che la metafisica di questi suscitò nell'ambiente oxoniense; entrato assai presto nell'ordine francescano, subí intorno ai 30 anni una prima condanna per eresia da parte dell'inquisizione. Recatosi ad Avignone per discolparsi, vi giunse nel momento in cui era piú violenta la lotta tra il papa Giovanni XXII e il generale dei francescani Michele da Cesena. La disputa verteva principalmente sul concetto dell'assoluta povertà di Cristo e degli apostoli, affermata come articolo di fede dai francescani e negata dal papa, ed era una disputa che andava ben al di là dell'aspetto religioso, coinvolgendo la condanna della gerarchia ecclesiastica ormai completamente mondanizzata e lo stesso potere temporale del papato. Guglielmo legò le sue sorti a quelle dei francescani ribelli e di Michele da Cesena e quando il contrasto divenne inconciliabile (Michele dichiarò il papa apostata e nemico di Cristo e quindi lo depose; il papa dichiarò eretico Michele e lo scomunicò) dovette fuggire da Avignone e rifugiarsi con Michele presso l'imperatore Ludovico il Bavaro. Al seguito di questi si trovavano del resto già alcuni esponenti di quell'averroismo politico di cui abbiamo detto nel capitolo precedente, come Marsilio da Padova e Giovanni di Jandun; falliti i tentativi di riscossa ghibellina in Italia, e mentre il capitolo generale dei francescani che fino ad allora era stato favorevole a Michele da Cesena lo sconfessava e sconfessava con lui i francescani ribelli, Guglielmo si ritirò definitivamente a Monaco, dove si dedicò alla stesura delle sue opere teologico-politiche. Dopo la morte di Michele da Cesena e di Ludovico il Bavaro, Guglielmo tentò un riavvicinamento all'ordine; il capitolo generale si dimostrò favorevole, ma la morte, dovuta forse alla peste che in quegli anni infuriava in Europa, colse Guglielmo prima che avvenisse la riconciliazione. Tra le molte sue opere ricordiamo: Commenti alle Sentenze,
Summa totius logicae, Commenti alla Fisica e all'Organon
aristotelici, sette libri di Quodlibeta, opuscoli politici contro
Giovanni XXII, De imperatorum et pontificum potestate.
Ancora dunque nel francescano Ockham ritorna Aristotele - dalla sensazione alla conoscenza - contro gli aristotelici: contro averroisti, tomisti e scotisti, si dichiara apertamente che né gli universali né i concetti di una qualsiasi altra specie hanno un'esistenza reale, e tutte le discussioni sulle loro distinzioni e sulla loro opera di mediazione tra particolare e universale non sono altro che questioni irreali e distinzioni puramente verbali.
Dall'intuizione sensibile, attraverso la memoria, si passa alla conoscenza intellettuale che rappresenta un'elaborazione della prima: l'universale è sí un atto dell'intelletto, e non dell'intuizione sensibile, ma solo nel senso che è un "segno" convenzionale che l'intelletto usa per indicare la somiglianza tra un certo numero di enti individuali; ma esso né ha una realtà fuori dell'intelletto né il suo valore va al di là della semplice sua capacità di indicare piú oggetti particolari, né il semplice suo uso basta ad assicurare una reale conoscenza dei particolari, che è esclusiva sempre dell'esperienza.
Come si vede, la portata rivoluzionaria di questa tesi rispetto al tomismo, all'averroismo ed allo scotismo è notevole: l'universale non designa nessuna "qualità generale" delle cose, né la loro "natura comune"; né è ammissibile la duplicità dell'intelletto, dal momento che il processo conoscitivo è unico: l'anima individuale è l'unica sede di questo processo ed ogni ricorso ad un intelletto agente - individuale o universale che sia -è assurdo. Questo deciso empirismo porta Ockham, proprio a proposito dell'anima, ad esprimere forti dubbi sull'anima intellettiva, che può essere ammessa soltanto per fede, mentre sulla base dell'esperienza e della ragione siamo piuttosto portati a pensare l'anima come funzione corporea e quindi corruttibile.
Abbiamo accennato al fatto che l'empirismo ockhamista si sposa a un deciso nominalismo: la logica di Ockham si collega, da questo punto di vista, ad un'antichissima tradizione, che va dalla logica cinico-megarica alle formulazioni medievali di Abelardo. Riprendendo la definizione di Aristotele che " le parole sono segni delle affezioni interne dell'anima", Ockham intende i termini (voces) come segni subordinati ai concetti, cioè alle intenzioni dell'anima:
Questo significa non solo che è impossibile pensare ad una realtà degli universali - siano concetti o parole - indipendentemente dalla mente (quindi: né ante rem, né in re, né post rem), ma anche che e impossibile conservare i due concetti cardine della metafisica e della teologia medievale, quello di sostanza e quello di causa. Il "rasoio" ci impedisce infatti sia di ammettere una realtà sostanziale dell'oggetto oltre le concrete qualità sensibili che ne apprendiamo nell'esperienza, sia di ammettere il principio metafisico di causa oltre la concreta successione dei fenomeni che ci attesta l'esperienza. Le conseguenze in campo teologico sono notevoli: non si può dimostrare che Dio è la causa efficiente - immediata o mediata che sia - di tutte le cose: né la creazione eterna della patristica e degli averroisti, né la dottrina ortodossa della creazione hanno una giustificazione razionale. Ma, a rigore, è la stessa esistenza di Dio che non può essere dimostrata: se proprio la fede ha bisogno di una "prova", questa può essere al massimo quella ontologica di Anselmo. Ma, per tornare al campo della logica, è interessante sottolineare una originale teoria ockhamista, che pure sarà ripresa dai logici del Novecento, quella della suppositio. Riprendendo uno spunto di Pietro Ispano, Ockham distingue nella supposizione (cioè nella facoltà che hanno i termini di "stare per" le cose: la funzione dei termini è appunto di denotare le cose) tre modi. Si ha supposizione personale quando il termine sta per l'oggetto significato, indipendentemente dal fatto che si tratti di una cosa esterna all'anima, e viene assunto proprio in quanto significante: per esempio, se dico "l'uomo è un animale", il termine "uomo" viene assunto come segno significante di tutti gli individui umani e nient'altro. Si ha supposizione semplice quando il termine sta per un'intenzione mentale, ma non viene preso nella sua funzione significante: per esempio, se dico " l'uomo è una specie ", il termine uomo sta per l'intenzione mentale che è appunto la specie, ma la specie non è propriamente il significato del termine. Si ha supposizione materiale quando il termine non sta per quel che significa, ma per un semplice segno vocale o scritto: per esempio, se dico "l'uomo è un nome" oppure "l'uomo è una parola di due sillabe", il termine uomo sta solo per se stesso e non significa che se stesso. E allora,
Con questa interessante teoria, la logica di Ockham si poneva al di fuori
del quadro comune della logica metafisica medievale e (con la distinzione
dei "piani diversi di verità", con l'individuazione di
problemi "insolubili" perché fondati sulla confusione
di piani) dava un notevole impulso allo sviluppo della logica formale
e proposizionale. |
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