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CAPITOLO XV FILOSOFIA E TEOLOGIA: LA SEPARAZIONE |
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1. La carne, la religione e la contemplazione 2. La luce, la fede e la scienza 3. La quiddità, lecceità e il valore pratico della teologia |
3.
La quiddità, I'ecceità e il valore pratico della teologia
Un posto particolare occupa, nella scolastica post-tomistica e nel movimento francescano, la filosofia di Giovanni Durls Scoto (1266-1308). Nato in Scozia, studiò ad Oxford e a Parigi, e nelle stesse città fu maestro molto seguito ed apprezzato; le sue opere piú importanti sono i commenti alle Sentenze di Pietro Lombardo letti ad Oxford e a Parigi e noti col nome di Opus oxoniense (o Ordinatio) e di Opus Parisiense (o Reportata), le Quaestiones subtilissimae in metaphysicam Aristotelis, De anima, De primo principio, Theoremata; molte opere attribuitegli dalla tradizione sono oggi considerate spurie. Duns Scoto non respinge in maniera drastica l'aristotelismo, ritenendo che sia possibile una conciliazione tra la filosofia di Aristotele ben intesa e quella di Agostino: il vero avversario da combattere è l'averroismo, che rappresenta la degenerazione della ragione, e non lo spirito della dottrina aristotelica che consiste in una fiducia nelle forze razionali dell'uomo. I seguaci di Averroè, proclamando l'uso autonomo della ragione, avevano contrapposto filosofia a teologia e creato l'assurda teoria della doppia verità, dannosa sia per l'una che per l'altra; i tomisti, distinguendo filosofia da teologia ma proclamando poi la loro complementarità, avevano indotto soltanto a confusione. La conclusione di Duns Scoto è che bisogna mantenere sí la distinzione tra filosofia e teologia, ma nel senso di una distinzione di piani e non all'interno di uno stesso piano. Questa conclusione - che del resto era già presente nel movimento francescano, e in particolare in Bacone - porta ad alcune conseguenze molto importanti: la filosofia (cioè la metafisica) ha un carattere esclusivamente teoretico e conoscitivo, la teologia ha un carattere esclusivamente pratico.
Tutte le verità teologiche sono quindi verità di fede, appartengono al dominio della pratica, dettandone le norme di condotta, e non possono essere in alcun modo dimostrate. La portata rivoluzionaria di quest'affermazione risalta chiara se si considera che le piú importanti tesi e proposizioni che la scolastica aveva ritenuto razionali (e quindi dimostrabili) sono poste da Duns Scoto completamente al di fuori del dominio della ragione. Ne diamo un esempio:
Questo non significa naturalmente che queste tesi vadano respinte, ma
che esse possono essere solo credute e possono guidarci nelle nostre azioni,
ma non possono assolutamente essere dimostrate con la ragione. Ecco perché
le famose prove di Tommaso d'Aquino non hanno alcun valore: l'unica "prova"
dell'esistenza di Dio è quella di Anselmo d'Aosta, proprio perché
presuppone e si basa sulla fede Se è vero che il fine ultimo dell'uomo
è la beatitudine eterna, questo fine non può essere dimostrato;
Dio l'ha imposto infatti liberamente all'uomo, che lo sceglie liberamente,
e ciò che è privo di necessità non può essere
dimostrato
Questo significa che il concetto di essere è comune a Dio e alle creature, e proprio perciò esso può divenire l'oggetto della metafisica; contro Maimonide, Duns Scoto afferma che la caratteristica essenziale, intrinseca a questo concetto, è non la bontà, la verità, e cosí via, ma l'infinità:
L'univocità e l'infinità dell'essere ci permettono anche di comprendere la realtà delle cose finite. In accordo con la tradizione francescana, Duns Scoto ritiene che gli enti individuali costituiscono le uniche realtà create da Dio; senonché, per spiegare l'universalità che esse acquistano nell'intelletto (i concetti), Duns Scoto introduce un concetto che è uno dei piú difficili della sua metafisica, quello della quidditas. Reinterpretando il concetto aristotelico di sostanza, egli parla di una sostanza comune o quidditàche, pur potendo acquistare un carattere universale nel concetto che è presente nella mente e un carattere individuale negli enti che esistono nella natura, è però diversa dall'uno e dagli altri e non si identifica con nessuno di essi.
In tanto l'universale può esistere nella mente, e in tanto gli individui possono esistere nella realtà, in quanto esiste appunto una quiddità che é comune all'uno e agli altri e permette le definizioni metafisiche dell'uno e degli altri; la conoscenza, dunque, può distinguersi in astrattiva, cioè della quiddità in sé indipendentemente dall'esistenza o dalla non esistenza delle cose, e intuitiva, cioè della quiddità in quanto attualmente presente nella cosa:
Ma come si spiega l'individualità delle cose finite, le sole esistenti in natura? Contro Tommaso, che riteneva che il principio di individuazione risiedesse nella materia segnata, dimenticando che proprio Aristotele aveva stabilito la caratteristica fondamentale della materia nell'indeterminazione, Duns Scoto sostiene che il principium individuationis risiede nella haecceitas. L'ecceità è appunto la delimitazione della natura comune, cioè della quiddità; I'ecccità consiste nel poter dire di una cosa "è proprio questo", riconoscendola nella sua unità sostanziale (per esempio: questo uomo) al di là della molteplicità dei singoli elementi che la compongono (per esempio: occhi, bocca, sangue, ossa, e cosí via).
Naturalmente, questa determinazione singolare è del tutto contingente e non esprime la necessità della natura comune a limitarsi nell'individuo: il che conferma la libertà dell'azione divina e la sua estraneità alle leggi della logica e della ragione. Le tesi metafisiche di Duns Scoto suscitarono, come abbiamo accennato,
molte discussioni e crearono una vera e propria tradizione nella scolastica;
se è vero che noi moderni possiamo provare un certo fastidio per
le molte sottigliezze e astruserie di questa tradizione, è anche
vero però che dobbiamo riconoscere l'importanza della posizione
scotista. Essa ebbe un ruolo decisivo nel processo di sganciamento della
filosofia e della scienza dalla teologia. Anche se Duns Scoto non si interessò
in particolare delle scienze naturali, rimanendo il suo interesse circoscritto
alla metafisica, considerata la scienza per eccellenza; tuttavia le sue
affermazioni dell'autonomia della filosofia, della validità universale
delle leggi di natura (obbliganti in ogni condizione e dalle quali nemmeno
Dio può dispensare), del valore pratico naturale dei comandamenti
religiosi (ciò che essi prescrivono "è bene non tanto
perché è prescritto, ma è prescritto proprio perché
è bene"), ebbero non poca influenza sulla nascita del pensiero
moderno. |
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