STORIA DELLE  FILOSOFIE

CAPITOLO XIV

FILOSOFIA E TEOLOGIA: LA CONCILIAZIONE

1. Domenico, Francesco e le università

2. Aristotele fra averroismo e cristianesimo

3. Fra Aristotele e la Scrittura: un discorso nè equivoco nè univoco, ma analogico

4. ...che presuppone la «modifica» dell'aristotelismo

5. La virtù, la legge e la carità

6. Il linguaggio e la legge

6. Il linguaggio e la legge

Se Tornmaso rappresentava il punto piú alto del programma dei pensatori cattolici di conciliare filosofia aristotelica e cristianesimo, bisogna ricordare che l'aristotelismo cristiano non fu la sola né la piú diffusa forma di "filosofia cristiana" nei due secoli di cui ci stiamo occupando. Accanto ad esso, e spesso in vivace polemica con esso, si svilupparono e si affermarono le filosofie dei francescani, che pure ebbero un peso ed un'importanza notevoli nella cultura del medioevo. Prima di trrattare però, nel prossimo capitolo, di esse, dobbiamo accennare brevemente ad altri atteggiamenti e ad altre posizioni che pure espressero esigenze sentite nell'atmosfera culturale del tempo.

Gli studi di logica distinta dalla metafisica, pur in un generale impianto antiaverroistico, furono portati avanti specialmente nella Facoltà delle Arti dell'Università di Parigi; uno dei maggiori rappresentanti di questo indirizzo è PIETRO ISPANO (?-1277), salito poi al soglio pontificio col nome di Giovanni XXI. Autore di Summulae logicales, che sviluppavano la logica formale e terministica com'era stata impostata da Abelardo, Pietro Ispano esercitò una notevole influenza non solo sugli studiosi latini di logica nel Medioevo, ma anche sui logici bizantini: le sue Summulue furono tradotte infatti in una Sinossi della logica aristotelica, attribuita fino a non molto tempo fa al bizantino Michele Psello. Pietro Ispano è infatti autore di quella sistemazione della logica aristotelica cui abbiamo accennato (cap. VII, par. 5) e che metteva in risalto le strutture formali del discorso, anche attraverso l'invenzione di simboli e di formule: si apriva cosí la strada alla logica formale e simbolica dell'età moderna.

Antiaverroista e impegnato nell'elaborazione di una logica come scienza generale, da cui dipendono tutte le altre scienze particolari, fu pure un altro spagnolo, RAIMONDO LULLO (1235 circa - 1315), autore di uria Ars compendiosa inveniendi veritatem. Se la logica è principio di tutte le altre scienze, non lo è però nel senso della metafisica: mentre questa infatti è la scienza generale dell'essere in quanto essere, la logica è soltanto scienza dei termini. Ma studiando appunto tutte le molteplici combinazioni dei termini del linguaggio, si possono ottenere secondo Lullo le verità di ogni possibile discorso con un semplice calcolo matematico, e ci si può quindi impadronire dei principi fondamentali di tutte le scienze; si può anche, applicando questo calcolo ai contenuti della vera religione, ottenere l'immediata conversione di tutti gli infedeli (e questo risultato per Lullo non era secondario rispetto al primo). Anche il tentativo tomistico di trascrivere la Politica di Aristotele nei termini di una filosofia politica di ispirazione cristiana non fu l'unico aspetto del pensiero politico medioevale. In un quadro politico-sociale che vede la crisi dei due "ordini universali" del (Medioevo, l'Impero ed il Papato, e l'affermarsi delle esigenze particolaristiche che si concretizzano nelle autonomie e nel rafforzamento (Europa occidentale e meridionale) dei grandi stati nazionali o delle signorie e principati; in questo quadro giuristi e filosofi politici si dividono in due grandi correnti: "curialisti" e "regalisti". Tra i curalisti, che sostengono la supremazia del papa nei confronti di tutti i poteri temporali, la figura piú importante è quella di Egidio Colonna (1243-1316), detto anche Egidio Romano; tra i regalisti, (che sostengono l'autonomia del potere temporale da quello del papa, ricordiamo Giovanni da Parigi (1269-1306).

Molto piú articolato e complesso fu l'indirizzo detto dell'"averroismo politico", che ebbe i suoi centri piú importanti a Padova e a Parigi. Caratteristica di questt'indirizzo fu non soltanto un certo interesse per gli studi naturali ed una esplicita accettazione di alcune tesi averroistiche (teoria della doppia verità, della mortalità dell'anima individuale, dell'eternità del mondo), ma anche la netta rivendicazione dell'autonomia e della distinzione dei due poteri. Tra i suoi esponenti piú importanti ricordiamo PIETRO D'ABANO (1257-1315), GIOVANNI Dl JANDUN (?-1328), lo stesso DANTE ALIGHIERI (1265-1321), che nel De monarchia sostenne la famosa teoria dei due "soli".
Ma l'esponente piú illustre di questa corrente fu Marsilio da Padova (1275/80-1343), figlio del notaio dell'Università di Padova, studente di medicina e di diritto a Padova, professore di teologia a Parigi, della cui università fu anche per un certo tempo rettore. Dopo la composizione della sua opera piú importante, il Defensor pacis, in cui si valse anche della collaborazione dell'amico Giovanni di Jandun, fu costretto a lasciare Parigi e si rifugiò a Norimberga, presso l'imperatore Ludovico il Bavaro, al cui seguito passò il resto della sua vita. In Germania compose l'ultima sua opera, il Defensor minor, in cui si proponeva di sviluppare la critica dei poteri sacerdotali anche in materia spirituale.

Scopo ultimo dell'uomo è per Marsilio non soltanto il vivere, ma anche il ben vivere; questo può essere considerato in due modi: il ben vivere temporale o terreno, e il ben vivere eterno o celeste.

Tuttavia, l'intero genere dei filosofi non è stato capace di provare per via dimostrativa questo secondo modo di vivere, ossia l'eterno, né questo era un principio evidente di per se stesso; e quindi i filosofi non si occuparono dei mezzi necessari per raggiungerlo. (Defensor pacis I,A,3)

I filosofi debbono occuparsi invece del ben vivere terreno, mostrando che esso costituisce il fine supremo dello Stato: lo Stato si propone dunque di stabilire e di mantenere la pace, e lo strumento principale di cui si serve è la legge. A questo punto Marsilio introduce un concetto radicalmente innovatore del pensiero politico e giuridico del suo tempo, che sarà ripreso solo molto piú tardi la distinzione tra la scienza o dottrina del diritto e la legge propriamente detta.

La legge può essere considerata in due modi. Nel primo, può essere considerata in sé, in quanto essa mostra soltanto quel che è giusto o ingiusto, vantaggioso o nocivo; e in quanto tale è detta scienza o dottrina del diritto. Si può considerare poi la legge ancora in un altro modo, secondo che per la sua osservanza venga dato un precetto coattivo legato ad una punizione o una ricompensa da attribuire in questo mondo; e solo quando è considerata in tale modo viene chiamata legge e lo è propriamente. Perciò non tutte le vere conoscenze delle cose giuste e civilmente benefiche sono leggi, ove non siano state emanate mediante un comando coattivo che ne imponga l'osservanza. (Defensor pacis I,10,4-6)

Partendo da questa importante distinzione Marsilio poteva sostenere che (poiché la legge prevede ai fini della pace e del ben vivere terreni la regolamentazione dei soli atti esteriori dell'uomo e non intacca la sua coscienza, che rimane libera) alla legge unica dello Stato debbono obbedire tutti, laici e religiosi; la Chiesa rimane poi libera di provvedere alle esigenze spirituali dei fedeli, purché in questa sua opera non oltrepassi la sfera dell'interiorità. Tutto ciò che invece attiene all'organizzazione anche sociale delle credenze e dei culti religiosi dev'essere sottoposto all'unica legge dello Stato: cosí i vescovi non possono infliggere scomuniche senza l'autorizzazione del potere temporale, né possono punire gli eretici; il papa non può infliggere pene temporali; la stessa autorità nel definire questioni dubbie in materia di fede - dati i loro riflessi politici e sociali - spetta al Concilio e non al papa. Infatti, analogamente a quanto accade per la vita terrena, in cui

il legislatore, o la causa prima ed efficiente della legge, è il popolo o l'intero corpo dei cittadini o la sua "parte prevalente" (pars valentior), mediante la sua elezione o la volontà espressa con le parole nell'assemblea generale dei cittadini... Con il termine "parte prevalente" intendo prendere in considerazione non solo la quantità ma anche la qualità delle persone in quella comunità per la quale viene istituita la legge, (Def. Pacis I,12,1)

cosí anche per quanto riguarda le questioni attinenti alla vita eterna

l'autorità principale per compiere tali definizioni, sia mediata che immediata, spetta al solo concilio generale dei Cristiani, oppure alla sua parte prevalente, o a coloro ai quali tale autorità sia stata concessa dalla totalità dei fedeli Cristiani.
(Def. pacis II,20,2)

Resta infine da aggiungere che Marsilio espresse molti dubbi sull'autenticità della famosa "donazione di Costantino" sulla quale i pontefici fondavano la giustificazione del loro potere temporale; la sua falsità sarà dimostrata solo dall'umanista Lorenzo Valla nel secolo XV.

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