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1. Domenico, Francesco e le università
2. Aristotele fra averroismo e cristianesimo
3. Fra Aristotele e la Scrittura: un discorso
nè equivoco nè univoco, ma analogico
4. ...che presuppone la «modifica»
dell'aristotelismo
5. La virtù, la legge e la carità
6. Il linguaggio e la legge
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5.
La virtù, la legge e la carità
Come nella metafisica, nella gnoseologia e nella psicologia, anche nell'etica
e nella politica Tommaso compie una profonda revisione dell'aristotelismo,
ed in questi campi è piú evidente l'esigenza non solo di
elaborare un "sistema" di filosofia cristiana, ma anche di giustificare
la pratica politica della Chiesa del suo tempo. Tommaso distingue anzi
tutto una legge eterna da una naturale ed una umana: la legge eterna
o divina è la divina provvidenza, a cui sono sottoposte tutte le
cose che essa regge e governa; la legge naturale è la partecipazione
alla legge eterna della creatura razionale, che è inclinata ad
atti e fini giusti in quanto piú delle altre creature partecipa
della divina provvidenza; la legge umana sono le norme particolari
che la ragione umana elabora partendo dai precetti della legge naturale.
Legge naturale e legge umana non possono non fondarsi sulla legge divina
rivelata, sia perché il fine ultimo dell'uomo esorbita dalle facoltà
naturali, sia perché il giudizio umano è incerto ed ha bisogno
di una guida che gli indichi, senza alcun dubbio, ciò che deve
e ciò che non deve fare. Come per Aristotele, anche per Tommaso
è l'intelletto che indica alla volontà il fine delle proprie
azioni: questo è il bene:
il primo precetto della legge suona così: Bene è ciò
a cui tutte le cose tendono. Ciò significa che bisogna compiere
e continuare a fare il bene ed evitare il male e sopra questo precetto
si fondano tutte le altre norme della vita naturale.
(S. Theol. I-II, 90, IV)
Virtù è quindi quell'habitus che consiste
in una naturale inclinazione ad intendere ed a volere il bene, i principi
razionali che regolano la condotta pratica; vizio è la disposizione
opposta al male; peccato è il consentimento della volontà
all'inclinazione cattiva e si paga con la pena; l'uomo è
libero di consentire o meno alle sue inclinazioni, e questa sua libertà
non contrasta con l'onniscienza e la provvidenza divina, perché
questa determina come contingenti e non come necessarie le cose che dipendono
dalla volontà umana.
Anche qui l'impianto aristotelico viene profondamente modificato sia perché
alla distinzione in virtù intellettuali e morali (dianoetiche
ed etiche in Aristotele) Tommaso aggiunge la suddivisione di queste ultime
in cardinali (prudenza, coraggio, temperanza e giustizia: le virtù
dello stato platonico) e teologali (fede, speranza e carità);
sia perché alla ragione si sovrappone la fede ed alla naturale
inclinazione la grazia divina;
Nei cattivi la naturale inclinazione alla virtù viene guastata
dall'abitudine al vizio e la stessa conoscenza del bene viene ottenebrata
dalle passioni e dalla consuetudine del peccato. Nei buoni, al contrario,
al di sopra della naturale conoscenza del bene si aggiunge la conoscenza
per mezzo della fede e al di sopra della naturale inclinazione al bene
si aggiunge, intimamente, l'impulso della grazia e della santità.
(S. theol. I-II,93,VI)
La legge ha dunque il compito e la facoltà di imporre le giuste
norme di comportamento a chi non riesca ad imporsele da se stesso: in
questo Tommaso è abbastanza vicino alla concezione patristico-agostiniana;
cambiare le leggi è sempre pericoloso, per la grande importanza
che ha la consuetudine nell'agire umano, e lo si può fare solo
in casi eccezionali e quando "i vantaggi del mutamento siano tali
da compensare l'inevitabile svantaggio". Tra le varie forme di governo,
che Tommaso esamina sulla falsariga aristotelica, la migliore è
la monarchia, la peggiore è la tirannide.
Ma dove si vedono piú chiaramente l'impronta religiosa del tomismo
e il riflesso in esso della politica temporale del papato è nella
netta subordinazione della vita terrena dell'uomo ai fini trascendenti
della fede, e in tutto ciò che questa subordinazione comporta.
Vi è un bene che trascende la vita mortale dell'uomo e cioè
l'ultima beatitudine, promessagli dopo la morte nella fruizione di Dio...
Ora se il singolo uomo, vivendo secondo virtù, è ordinato
ad un fine trascendente il godimento di Dio, si deve concludere che
identico sia anche il fine della società... Ma poiché
il fine del godimento di Dio può essere raggiunto dall'uomo non
coi soli mezzi umani ma per grazia divina, un governo di tal fatta spetta
solo a quel re che non sia solo uomo ma anche Dio, cioè Gesù
Cristo. Il ministero di questo regno è stato affidato non ai
re della terra, ma ai sacerdoti e prima di tutto al sommo sacerdote,
successore di Pietro, vicario di Gesù Cristo, al Pontefice Romano
a cui è doveroso siano sottomessi tutti i re del popolo cristiano.
(De regimine principum, I,XIV)
Il potere spirituale (il Papato) ha quindi una sua decisa superiorità
sul potere temporale, perché i fini soprannaturali sono superiori
a quelli naturali. Perciò
E' lecito uccidere i bruti in quanto sono naturalmente ordinati per
l'uso dell'uomo, come l'imperfetto è ordinato al perfetto;...
pertanto vediamo che, se per la salute dell'intero corpo umano sia necessaria
l'amputazione di qualche parte, lodevolmente e salutarmente questa parte
viene recisa. Ma ogni persona singola è in rapporto alla comunità
nel suo complesso come la parte è in rapporto al tutto. Cosí
se qualche uomo sia pericoloso alla comunità e tale da promuovere
la corruzione a causa di qualche peccato, lodevolmente e salutarmente
viene ucciso affinché sia salvaguardato il bene comune. (S. theol.
II-II, XLIV)
Per la stessa ragione, distinguendo tra il bene spirituale (la salute
dell'anima) e il bene temporale (la vita del corpo) e subordinando questo
a quello, giustamente la Chiesa accoglierà le anime degli eretici
pentiti riaprendo loro la via della salvezza e brucerà i loro corpi
per la salvezza degli altri:
La Chiesa, secondo le direttive del Signore, estende la sua carità
a tutti, non solo amici ma anche nemici e persecutori... Ora, è
proprio della carità il volere e l'operare il bene del prossimo.
Ma vi è un duplice bene: uno spirituale, cioè la salute
dell'anima (ed è a questa che guarda principalmente la carità),
e questo dunque ognuno deve volere per gli altri in nome della carità.
Per cui, da questo punto di vista, gli eretici riconvertiti, per quante
volte siano ricaduti, vengono accolti dalla Chiesa alla penitenza per
mezzo della quale viene loro riaperta la vita della salvazione.
V'è poi un altro bene, considerato secondario dalla carità,
vale a dire il bene temporale, cioè la vita del corpo, le ricchezze,
la buona fama, la dignità ecclesiastica o secolare. Questo bene
siamo tenuti dalla carità, a volerlo per gli altri solo in ordine
alla salute eterna e loro e degli altri. Per cui se un bene di questa
specie, essendo goduto da un individuo, possa impedire la salute eterna
in molti altri, non bisogna, in nome della carità, che noi vogliamo
per lui un simile bene ma piuttosto dobbiamo desiderare che egli ne
sia privo, sia perché la salute eterna è preferibile alla
salute temporale, sia perché la salute di molti è preferibile
a quella di uno solo. Se invero gli eretici riconvertiti fossero accolti
sempre cosí da conservare la vita e gli altri beni temporali,
ciò potrebbe essere di pregiudizio per la salvezza degli altri.
(S. theol. Il-ll,Xl,IV)
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