|
|||||||||||||
|
CAPITOLO XIV FILOSOFIA E TEOLOGIA: LA CONCILIAZIONE |
|||||||||||||
|
1. Domenico, Francesco e le università 2. Aristotele fra averroismo e cristianesimo 3. Fra Aristotele e la Scrittura: un discorso nè equivoco nè univoco, ma analogico 4. ...che presuppone la «modifica» dell'aristotelismo |
3.
Fra Aristotele e la Scrittura: un discorso né equivoco né
univoco, ma analogico...
Tommaso dei conti d'Aquino (1225-1274), nato a Roccasecca, presso
Cassino, entrò nell'ordine domenicano tra il 1243 e il 1244; allievo
a Parigi di Alberto Magno, lo seguí nello studio di Colonia appena
fondato. Chiamato a insegnare teologia a Parigi nel 1252, fu coinvolto
nelle polemiche tra maestri degli ordini e maestri secolari; nel 1259
tornò in Italia e collaborò alla redazione dell'ordine degli
studi (Ratio studiorum) domenicano, insegnando tra l'altro a Viterbo
e ad Orvieto. In questo periodo strinse amicizia col confratello Guglielmo
di Moerbeke (che gli fu di grande aiuto nella revisione delle traduzioni
correnti delle opere di Aristotele) e compose le sue opere piú
importanti. Nel 1269 tornò all'insegnamento di Parigi e sostenne
violente polemiche non solo contro i maestri secolari, ma anche contro
averroisti e platonici di tendenza agostiniana; alcune sue tesi vennero
condannate dal Tempier insieme a quelle degli averroisti nel 1270. Due
anni dopo tornò in Italia per insegnare teologia all'Università
di Napoli; nel 1274 morí, a Fossanova, mentre si recava al Concilio
di Lione. Le opere principali di Tommaso sono, oltre ad alcuni commenti
alla Scrittura, ed ai Commentari ad Aristotele (De interpretatione,
Analitici secondi, Fisica, Metafisica, Etica, Politica, De anima), la
Summa contra Gentiles e la Summa theologica; fra i numerosi
opuscoli ricordiamo De ente et essentia e De unitate intellectus
contra Averroistas.
Non, quindi, una doppia verità, come volevano gli averroisti, ma due ordini di verità, uno accessibile all'indagine della ragione umana, l'altro al di sopra di ogni sua potenza; tra i due ordini non c'è contrasto ma complementarità: la fede non annulla la ragione, ma la integra e la perfeziona. La ragione ha i suoi metodi d'indagine, che attua autonomamente nelle sue ricerche, ed attraverso i quali può giungere a dimostrare le sue verità (per esempio, che Dio esiste). Ma, d'altra parte, legata com'è alla sensibilità, essa ha anche dei limiti che non può oltrepassare ed è soggetta agli errori: soccorre allora la fede, che chiarisce, aiuta, integra.
Come si vede, il rapporto tra fede e ragione è un rapporto di complementarità e di armonia solo nel senso che, pur nell'ambito suo proprio della filosofia, distinto da quello della rivelazione, la ragione giunge a delle verità solo con l'aiuto della fede: perciò le verità di ragione sono chiamate da Tommaso preambula fidei, verità preliminari della fede. E infatti, ponendosi il problema della "necessità di proporre all'umano credere anche le cose che soverchiano la ragione", Tommaso ha degli accenti, piuttosto che aristotelici, vicini a quelli della patristica neoplatonica:
Ma se, in ultima istanza, la verità su Dio ce la dice solo la rivelazione, il tomismo prende le distanze comunque sia dall'averroismo - sostenitore di un primato della ragione - sia dall'agostinismo neoplatonico. Contro di questo, e contro l'argomento ontologico di Anselmo d'Aosta che in definitiva presuppone la fede fornitrice della chiara nozione di Dio, Tommaso sostiene la possibilità per la ragione di provare l'esistenza di Dio ed esclude la necessità di ammetterla solo per fede. Sono le famose "cinque vie" per dimostrare l'esistenza di Dio, il cui impianto teoretico è chiaramente, desunto dall'aristotelismo: 1) la prima via è ex motu: dall'esistenza del movimento, attestato dal senso, si giunge alla nozione del motore primo, e questo è Dio; 2) la seconda via è ex causa: dalla connessione di cause ed effetti si giunge alla nozione della prima causa efficiente, e questa è Dio; 3) la terza via è ex contingentia: dalla constatazione della contingenza delle cose - che possono essere e non essere - si risale al concetto di possibilità, poi a quello di necessità e quindi a quello di un essere per sé necessario, e questo è Dio, 4) la quarta via è ex gradu: dalla constatazione degli enti che realizzano in vano grado l'essere, la bontà e la perfezione, si risale al concetto di un essere che li possiede in grado sommo e che "a tutti gli enti è causa dell'essere, della bontà e della perfezione. E questo chiamiamo Dio"; 5) la quinta via è ex fine: dalla considerazione di un ordine finalistico nella realtà si risale al concetto di una mente intelligente ordinatrice di tutte le cose, e questa è Dio. Giunti cosí al concetto di Dio per via puramente razionale, "argomentando" dal sensibile all'intelligibile, la fede ha appunto il compito di integrare e perfezionare questo concetto (che già comprende alcuni attributi, come quello di motore, causa efficiente e necessaria) con tutti quegli attributi legati appunto alla dottrina cristiana ed alla sua tesi di un Dio personale (bontà, volontà e cosí via). Senonché, a questo proposito Tommaso si trovava di fronte non soltanto filosofia classica, araba ed ebrea, filosofi dialettici, ma anche buona parte della patristica ed i mistici, tutti concordi nel sostenere che di Dio non si può parlare negli stessi termini che dell'uomo. Tommaso allora, per salvare l'ortodossia della fede e darne nello stesso tempo una giustificazione, elabora il concetto dell'"analogia". Ribadito (in particolare contro Maimonide) che
se ne conclude che, quando predichiamo qualcosa (per esempio, la bontà) di Dio e delle creature, lo facciamo non in maniera univoca (buono non significa la stessa cosa se attribuito a Dio o ad un uomo), né equivoca (altrimenti non potremmo dimostrare niente a proposito di Dio), bensí appunto per analogia:
Con questa soluzione (basata pur sempre sul presupposto di un ordine naturale e gerarchico che fa capo a Dio principio di tutte le perfezioni, basata quindi sul presupposto che sia possibile far ricorso ad una dimostrazione non equivoca), non priva, come si vede di grandi difficoltà - messe in luce dai suoi avversari, in primo luogo i francescani -, Tommaso risolveva in forma "ortodossa" il problema dei rapporti tra ragione e fede. Problema che investiva non soltanto il concetto di Dio, ma anche quello della creazione. Anche a questo proposito, dopo aver polemizzato sottilmente con quanti negavano la possibilità di una dimostrazione razionale della creazione del mondo, e con quanti sostenevano la dottrina di una generazione eterna (dottrina risalente ad Origene), Tommaso sembra concludere con un'opzione decisiva per la fede.
|
||||||||||||
|
dietro - avanti |
|||||||||||||