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CAPITOLO XIV FILOSOFIA E TEOLOGIA: LA CONCILIAZIONE |
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1. Domenico, Francesco e le università 2. Aristotele fra averroismo e cristianesimo 3. Fra Aristotele e la Scrittura: un discorso nè equivoco nè univoco, ma analogico 4. ...che presuppone la «modifica» dell'aristotelismo |
2.
Aristotele fra averroismo e cristianesimo
L'aristotelismo averroistico ebbe il suo centro nella Facoltà delle Arti di Parigi ed il suo maggior rappresentante fu Sigieri di Brabante (1235/40-1281/84), maestro in quella Facoltà fino al 1276, quando fu costretto a lasciare l'insegnamento dopo la condanna (1270) delle sue tesi ad opera di Stefano Tempier, arcivescovo di Parigi; appellatosi al papa ed internato presso la corte pontificia, qui fu ucciso da un fanatico. La filosofia, per Sigieri, si identifica tout court con la dottrina aristotelica nell'interpretazione di Averroè: il "Filosofo" per antonomasia è dunque l'Aristotele di Averroè, e questi insegna delle dottrine che sono chiaramente in contrasto con quelle cristiane. Cosí, secondo filosofia, bisogna sostenere, in particolare, l'eternità del mondo e la separazione dell'anima intellettiva, unica per tutti gli uomini:
Né si può sostenere che l'attività creativa di Dio è assolutamente libera: essa non può comunque essere al di fuori delle regole della logica:
Si determina quindi una netta e radicale opposizione tra ragione e fede: la prima deve seguire le sue vie, attuare le sue indagini, esercitare il proprio dominio nel campo che le è proprio, la filosofia, senza preoccuparsi del fatto che i risultati cui giunge possano contrastare con le dottrine religiose, che pure costituiscono la "verità" per eccellenza, cui ogni cristiano deve credere.
È questa la famosa tesi che fu chiamata della "doppia verità": come cristiani bisogna credere al dogma, come filosofi alla ragione. Sigieri non formulò mai esplicitamente questa dottrina, anche se sembrò metterla in pratica; essa fu invece professata piú o meno apertamente dai numerosi seguaci dell'indirizzo aristotelico-averroistico, come Boezio di Dacia, Bemieri di Nivelles e Gosvino della Chapelle. In particolare Boezio di Dacia riconosce per un puro ossequio formale le verità religiose, ma per lui l'unica verità è quella cui giunge la ragione nel libero esercizio delle sue facoltà. Dopo la seconda condanna (1277) delle sue tesi "eretiche", l'averroismo latino (come viene chiamata anche questa interpretazione di Aristotele alla luce di Averroè) perse sempre piú influenza sulla cultura di questi secoli, anche se non sparí del tutto (la Chiesa dovette pronunciarne una nuova condanna nel Cinquecento) e anche se nuscí ad ispirare in parte, come vedremo, il pensiero politico. Uno degli avversari piú decisi di Sigieri ed il primo rappresentante
di un certo rilievo dell'aristotelismo cristiano del XIII secolo è
ALBERTO DI BOLLSTADT (1193/1207-1280), detto anche ALBERTO MAGNO, domenicano,
maestro a Parigi e a Colonia. Sostenitore deciso della necessità
di rigettare tutte quelle dottrine aristoteliche (delle quali peraltro
non risulta in pieno possesso) che sono in contrasto con le verità
della fede cristiana, Alberto tuttavia non nega che la filosofia possa
occuparsi autonomamente di quelle questioni puramente naturali che non
hanno attinenza con la filosofia; il suo programma è di discutere
"naturaliter de naturalibus", e di fatto egli stesso
si interessa di questioni naturali, in particolare di zoologia e di botanica,
che tratta con una certa vivacità e facendo un moderato uso della
diretta esperienza sensibile. |
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