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CAPITOLO XIII IL RISVEGLIO DELLA CULTURA FILOSOFICA NEL MONDO MEDITERRANEO |
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2. Mistici, iperdialettici e moderati 3. La cultura araba: scienziati e mistici 4. La filosofia araba: dal possibile al necessario |
5.
La filosofia araba: ragione, fede e intelletto
Come quella occidentale, anche la cultura araba conobbe un atteggiamento che conciliava religione e filosofia, ammettendo la sostanziale coincidenza tra le dottrine del Corano - da interpretare allegoricamente - e quelle dell'aristotelismo musulmano come si era andato sviluppando negli ultimi secoli: la verità è una, ma la si può cogliere sia direttamente, con l'intelletto, sia con l'aiuto della rivelazione e dei libri sacri, che parlano soprattutto alle folle. Quest'atteggiamento fu comune a molta parte della produzione anche letteraria del secolo XII, e trova un classico esempio nel romanzo filosofico Havy ibn Yaqzàn dell'arabo-spagnolo IBN TUFAIL (morto nel 1185): il protagonista del romanzo, Havy ibn Yaqzàn, nato in un'isola deserta, giunge da sé non solo a provvedere con la tecnica a tutti i suoi bisogni naturali, ma anche a comprendere con le sole forze dell'intelletto le leggi della natura e la connessione causale, risalendo cosí a Dio come causa prima. Amico di Ibn Tufail e da questi presentato al sovrano Yussuf, fu il massimo rappresentante di quest'atteggiamento culturale e forse il piú grande filosofo arabo di questo periodo, Ibn Roschd (1126-1198), latizzato Averroè. Nato a Cordova, giudice a Siviglia e a Cordova, Averroè fu un uomo di larga cultura medica, filosofica, giuridica; le sue opere principali sono L'incoerenza dell'incoerenza dei filosofi, una confutazione polemica del libro di al-Ghazali, i Principi generaili della medicina, alcuni trattatti di fisica e di logica. La sue opere piú importanti nel campo della filosofia sono i Commenti alla Repubblica di Platone, a Porfirio, e soprattutto ad Aristotele: questi ultimi si dividono in grandi (che seguono puntualmente il testo e contengono anche ampie trattazioni autonome in cui l'autore sviluppa originalmente le tesi aristoteliche), medi (che sono in genere delle spiegazioni od interpretazioni), e parafrasi (che hanno un carattere piú semplice ed espositivo). Come commentatore di Aristotele è principalmente conosciuto Averroè nel mondo latino: molti dei suoi commenti vengono infatti tradotti in latino e non mancheranno di esercitare una notevole influenza sul pensiero occidentale. Problema fondamentale del pensiero di Averroè è il rapporto
filosofia-religione, che si riduce sostanzialmente all'altro Aristotele-Corano:
Aristotele rappresenta infatti il punto piú alto cui possa giungere
la riflessione filosofica basata sulla ragione, e il Corano è l'espressione
piú alta e piú completa - perché viene dopo i libri
sacri degli Ebrei e dei Cristiani - della rivelazione divina su cui si
basa la fede religiosa. La religione non è in contrasto con la
filosofia, le verità che la prima rivela agli uomini sono le stesse
cui l'uomo può giungere con l'esercizio della propria ragione;
solo che, mentre la maggioranza degli uomini non è capace di andare
al di là della propria immaginazione ed ha quindi bisogno - per
intendere - dei simboli e delle allegorie degli scritti sacri, i filosofi,
con l'esercizio della ragione, riescono ad andare al di là delle
immagini e dei simboli ed a cogliere la verità nella sua pura razionalità.
V'è perciò una sostanziale concordanza delle tre grandi religioni, l'ebraismo, il cristianesimo e l'islamismo, le quali regolano con le loro leggi la vita sociale dell'uomo in vista della sua felicità, laddove i filosofi possono raggiungerla appunto realizzando il proprio fine che consiste - aristotelicamente - nel comprendere e contemplare. Ciò che ne deriva è non soltanto la distinzione tra una minoranza di eletti ed una maggioranza di incolti bisognosi dell'educazione religiosa, ma anche la necessità per i filosofi di non criticare o esprimere dubbi circa i principi religiosi. Perché è vero che in ogni religione si mescolano ispirazione divina e ragione, ma è vero anche che sarebbe pericoloso - politicamente - affermare che esiste perciò una "religione naturale" cui si può giungere con i soli lumi della ragione. Infatti
Ma la dottrina piú nota di Averroè, oggetto di grande interesse e di grandi discussioni nel mondo latino, è quella dell'intelletto. Criticando la dottrina di Avicenna che ordinava neoplatonicamente le essenze in una gerarchia e distingueva quindi tra l'essere necessario e l'essere possibile, Averroè sostiene che gli universali non sono forme aventi una esistenza separata ed indipendente dagli esseri individuali che costituiscono l'unica vera realtà; gli universali non sono altro che astrazioni che l'intelletto opera sulla base delle proprie esperienze degli enti individuali. Nell'intelletto, poi, bisogna distinguere un intelletto attivo da un intelletto passivo; come la luce rende visibili i colori e le forme alla vista nell'atto della sensazione visiva, cosí l'intelletto attivo determina la comprensione degli intelligibili nell'intelletto passivo. Quest'intelletto passivo, che è tale in quanto è in potenza, è chiamato da Averroè ilico, cioè materiale: materiale, però, non significa né legato alla sensibilità, né - come voleva Aristotele per l'anima - forma di una determinata corporeità.
Infatti, se l'intelletto materiale fosse mescolato alla forma del corpo, ne deriverebbe o che questa forma ostacolerebbe l'acquisizione di altre forme, o le muterebbe una volta percepitele, mettendo in crisi cosí l'universalità della conoscenza. Ne deriva che l'intelletto materiale non è che una semplice disposizione:
Fin qui l'originale elaborazione del pensiero aristotelico di Averroè sembra accordarsi con quella di Alessandro di Afrodisia, in realtà il commentatore arabo è ben lontano da quello greco. Tanto per Averroè quanto per Alessandro l'intelletto passivo e l'intelletto attivo sono una sola e medesima cosa: l'uno è considerato in quanto riceve gli intelligibili, l'altro in quanto elabora e costruisce gli intelligibili. Mentre però per Alessandro intelletto passivo ed intelletto attivo costituiscono la forma di un corpo individuale e quindi periscono con la sua morte, per Averroè non è cosí. Distinguendo nell'anima tre parti dell'intelletto, l'intelletto che riceve (passivo), l'intelletto che fa (attivo) e l'intelletto che è fatto, Averroè separa le prime due (che sono la stessa cosa considerata da due punti di vista diversi), in quanto eterne e ingenerate, dalla terza, che è generata e corruttibile, ed è quella appunto che si trova nel singolo individuo. Ne deriva cosí che l'intelletto materiale, unico per tutti gli uomini, ha una realtà eterna, mentre gli individui - gli intelletti che sono fatti, cioè creati da Dio - vivono un'esistenza mortale. È vero che l'intelletto materiale ha sempre un'esistenza legata agli uomini, in quanto non possono esistere gli intelligibili se non sono pensati concretamente da intelletti umani, ma è anche vero che sono legati agli uomini come specie umana e non come singoli individui: questi muoiono, mentre non muore l'umanità.
Naturalmente questi originali sviluppi dell'aristotelismo non potevano
non incontrare forti resistenze sia negli ambienti delle filosofie neoplatonico-cristiane,
sia in quelli dell'aristotelismo latino, come vedremo; ma anche negli
ambienti della stessa cultura araba le tesi di Averroè incontrarono
fortissime resistenze da parte dei rappresentanti piú ortodossi
e ligi alla tradizione coranica. La proclamata identità fra religione
e filosofia non evitò ad Averroè di subire le accuse, le
persecuzioni e l'esilio che si abbatterono su di lui nell'ultimo periodo
della sua vita, fino alla morte. |
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