STORIA DELLE  FILOSOFIE

CAPITOLO XIII

IL RISVEGLIO DELLA CULTURA FILOSOFICA NEL MONDO MEDITERRANEO

1. La natura e la ragione

2. Mistici, iperdialettici e moderati

3. La cultura araba: scienziati e mistici

4. La filosofia araba: dal possibile al necessario

5. La filosofia araba: ragione, fede e intelletto

6. La bibbia e la filosofia

4. La filosofia araba: dal possibile al necessario

I due piú famosi esponenti della filosofia islamica conosciuti in Occidente furono Avicenna e Averroè; bisogna tuttavia ricordare che prima di loro c'era stata già una ricca tradizione filosofica che si era appropriata di buona parte del pensiero greco: le opere di Aristotele erano conosciute quasi completamente, ed in piú si conoscevano le opere di molti dei suoi commentatori greci; di Platone, oltre il Timeo, si conoscevano almeno la Repubblica e le Leggi; una buona parte dei filosofi dell'età ellenistica, fino a Plotino ed a Proclo, era largamente studiata. Gli esponenti piú illustri di questa cultura filosofica fino al X secolo furono Ibn Ishaq AL-KINDI (morto nell'anno 872 circa), latinizzato in Alchindus, che aprì la strada a quella corrente della filosofia araba che cercava di conciliare aristotelismo e neoplatonismo: delle sue numerose opere - circa 270 - in cui si occupava di fisica, di logica, di astronomia, di teologia, ne conosciamo ben poche, principalmente attraverso gli scrittori posteriori; e Ibn Awzalagh AL-FARABI (872-950), citato negli scritti latini medievali come Alpharabius, scrittore dai molteplici interessi e autore di interessanti commenti ad Aristotele e ad altri pensatori greci, oltre che di trattati sull'intelligenza e gli intelligibili l'anima e le sue facoltà, il tempo e lo spazio. La sua teoria della supremazia della filosofia provocò la reazione dei teologi come alGhazali.

Ibn Sina (980-1037), latinizzato Avicenna, fu, oltre che filosofo, grande scienziato: nella sua opera Canone della medicina raccoglieva e sistemava in maniera organica e critica tutte le conoscenze mediche del tempo; si occupò anche di scienza naturale e di politica. Le opere filosofiche piú importanti sono il Libro della Guarigione, il Libro della Scienza, il Libro della Salvezza, il Libro delle direttive e annotazioni; parti e sezioni delle sue opere furono tradotte in latino da Domenico Gundisalvi nel XII secolo. L'interesse fondamentale di Avicenna è per la logica e la metafisica; da ricordare in particolare la sua soluzione del problema degli universali, che sarà ripresa poi da Tommaso d'Aquino: gli universali sono ante rem perché nella mente di Dio, in re perché forma delle cose, post rem perché concetti elaborati dall'intelletto. La sua metafisica, di impianto essenzialmente aristotelico, è strettamente legata al commento neoplatonizzante di al-Farabi, come egli stesso a racconta:

Lessi il libro intitolato Metafsica, ma non ne capii nulla; le intenzioni dell'autore mi restavano oscure. Ebbi un bel rileggerlo quaranta volte da un capo all'altro al punto da conoscerlo a memoria; non né afferravo né il senso né lo scopo. Comprai il libro di al-Farabi Commento alla Metafisica. Tornai a casa e subito mi gettai sul libro; immediatamente gli scopi dell'autore di quell'opera si svelarono a me, perché conoscevo già il libro a memoria. (Autobiografia)

Aristotele, quindi, mediato dal neoplatonismo della cultura araba, fornisce l'impianto della filosofia di Avicenna; la logica, come per Aristotele, è lo strumento indispensabile di qualsiasi scienza perché insegna a connettere in un sistema ordinato le nozioni che l'uomo acquista tramite l'esperienza. Ma, a differenza di Aristotele, la logica è anche una scienza che ci permette di ampliare le nostre conoscenze e non solo di sistemarle, rendendoci possibile il passaggio dal noto all'ignoto.

Con la logica ci si propone di offrire all'uomo uno strumento tipo che, saputo usare, lo preservi dall'errore nell'esercizio del suo pensiero. Qui, col termine "pensiero" intendo il mezzo per cui gli uomini sono concordi nel ritenere di passare da cose presenti al loro spirito a cose che non sono presenti. (Libro delle direttive)

La logica è la scienza mediante la quale si impara il processo della conoscenza dell'ignoto attraverso il noto; essa fa conoscere cos'è la conoscenza reale, ciò che si approssima alla verità, ciò che è errore. (Libro della Scienza, 1)

Ma se la struttura della filosofia di Avicenna è aristotelica, notevole è anche la sua intonazione platonica e neoplatonica; se è vero che il processo della conoscenza ha il suo fondamento nella sensibilità, è vero anche che l'anima è nel corpo come una sostanza completamente autonoma ed indipendente da esso. Per illustrare ciò, Avicenna elabora un famoso esempio, detto dell'uomo volante.

Dobbiamo addurre in proposito la prova dell'esistenza dell'anima che è in nostro possesso. Uno di noi deve immaginare di essere stato creato d'un sol tratto, e creato perfetto, ma con la vista velata, resa priva dell'intuizione sensibile delle cose esteriori, creato in atto di cadere dall'alto verso il basso, nell'aria o nel vuoto, si da non essere esposto all'azione dell'aria in modo da sentirla e avendo le membra separate, che non si incontrano l'una con l'altra e non si toccano. Poi rifletterà: può affernare l'esistenza della sua essenza senza dubitare dell'affermazione che egli stesso esiste, e non affermare, nonostante ciò, né le sue membra, né l'interno delle sue viscere, né cuore, né cervello, né alcun'altra cosa esterna? Meglio ancora affermerà la sua essenza, ma non affermerà in essa né lunghezza né larghezza né profondità. E se, in tale condizione, gli fosse possibile immaginare una mano o un'altra delle sue membra, non la immaginerebbe parte della sua essenza o condizione della sua essenza... Pertanto l'essenza che si è affermata esistente ha una sua proprietà nel fatto che quest'uomo è in se stesso altro rispètto al suo corpo e alle sue membra che non erano inclusi in quell'affermazione. E chi fa l'affermazione, può farla perché si fonda sull'esistenza dell'anima come qualcosa d'altro rispetto al corpo, o, meglio, come qualcosa che non ha corpo. (Libro della Salvezza, Vl)

Legata all'aristotelismo è la distinzione che Avicenna fa tra essenza ed esistenza, connessa all'altra tra necessità e possibilità: su queste basi si fonda la differenza tra Dio (essere assolutamente semplice - come la forma aristotelica - nel quale essenza ed esistenza coincidono secondo necessità) e le creature (esseri molteplici - come le determinazioni della materia aristotelica - nei quali è possibile che l'esistenza si aggiunga all'essenza per effetto dell'essere assolutamente necessario). Necessario è dunque quell'ente nel quale l'esistenza è necessaria per sé, perché inerisce alla sua essenza; impossibile è quell'ente alla cui essenza è connessa la mancanza di cause; possibile è quell'ente alla cui essenza non è connessa né l'esistenza di cause né la loro non esistenza: è cioè un essere né necessario né impossibile. Ogni essere che partecipa della necessità non diviene esistente per sé, ma la sua esistenza proviene da altri esseri; senonché, non essendo pensabile una concatenazione all'infinito di possibili in rapporto di cause ed effetti, si deve ammettere un Essere necessario in sé che dia inizio alla catena degli esseri possibili.
In tal modo Avicenna fondeva logica e metafisica aristotelica con dottrine neoplatoniche: la concatenazione degli esseri è infatti modellata proprio sulla tesi emanazionistica:

Dall'essere necessario deve procedere in primo luogo un essere intellettuale, e da un punto di questa intelligenza avrà origine un'altra intelligenza, da un altro punto un corpo... Da ogni intelligenza, in quanto è divenuta necessaria per opera dell'essere necessario nella sua essenza, proviene una sostanza intellettuale; e in quanto c'è in essa la possibilità di esistere, proviene una sostanza corporea.
(Libro della Scienza, I)

Di impronta neoplatonica è anche la teoria avicenniana dell'anima e delle sue due facce:

La nostra anima umana possiede due facce: una rivolta verso il corpo, che non deve però menomamente ricevere impressioni del genere appartenente al corpo; l'altra rivolta ai principi supremi, e che deve costantemente ricevere l'influenza di ciò che è lassù e subirne costantemente gli effetti. (libro della Guarigione, Vl)

Ne deriva la distinzione tra una facoltà pratica dell'anima e una sua facoltà speculativa, alla quale spetta la preminenza: il fine dell'uomo è quindi - aristotelicamente - quello di contemplare gli intelligibili e le verità, cioè la filosofia, che coincide con la vera felicità; ma questa contemplazione si spiega - neoplatonicamente - con l'ansia di "ritornare" al Principio, e quest'ansia propria dell'anima come di tutte le altre creature si spiega - religiosamente - con quel desiderio di ritornare al Creatore che è l'origine del movimento che dà vita all'intero universo.

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