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CAPITOLO XIII IL RISVEGLIO DELLA CULTURA FILOSOFICA NEL MONDO MEDITERRANEO |
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2. Mistici, iperdialettici e moderati 3. La cultura araba: scienziati e mistici 4. La filosofia araba: dal possibile al necessario |
2.
Mistici, iperdialettici e moderati
La reazione ai nuovi concetti di natura e ragione espressi dalla scuola
di Chartres e da Abelardo non tardò a farsi sentire; se ne fecero
portavoce i Vittorini e Bernardo di Chiaravalle. Dopo le dispute con Abelardo,
vedendo diminuire la sua influenza, Guglielmo di Champeaux abbandonò
la scuola di Parigi e fondò, sempre nella stessa città,
l'abbazia agostiniana di san Vittore. I Vittorini si distinsero, con GUGLIELMO
DI SAN VITTORE (morto nel 1180), nella polemica contro i dialettici e
contro ogni forma di razionalismo filosofico; ma in genere il loro atteggiamento
è la ricerca di una sintesi tra la ragione e la fede, dove però
è quest'ultima ad avere la preminenza in quanto è l'unica
a potersi impadronire della suprema verità, che è Dio, ed
in una forma non razionale ma mistica. E questo appunto l'atteggiamento
di UGO DI SAN VITTORE (1100 circa -1141) e soprattutto di Riccardo
di san Vittore (1123-1173).
Esperienza, ragione e fede corrispondono a tre forme dell'anima:
A queste tre forme dell'anima corrispondono dunque le tre forme di conoscenza che costituiscono una specie di itinerario della mente verso Dio, nel quale le verità scoperte si collocano in un ordine gerarchico. Riccardo chiama cogitatio l'attività dell'immaginazione che conosce le verità proprie del campo dell'esperienza; meditatio l'attività della ragione che conosce le verità proprie del campo della logica; contemplatio l'attività dell'intelletto che conosce le verità proprie del campo della fede. La contemplazione è dunque la forma piú alta di conoscenza cui può giungere l'anima dell'uomo: ma vi giunge con l'aiuto della grazia e non per meriti propri, dal momento che essa consiste in una estasi, in una suprema visione amorosa di Dio che presuppone l'uscita della mente (excessus mentis) dai suoi stessi limiti. Il passo che riportiamo (nel quale Rachele sta a simboleggiare la ragione e Beniamino la fede) è significativo del fatto che la visione mistica di Dio in cui l'anima si trascende è allo stesso tempo la morte della ragione:
Ma l'avversario piú agguerrito e accanito dei dialettici e di ogni forma di pensiero non pienamente ortodossa fu Bernardo di Chiaravalle (1091-1153), riformatore dell'ordine cistercense, predicatore della seconda Crociata, redattore dello statuto dell'Ordine dei Templari. Bernardo fu un'autentica tempra di lottatore e si impegnò a fondo non solo nelle dispute dottrinarie, ma anche nella vita politica ed ecclesiastica in difesa dell'ortodossia religiosa e dell'autorità ecclesiastica, propugnando la necessità di difendere la fede anche con le armi, contro gli infedeli (Arabi), gli eretici (Catari), i riformatori (Arnaldo da Brescia). Con i Vittorini, Bernardo si colloca tra i rappresentanti della tradizione mistica medievale, che aveva trovato già in Pier Damiani una voce autorevole; ma, a differenza dei Vittorini, Bernardo non attribuisce alcun valore al discorso razionale e tanto meno all'esperienza: ogni discussione filosofica è inutile perché a Dio - che è il solo fine dell'uomo - si giunge non con la ragione ma con l'ascesi e l'amore, fondati sull'umiltà, che è
Una posizione piú moderata nella polemica contro i dialettici è assunta dall'inglese Giovanni di Salisbury (1115 circa-1180), allievo in Francia di Abelardo e di Gilberto Porretano, segretario di Thomas Becket, il famoso arcivescovo di Canterbury, e infine vescovo di Chartres. Le sue opere piú imporanti furono il Metalogicus ed il Policraticus. Per Giovanni, la vera filosofia è la vera fede e consiste nell'amore di Dio; questo non significa però che la filosofia non abbia un suo ruolo ed una sua funzione importanti, che non possono essere negati dalla stessa religione.
Se il fine però è l'amore di Dio, nell'ambito limitato delle cose sottoposte ai sensi ed alla ragione, la ricerca filosofica si esplica liberamente:
Ma la filosofia non deve trasformarsi in vane battaglie di parole, in vuote sofisticherie ed in discussioni sottili ed inconcludenti; a questo proposito anche Giovanni di Salisbury conosce degli accenti molto polemici e violenti contro gli "iperdialettici". Non sappiamo molto del movimento degli iperdialettici contro i quali (e contro uno dei loro maggiori rappresentanti, cui dà il nome fittizio di Cornificius) Giovanni polemizza nel Metalogicus. Erano probabilmente non solo dei sostenitori del diritto della ragione a discutere di tutto, ma anche dei critici della tradizione classica che veniva difesa nella scuola di Chartres. Questa loro "modernità" ebbe un tale successo da attirare una gran quantità di allievi, che disertarono le lezioni dei maestri di Chartres, alcuni dei quali furono costretti a chiudere le proprie scuole. Giovanni rinfaccia loro una grande superficialità ed un amore per le discussioni puramente verbali e fini a se stesse, rivendicando la serietà della scuola chartriana, pur non condividendone le dottrine metafisiche e logiche. Della scuola di Chartres infatti Giovanni criticava la posizione dogmatica che pretende di giungere nel campo della filosofia e della scienza a delle "verità" analoghe a quelle indicate dalla fede nel campo della religione. Per Giovanni la "verità" è propria solo della fede, mentre la filosofia può attingere solo il "verosimile": ritorna cosí a farsi avanti quel probabilismo accademico proprio anche di Cicerone, autore molto ammirato dal vescovo di Chartres. Alla posizione antidogmatica nel campo metafisico si affianca una posizione "probabilistica" anche nel campo della logica. Qui Giovanni accetta la tesi di Abelardo sugli universali, ma mentre Abelardo precisa la funzione della "somiglianza" degli universali come status delle cose, Giovanni sottolinea piuttosto la funzione attiva che ha l'intelletto nell'elaborazione delle somiglianze:
La moderazione è anche la caratteristica del pensiero politico
di Giovanni, espresso nel suo Policraticus, uno dei primi testi
di filosofia politica medievale prima della scoperta della Politica
di Aristotele. Il corpo sociale e politico è concepito come un
organismo, nel quale ogni parte svolge una sua funzione in armonia con
le altre, e del quale l'anima è il clero, il capo è il principe
e le membra sono le varie classi di cittadini. Ognuna delle parti deve
mirare all'interesse della comunità e non al proprio; essendo distinte
ma connesse le varie funzioni, è però sempre il potere spirituale
- che mira al fine piú alto per l'uomo - a trovarsi in una posizione
privilegiata rispetto al potere temporale, in quanto questo trova la sua
giustificazione e la sua legittimazione in quello. A proposito anzi della
questione della legittimità del potere, Giovanni giunge a teorizzare
anche la ribellione al potere temporale, quando questo degenera, e la
stessa uccisione dei governanti, quando questi vogliono violare la legge
e non riconoscono piú l'autorità piú alta (naturalmente
quella di Dio attraverso la Chiesa) dalla quale derivano la propria. |
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