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CAPITOLO XII I GRANDI TEMI DEL DIBATTITO FILOSOFICO-RELIGIOSO NELL'ALTO MEDIOEVO |
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1. Selezione della cultura classica e sua reinterpretazione cristiana 2. Le fonti della cultura filosofia medievale 4. Le scuole, il maestro, le autorità |
6. La dialettica, gli universali e l'insipiente
Scoto Eriugena fu praticamente l'unica figura di rilievo del IX secolo; dopo di lui la scuola palatina decadde rapidamente: in Occidente per tutto il X secolo si assistette ad un periodo di profonda decadenza culturale che sembrò oscurare la rinascita carolingia, mentre in Oriente si verificò una rapida affermazione della cultura araba, di cui vedremo in seguito l'importanza anche sul piano filosofico. Una figura di trapasso fra la decadenza del secolo X e la ripresa culturale iniziatasi nel secolo successivo suole essere considerata GERBERTO D'AURILLAC (?-1003), eletto nel 999 papa col nome di Silvestro II, studioso dai molteplici interessi, dalla matematica all'astronomia, dalla filosofia alla musica, sulle cui doti eccezionali e sui cui contatti con i dotti arabi sorsero numerose leggende. Nel secolo X si hanno i primi segni di un risveglio culturale, legato anche alla fondazione di nuove scuole, come quelle di Ravenna, di Bologna e di Salerno, importante quest'ultima per gli studi scientifici e di medicina; da queste scuole nasceranno, nel secolo successivo, le Università. Un aspetto caratteristico del risveglio culturale del secolo XI fu il dibattito sulla "dialettica"; questo temmine non viene piú assunto con un significato tecnico ben preciso: indica, in generale, i processi argomentativi della ragione quando intraprende l'esame dei vari concetti, come sostanza, attributo, natura, persona e cosí via. "Dialettici" furono chiamati coloro che sostenevano la possibilità per la ragione di indagare e di pronunciarsi su argomenti di interesse teologico, "antidialettici" coloro che la negavano. Significativa è a questo proposito la disputa fra BERENGARIO DI TOURS (998-1088) e LANFRANCO DI PAVIA (1010-1089): il primo sosteneva l'impossibilità della transustanziazione del pane e del vino nell'Eucaristia, perché è impossibile che permangono le qualità accidentali del pane e del vino in assenza della loro sostanza, dal momento che gli accidenti ineriscono necessariamente alla sostanza. Lanfranco, al contrario, si faceva sostenitore della tesi ortodossa della Chiesa, affermando inoltre che la dialettica - cioè la ragione - era nettamente subordinata alla fede. La discussione è tipica dello stretto intrecciarsi in questo periodo, delle implicanze filosofiche - se può una sostanza sussistere senza i suoi attributi e viceversa - e religiose - il sacramento dell'Eucaristia - di questo, come di ogni problema e di ogni dibattito culturale. Colui che sviluppò in maniera piú radicale la polemica antidialettica fu PIER DAMIANI (1007-1072), sostenitore di una netta supremazia della fede sulla ragione e svalutatore della dialettica e della cultura profana. Capovolgendo la visione di Scoto Eriugena, Pier Damiani sostiene che la ragione - cioè la filosofia - deve cedere completamente il passo alla fede, cioè al dogma religioso come si venuto stratificando nell'interpretazione delle autorità ortodosse. A tal proposito egli crea l'immagine della dialettica, o della filosofia, come "ancella" della fede, o della teologia, che deve servire a guisa di "padrona".
Collegato a questo concetto della filosofia ancella della teologia, e quindi ad una piena svalutazione dell'importanza e della funzione della dialettica, è l'altro concetto dell'assoluta onnipotenza divina, libera completamente dai legami delle leggi naturali.
Ma questa affermazione dell'onnipotenza divina, e questa critica radicale delle "battaglie di parole" fatte dai dialettici, se servivano a Pier Damiani per riaffermare l'idea di un perfezionamento morale dell'uomo raggiungibile attraverso la virtù e l'ascesi, erano d'altra parte anche il segno della coscienza che l'uso della ragione può portare ad un indebolimento della fede, e che l'esercizio della dialettica mette in pericolo l'accettazione pacifica dei dogmi religiosi. Da qui anche la coscienza della loro profonda inconciliabilità, e quindi la decisa opzione per la fede e la dichiarazione della sua superiorità; come si può vedere da questo passo molto significativo:
Accanto alla disputa sulla dialettica, un altro dibattito culturale caratterizzò questo periodo a cavallo tra XI e XII secolo, quello sugli "universali", cioè sui generi e le specie della filosofia platonica e di quella aristotelica. La questione, che i dotti medievali trovavano esposta in una celebre pagina di Porfirio, dove però essa non veniva risolta, era se i concetti universali come "uomo", "animale" e cosí via, avessero una realtà ontologica o fossero soltanto il prodotto dell'attività dell'intelletto umano, e inoltre se essi potessero sussistere "prima" delle cose (ante rem, come le idee platoniche, che hanno un'esistenza separata), o "nelle" cose (in re, come le forme aristoteliche, che sussistono come forme di una determinata materia), o "dopo" le cose (post rem, come prodotti dell'attività dell'intelletto, e quindi "nomi" creati dal linguaggio umano per "significare" le esperienze). Anche questa questione, come quella della dialettica, si complicava di quegli aspetti teologici e dommatici che costituivano il sottofondo comune a tutta la cultura dell'epoca, ma era comunque di grande interesse gnoseologico e filosofico. La discussione sugli universali fu vivacizzata da ROSCELLINO (1050-1120), che sostenne che la vera realtà è costituita solo dagli individui e quindi gli universali non sono né ante rem né in re, ma si riducono ad un puro "nome" (flatus vocis). Questa soluzione del problema fu detta "nominalistica" o "terministica"; la sua conseguenza teologica - che costò a Roscellino persecuzioni ed esilio - fu che i tre nomi della Trinità non possono indicare una sola sostanza, bensí indicano tre individualità diverse. A Roscellino si oppose GUGLIELMO DI CHAMPEAUX (1070-1121), sostenitore della soluzione "realistica", secondo la quale la vera realtà è costituita proprio dagli universali ante rem, e gli individui non ne sono che una manifestazione accidentale e secondaria: è la stessa sostanza umana ad essere identica in ogni uomo, e Paolo e Pietro non sono che accidenti. Ma il piú tenace avversario delle tesi di Roscellino fu Anselmo d'Aosta (1033-1109), allievo di Lanfranco di Pavia, al quale successe come abate nell'abbazia di Bec; scrisse un Monologion (= soliloquio) e un Proslogion (= colloquio), che sono le sue opere piú importanti, e poi De veritate, De libero arbitrio, De fide Trinitatis, De concordia praescientiae et praedestinationis, un Liber apologeticus contra Gaunilonem in risposta a questo monaco che aveva attaccato le tesi esposte nel Proslogion. La ragione ha per Anselmo il compito di chiarire le verità della fede per meglio confermarsi in essa.
L'idea di Dio come il presupposto necessario di quest'ordine di esseri-valori, sviluppata nel Monologion, è alla base anche della famosa "prova" dell'esistenza di Dio che Anselmo sviluppa nel Proslogion, e che fu chiamata "prova ontologica". L'ignorante, l'insipiens, dice nel suo cuore: Dio non c'è; ma quando ascolta la definizione di Dio come "ciò di cui niente possa pensarsi di maggiore", intende ciò che ascolta, e ciò che intende è nel suo intelletto. Anche l'insipiente dunque deve convincersi che c'è, almeno nell'intelletto, qualcosa di cui niente può pensarsi di maggiore; ma
All'argomento anselmino replicò, in un opuscolo intitolato: Liber
pro insipiente, il monaco GAUNILONE, sostenendo che dalla definizione
di una cosa, che è soltanto nel nostro intelletto, non si può
dedurre l'esistenza di questa cosa, che è connessa a dati di fatto
e non può derivare da un semplice ragionamento: sarebbe la stessa
pretesa di chi, formatasi nella mente l'idea di un'isola perfetta, pretendesse
poi di dimostrare l'esistenza di quell'isola. Anselmo non poteva che rispondere
che l'isola perfettissima non era ciò di cui niente può
pensarsi di maggiore, perché una cosa è la perfezione di
un "qualunque ente particolare, una cosa è la perfezione di
Dio: confermava così che il suo argomento aveva un valore per coloro
che già partivano dalla fede e nella fede e per la
fede ricercavano le ragioni del proprio credere. |
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