STORIA DELLE  FILOSOFIE

CAPITOLO XII

I GRANDI TEMI DEL DIBATTITO FILOSOFICO-RELIGIOSO NELL'ALTO MEDIOEVO

1. Selezione della cultura classica e sua reinterpretazione cristiana

2. Le fonti della cultura filosofia medievale

3. Mistica ed erudizione

4. Le scuole, il maestro, le autorità

5. La filosofia, la religione e le quattro nature

6. La dialettica, gli universali e l'insipiente

5. La filosofia, la religione e le quattro nature

La figura piú notevole nella cultura del IX secolo è Giovanni Scoto Eriugena (810-877 circa), cosí chiamato perché nativo dell'Irlanda, allora indicata con i nomi di Scotia Maior e di Eriu. Recatosi in Francia, fu messo alla direzione della scuola palatina dall'imperatore Carlo il Calvo, che lo protesse sempre contro l'ostilità del papa Tradusse in latino le opere dello Psendo-Dionigi, di Gregorio di Nissa e di altri Padri orientali; la sua opera piú importante è De divisione naturae, uno scritto in forma dialogica tra un maestro e un discepolo, che praticamente segna l'inizio della filosofia medievale.
Il presupposto della ricerca di Scoto Eurigena è il pieno accordo tra fede e ragione; basandosi sull'interpretazione di una formula del Vangelo di Giovanni e sul pensiero di Agostino, Scoto identifica completamente la filosofia con la religione. Scopo dell'una e dell'altra è la ricerca di Dio:

Monumento di Cristo è la divina Scrittura... Nel monumento Pietro è il primo a entrare, Giovanni viene dopo. Pietro invero è simbolo della fede, Giovanni dell'intelletto. E poiché sta scritto: "Nisi credideritis, non intelligetis", necessariamente è la fede che prima accede al monumento della sacra Scrittura; dietro ad essa, l'intelletto, a cui la fede ha preparato la via... Come dice sant'Agostino, "non è diversa la filosofia, e cioè l'amore del sapere, della religione". Che cosa è appunto il filosofare, se non l'esporre le regole della vera religione attraverso la quale umilmente si venera e razionalmente si cerca quel Dio che è causa sovrana di tutte le cose? Di qui discende che la vera filosofia è la vera religione e, reciprocamente, che vera religione è vera filosofia.
(Sul prologo dei Vangelo sec. Giovanni, c. 284)

Se filoosofia è religione, è chiaro che tra ragione e fede non può esservi un contrasto, perché entrambe provengono da Dio e le conoscenze che derivano dall'una debbono essere in accordo con quelle che derivano dall'altra. Tuttavia, nella ricerca della verità, che per Scoto è comunque la verità della Sacra Scrittura, un ruolo predominante spetta alla ragione, perché è suo il compito di cercare e di trovare, al di là delle similitudini, dei traslati, delle analogie, il senso profondo della parola di Dio.

Noi pertanto dobbiamo seguire la ragione che ricerca la verità delle cose, non oppressa né impedita da alcuna autorità... Maggior dignità ha ciò che è anteriore per natura, piuttosto di ciò che è anteriore nel tempo. La ragione è anteriore per natura, l'autorità l'abbiamo invece appresa nel tempo... Dalla vera ragione è discesa l'autorità, mentre da nessuna autorità è discesa la ragione.
(De divis. naturae 1, 63-69)

L'autorità, quindi, cioè la tradizione consolidata nella Chiesa, non può distogliere da quelle verità insegnate dalla retta contemplazione razionale; se è pacifico per Scoto che la vera autorità non può opporsi alla retta ragione, perché entrambe discendono dall'unica fonte della divina sapienza, è anche vero però che il primato della ragione sull'autorità era chiaramente affermato. Questo farà sí che, quando in seguito l'accordo tra fede e ragione non sarà ritenuto piú un fatto pacifico, un ovvio presupposto, nella "filosofia" di Scoto Eriugena troveranno un valido appoggio coloro che avranno motivo di rifiutare l'autorità nell'interpretazione della Scrittura; quattro secoli dopo, infatti, gli scritti di Scoto saranno condannati dalla Chiesa, anche per le interpretazioni non ortodosse cui avevano dato luogo.
I grandi temi della patristica neoplatonica ritornano in Scoto, a cominciare dalla teologia negativa:

Nulla può dirsi propriamente di Dio, perché Dio oltrepassa ogni intelletto, ogni significato sensibile e intelligibile. Meglio lo si conosce non conoscendolo; l'ignoranza è di fronte a lui vera sapienza, è piú verace e fedele negar tutto di lui che non affermarlo. (De div. naturae 1, 14-15)

Tutto procede da Dio, dunque, e tutto ritorna a Dio: in questo processo e in questo ritorno, che costituiscono la totalità dell'essere e che Scoto chiama "natura", possono distinguersi quattro momenti: una natura che crea e non è creata, una natura che è creata e crea, una natura che è creata e non crea, una natura che non è creata e non crea. La prima e la quarta natura si riferiscono entrambe a Dio:

Dio infatti è il principio di tutte le cose create, ed è fine a cui tutte tendono. [Questo non significa che] in Dio sono due realtà, ma una sola; ma poiché di Dio abbiamo una nozione quando lo consideriamo come principio, e un'altra quando lo consideriamo come fine, nella nostra teoria esse appaiono come due forme, che scaturiscono dalla semplicità della natura divina per il duplice sguardo della nostra contemplazione. (De div. naturae Il)

La seconda e la terza natura (creata e creante; creata e non creante) si riferiscono invece al mondo e corrispondono alla distinzione tra cause o forme (che Scoto assimila neoplatonicamente alle idee) ed effetti:

Cosí la seconda e la terza si conoscono razionalmente nella creatura. La seconda, infatti, è creata e crea, e si ritrova nelle cause primordiali delle cose create; la terza è creata e non crea, e si ritrova negli effetti delle cause primordiali... Queste due forme sorgono non solo nella nostra contemplazione, ma si ritrovano nella stessa natura delle cose create, nella quale le cause sono separate dagli effetti.
(De div. naturae II)

Al centro di questo processo circolare c'è l'uomo, la cui dignità suprema consiste nel dare inizio al processo di ritorno a Dio e nel quale sono come racchiuse tutte le potenzialità dell'universo.

Difatti l'universale creatura si contiene in lui. Egli intende come angelo, ragiona come uomo, sente come animale irragionevole, vive come il germe, consiste di anima e di corpo, e non è privo di alcuna cosa creata. L'uomo è stato dunque creato in tanta dignità di natura, che non v'è creatura visibile e invisibile, che in lui non si possa ritrovare. E infatti mirabilmente composto dalle due parti dell'universo creato: il sensibile e l'intelligibile. (De div. naturae IlI, 37)

Con questa esaltazione dell'uomo, collocato in posizione privilegiata al centro dell'universo, e con la sua teoria del mondo come costituito di anima e corpo, Scoto Eriugena sembra anticipare di secoli le concezioni dell'uomo e del mondo di molti filosofi dell'Età Moderna.

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