STORIA DELLE  FILOSOFIE

CAPITOLO XII

I GRANDI TEMI DEL DIBATTITO FILOSOFICO-RELIGIOSO NELL'ALTO MEDIOEVO

1. Selezione della cultura classica e sua reinterpretazione cristiana

2. Le fonti della cultura filosofia medievale

3. Mistica ed erudizione

4. Le scuole, il maestro, le autorità

5. La filosofia, la religione e le quattro nature

6. La dialettica, gli universali e l'insipiente

1. Selezione della cultura classica e sua reinterpretazione cristiana

Con la morte di Agostino finisce l'epoca piú importante della Patristica: mentre in Oriente continuano piú o meno stancamente le dispute trinitarie e cristologiche, nel mondo di lingua latina Agostino rappresenta l'ultima grande figura di questo periodo, impegnato, come abbiamo visto, in una reinterpretazione della cultura classica ed ellenistica in funzione del cristianesimo. In effetti, dalla metà del V secolo perlomeno fino all'ottavo secolo, si assiste ad una forte diminuzione dell'interesse per gli studi di filosofia, e in genere per ogni tipo di studi, parallelamente al periodo "buio" della storia dell'Occidente mediterraneo, che va dalla caduta dell'Impero romano d'Occidente (476), agli stanziamenti dei popoli barbari nei confini dell'ex-impero ed alla formazione dei regni romano-barbarici. Mentre l'Impero d'Oriente continua la sua vita raggiungendo anche momenti di notevole potenza e splendore (si pensi all'impero di Giustiniano - 527-565 - ed alla sua espansione in Africa ed in Italia, a danno dei Vandali e dei Goti, con la costituzione di vaste provincie bizantine), l'occidente conosce uno dei periodi piú agitati della sua storia, con nuove invasioni (Longobardi: 568), con le lotte tra i vari regni romano-barbarici, con il graduale affermarsi della potenza dei Franchi, culminante nella proclamazione ad opera di Carlo Magno del Sacro Romano Impero (800), con la comparsa nel mondo mediterraneo della nuova civiltà degli Arabi.

È un mondo agitato nel quale si costituiscono gradualmente quelle condizioni economiche, sociali e politiche che saranno le caratteristiche fondamentali della nuova civiltà feudale; ed è un periodo di grandissima importanza per lo studioso dei rapporti giuridico-politici ed economico-sociali, proprio per la mobilità e la fluidità delle condizioni di vita. Ma, dal punto di vista culturale, è un periodo abbastanza povero: se la "filosofia", per i cristiani della patristica, si riduceva alla teologia, e se filosofo era colui che, come Agostino, utilizzava la cultura ellenistico-romana per una "organizzazione" della dottrina cristiana, in questo periodo si può affermare che filosofia e filosofi scompaiono. Mentre in Oriente Giustiniano chiude le scuole filosofiche (529) e l'ultimo scolarca della scuola neoplatonica di Atene, Damascio, è costretto a rifugiarsi in Persia in Occidente la decadenza delle strutture della città e la crisi delle campagne consentono una certa conservazione della vita culturale soltanto nei monasteri. Qui il monachesimo, infatti, a differenza di quello orientale ad impronta mistica ed ascetica, rappresenta un'importante forma di organizzazione economica e sociale alla ricerca di una sua stabilità nella generale insicurezza delle condizioni di vita soprattutto grazie alla Regola benedettina che gradualmente diventa la regola di tutto il monachesimo occidentale. L'ora et labora, che costituisce il principio fondamentale della Regola dettata da Benedetto da Norcia (480-543), consente infatti non solo di stabilire comunità autosufficienti dal punto di vista economico grazie al lavoro agricolo dei frati, ma anche di conservare buona parte del patrimonio culturale dell'antichità, grazie all'attività di copiatura dei testi antichi.
Ma è una conservazione, comunque, che si affianca anche alle grandi perdite di gran parte di quel patrimonio: basti pensare ai testi dei presocratici, dei quali probabilmente Simplicio (vedi capitolo I, paragrafo 6), nel V secolo, è l'ultimo ad avere conoscenza diretta. La stessa attività dei copisti esercitata dai frati, se consente alle opere degli antichi di non andar completamente perdute, ne altera anche molto spesso i contorni: chi copia il testo compie anche un lavoro di "abbreviazione" di quelle parti dell'opera che gli sembrano troppo lunghe ed inutili, lo modifica e lo mutila a suo piacimento. La "copiatura" dei testi antichi, cioè, non è una passiva opera di trasmissione che i frati compiono, ma si inquadra anch'essa in una visione generale della vita e del mondo che non solo accetta e trasmette alcune cose ed altre no, ma che, in generale, subordina sempre i frutti del sapere umano a quelli del sapere divino e non assegna comunque allo studio ed alle dottrine filosofiche del passato nessuna importanza per il raggiungimento di quello che rimane il fine fondamentale, e cioè la salvezza della propria anima e la grazia di Dio.

Si spiegano cosí, da un lato, quelle vere e proprie "falsificazioni" di testi che abbondano in questo periodo, che vanno da documenti politici (come la falsa "donazione di Costantino") a documenti filosofici e religiosi (come i numerosi scritti attribuiti ad Agostino e ad altri padri della Chiesa), falsificazioni che solo dopo secoli saranno gradualmente scoperti grazie all'opera dei filologi umanisti; e dall'altro lato il fortissimo impoverimento delle conoscenze sulla cultura antica, che durerà anch'esso per molti secoli. In effetti le fonti della cultura filosofica alto-medievale sono molto povere: gli scritti di Boezio e Cassiodoro (vedi poco oltre), l'lntroduzione alle Categorie di Porfirio, le Categorie e il De interpretatione di Aristotele nella traduzione latina di Boezio, il Timeo di Platone nella traduzione e con il commento di Calcidio (neoplatonico del IV secolo), gli scritti platonici di Apuleio, le opere di Cicerone, di Seneca e dei primi padri della Chiesa. Ancora piú povero il patrimonio delle conoscenze scientifiche, grazie anche all'indifferenza per gli studi naturalistici, se non alla loro condanna, da parte della patristica: praticamente i soli testi "scientifici" di questo periodo sono il commento al Timeo di Calcidio; Sulle nozze tra Mercurio e la Filologia, un'opera di erudizione enciclopedica del cartaginese Marziano Capella (V secolo); il commento al Sogno di Scipione di Cicerone dovuto a Macrobio (V secolo), contenente riferimenti alle dottrine pitagoriche, platoniche e aristoteliche. Opere tutte di compilazione e di informazione, che nulla avevano piú a che vedere con le grandiose costruzioni teoriche della scienza greca, dai presocratici all'età ellenistica: anche nel campo scientifico, la ripresa dell'interesse per gli studi naturalistici si avrà quando l'Umanesimo riporterà alla luce quei testi antichi e spesso le "scoperte" dell'età moderna non saranno altro che delle riscoperte di risultati cui la scienza antica era già pervenuta e che erano andate dimenticate.
Sarà solo a partire dal XII secolo che, come vedremo, si può parlare di condizioni culturali piú favorevoli e quindi di una ripresa degli studi: l'incontro con tradizioni di cultura filosofica diverse (la filosofia araba), lo stabilizzarsi della vita economico-politica su organizzazioni diverse (l'età comunale), permetteranno il sorgere di filosofie che imposteranno in maniera nuova quel rapporto tra fede e ragione, tra rivelazione e filosofia, che era stato il tema dominante dei dibattiti culturali dall'avvento del cristianesimo in poi.

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