STORIA DELLE  FILOSOFIE

CAPITOLO XI

I FONDAMENTALI PROBLEMI DELLA «FILOSOFIA CRISTIANA»

1. Verso una «filosofia cristiana»

2. Una vita per la Chiesa

3. Credere per capire e capire per credere

4. la libertà, il male e la grazia

5. La storia e il tempo

 

5. La storia e il tempo

Se nella polemica antipelagiana Agostino si era in certo qual modo riaccostato al manicheismo - soprattutto trattando della grazia e della salvezza -, un certo influsso manicheo lo si puó notare anche nella considerazione del problema della storia. L'opera Sulla città di Dio, che secondo gli studiosi è il primo tentativo di costruire una organica visione della storia dal punto di vista cristiano, costituisce infatti, da un lato, la giustificazione teorica di un evento storico che sconvolse il mondo romano (il sacco di Roma da parte dei Goti guidati da Alarico nel 410: un evento che non si verificava dai piú antichi tempi della repubblica), ma costituisce anche, dall'altro lato, il logico sviluppo di certe premesse già tutte esplicitamente date nel pensiero agostiniano. All'impressione generale che colpí i contemporanei si aggiunsero le critiche e le accuse di quei pagani che legavano quel luttuoso evento all'abbandono del culto degli antichi dei di Roma, specialmente da quando il cristianesimo era diventato la religione ufficiale dello stato. Si rinfacciavano inoltre ai cristiani le loro affermazioni secondo le quali, da quando con Costantino il cristianesimo era entrato a far parte ufficialmente della vita dell'impero, questo avrebbe goduto di un'epoca di pace; di qui l'esigenza sentita da Agostino di ripensare tutto il problema dei rapporti fra la vita della cristianità e la vita dell'impero. Agostino separa nettamente i due piani, individuandone i fondamenti in due opposte aspirazioni, in due opposte finalità:

Due diversi amori fondarono dunque due città: la città terrena fondata dall'amore di sé fino al disprezzo di Dio, la città celeste dall'amore di Dio fino al disprezzo di sé. E quella ripone, in sostanza, in sé la sua gloria, questa nel Signore. (Sulla città di Dio XIV, 28)

Separate cosí le due città, Agostino poteva ripercorrere tutta la storia di Roma, le sue ingiustizie e le sue atrocità, identificando nell'impero romano l'incarnazione compiuta della città terrena: opera malvagia, difettosa, dovuta a quell'amore di sé e a quell'amore del dominio che sono proprio l'espressione del distacco dell'uomo da Dio. Alla città terrena, incarnata nell'impero romano, si contrappone la città divina, incarnata nella Chiesa e nelle sue strutture, che sono l'espressione della volontà di Dio e dell'amore degli uomini per Dio e di Dio per gli uomini: solo al cittadino della città divina è dato redimersi e salvarsi.

Queste due società si presentano, dunque, in questo mondo intrecciate e confuse l'una con l'altra, in attesa che il giudizio supremo le divida, e della loro origine, della loro storia, dei loro limiti, dirò finché l'aiuto di Dio mi sosterrà, tutto quanto ritengo doversi dire; e lo farò per la gloria della città di Dio, che piú fulgida risplenderà dal confronto con ciò che le è estraneo. (Sulla cit. d. Dio I, 35)

La "confusione" delle due città esisterà dunque fin quando, alla fine del mondo, gli eletti saranno definitivamente separati dai malvagi e la città di Dio segnerà il suo eterno trionfo. Come si vede, l'elaborazione agostiniana della storia di Roma non è soltanto la risposta ad un evento particolare, ma, molto piú in generale, una prospettiva teoretica: le invasioni barbariche, il sacco di Roma, tutti gli eventi storici in generale, non sono che le vicende terrene di un unico grande disegno divino, sono le manifestazioni visibili dell'unica vera protagonista della storia, la provvidenza divina, imperscrutabile dalla mente umana. È la provvidenza che regola le vicende terrene e le orienta verso il fine - la fine -, il trionfo di Dio e della sua Chiesa, secondo modi e ritmi che non è dato all'uomo comprendere. Ritorna qui il concetto agostiniano del comprendere per credere e del credere per comprendere, ma con delle conclusioni ancora piú esplicite: se la creazione è in fondo per l'uomo un mistero, è un mistero anche la storia, che della creazione non è che il proseguimento, la manifestazione di quell'unica opera provvidenziale e caritatevole che è la volontà di Dio. In tal modo Agostino poneva le basi teoriche di un atteggiamento che sarà sempre presente, anche se non sarà l'unico, nella storia del cristianesimo: il totale distacco del fedele dalle cose terrene. L'impegno nella storia e la riflessione sulla storia sono inutili - quando non sono dannosi - perché gli eventi sono il frutto non di fattori umani, ma di un disegno divino contro il quale non si può andare e che nemmeno si può comprendere. Allo stesso modo Agostino aveva affermato che la salvezza e la dannazione dell'uomo non dipendevano dalle sue opere, ma dalla fede e dalla grazia divina: al cristiano non resta dunque che estraniarsi dal mondo e rinchiudersi nella propria fede, sperando nella grazia di Dio.

Il rapporto tra Dio e il mondo, tra creazione e storia, costituisce anche per Agostino il motivo di una originale riflessione sul problema del tempo. Anche qui, il motivo occasionale è costituito da un'obiezione molto diffusa contro il pensiero cristiano: se il mondo è stato creato nel tempo, cosa faceva Dio prima della creazione? La soluzione che Agostino dà al problema è originale non solo per l'impostazione metodologica, ma anche per le sottili analisi psicologiche che vi fanno da contorno.

Che cos è dunque il tempo? Quando nessuno me lo chiede, lo so ma se qualcuno me lo chiede e voglio spiegarglielo, non lo so. Tuttavia affermo con sicurezza di sapere che, se nulla passasse, non vi sarebbe un tempo passato; se nulla si approssimasse non vi sarebbe un tempo futuro se non vi fosse nulla, non vi sarebbe il tempo presente. Ma di quei due tempi, passato e futuro, che senso ha dire che esistono, se il passato non è piú e il futuro non è ancora? E in quanto al presente, se fosse sempre presente e non si trasformasse nel passato, non sarebbe tempo, ma eternità... Questo però è chiaro ed evidente: tre sono i tempi, il passato, il presente, il futuro; ma forse si potrebbe propriamente dire: tre sono i tempi il presente del passato, il presente del presente, il presente del futuro. Infatti questi tre tempi sono in qualche modo nell'animo, né vedo che abbiano altrove realtà: il presente del passato è la memoria, il presente del presente la visione diretta, il presente del futuro l'attesa... Il tempo non mi pare dunque altro che una estensione (distensio), e sarebbe strano che non fosse estensione dell'animo stesso. (Confessioni XI, 14, 17; 20, 26; 26, 33)

Ridotto dunque il tempo ad una "distensione dell'animo", cioè in fondo ad un'attività della coscienza, ne risulta che il problema prima posto è privo di senso: Dio non ha creato il mondo nel tempo ma col tempo: l'eternità è al di fuori del tempo e l'azione divina si svolge appunto nell'eternità. Con il che risulta ribadita quella sostanziale estraneità dell'uomo alla storia ed al tempo delle cose terrene, perché la vera realtà dell'uomo è appunto in un "presente eterno" la cui misura è la sua stessa anima: e se la verità di questo essere dell'anima è la ricerca o meglio il ri-trovamento di Dio, Ciò

è vero nella vita interna dell'uomo di cui sono parti tutte le sue azioni, ed è vero in tutta la storia dei figli dell'uomo, di cui sono parte tutte le vite umane.
(Conf. XI, 28, 38)

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