STORIA DELLE  FILOSOFIE

CAPITOLO X

CRISTIANESIMO E FILOSOFIA SINO AL V SECOLO D.C.

1. I cristirni tra ebraismo e filosofia-romana

2. Il costituirsi delle dottrine cristiane

3. La scuola cristiana di Alessandria

4. L'ultima filosofia «pagana»

 

4. L'ultima filosofia "pagana"

Contemporaneamente alla scuola cristiana, dall'ambiente culturale di Alessandria prendeva le mosse anche l'ultima scuola della filosofia greca, il neoplatonismo, il cui maggior rappresentante fu Plotino (204/205-270). Nato a Licopoli, in Egitto, Plotino fu allievo ad Alessandria di Ammonio Sacca, il maestro di Origene. Per conoscere più da vicino le dottrine degli orientali, si unì alla spedizione dell'imperatore Gordiano in Persia; quando la spedizione fallì e lo stesso imperatore rimase ucciso, si salvò a stento rifugiandosi ad Antiochia. In seguito (244) si trasferì a Roma, dove fondò una scuola di filosofia che ben presto incontrò il favore della corte imperiale. Pur apportando notevoli modifiche alle dottrine platoniche, fino a cambiarle quasi completamente, Plotino fu convinto di essere il vero interprete e continuatore di Platone: in suo onore tentò di fondare in Campania una città, "Platonopoli", che realizzasse finalmente gli ideali di Platone; ma il progetto, nonostante l'appoggio imperiale, non ebbe successo. Gli scritti di Plotino, una serie di trattati di argomento, lunghezza ed importanza diversi, furono raccolti e raggruppati, seguendo un ordine sistematico e non cronologico, dal suo allievo Porfirio in sei gruppi di nove trattati ciascuno, e perciò chiamati Enneadi.
Per Plotino tutta la realtà scaturisce da un principio primo, e questo stesso principio primo è la meta e il fine della vita dell'uomo; la caduta dell'anima nel mondo terreno impone un percorso a ritroso per ricongiungersi al principio, che è l'Uno-dio, come unica via della salvezza: anche in Plotino i motivi filosofici del platonismo si fondono con le aspirazioni religiose della sua epoca e con le esigenze mistiche delle culture orientali. La meta della nostra attività conoscitiva e della nostra vita morale è il Bene supremo:

Dove si deve andare è verso il Bene, verso il primo principio. (Enneadi I,3,20,1)

Le vie per elevarsi al di sopra del mondo terreno possono essere varie: la musica, l'amore, la filosofia. Nella musica, che è la perfetta tra le arti, evitando ogni disaccordo e cercando misura e decoro nei ritmi e nei canti, l'uomo si abitua a prescindere dalla materialità dei suoni per cogliere la bellezza dei rapporti armonici in se stessi; nell'amore, l'uomo si lascia prendere dalle bellezze visibili per poi capire che c'è una bellezza in sé, una e identica, che si manifesta in tutti i corpi, come nelle belle azioni e nelle belle leggi. Ma è principalmente nella filosofia che l'uomo, separandosi dal sensibile, si abitua alla conoscenza delle realtà incorporee, cioè delle essenze intellegibili; strumento fondamentale di questa sua elevazione è la dialettica, cioè quella scienza che,

per ogni oggetto dato, ci rende capaci di esprimere con un discorso che cosa è questo oggetto, in che cosa differisce dagli altri, ciò che ha in comune con essi, e tra quali oggetti e in quale classe si trovi; essa determina altresì il tipo di esistenza che le compete, il numero degli esseri di un dato genere e il numero degli esseri che non appartengono a questo genere, ma ne differiscono. (Enneadi I 3,20,3)

Ma se - platonicamente e aristotelicamente - la dialettica è questo metodo per distinguere e per includere specie in generi, per Plotino essa è anche qualcosa di più:

non dobbiamo credere che essa sia un insieme di teoremi e di regole: essa investe il reale ed ha per suo oggetto gli enti; è il metodo per attingere gli enti e possiede, coi teoremi, le realtà in se stesse. (Enn. I 3,20,5)

L'ascesa dunque dell'uomo dalle realtà corporee e sensibili alle essenze intelligibili, ad un mondo delle idee che è molto simile a quello platonico, avviene per gradi: l'arte- e principalmente la musica -, che è contemplazione del bello, cioè dell'essenza intelligibile che riluce nel sensibile; poi l'amore, che è trasporto verso il mondo delle essenze; infine la filosofia, che grazie alla dialettica offre la piena contemplazione intellettuale del mondo intelligibile. Ma se la filosofia per Plotino si qualifica già non come un insieme di discorsi e di ragionamenti razionali - come era nella tendenza classica e nello stesso spirito più profondo del platonismo -, in quanto rispetto al discorso platonico viene privilegiata la contemplazione e la visione del mondo intelligibile; la filosofia è inoltre a sua volta la necessaria preparazione al gradino più alto, l'ultimo, del ritorno all'Uno-dio. Quest'ultimo stadio è infatti l'estasi, che - come dice la stessa parola - è un uscir fuori di se stessi per contemplare, non solo, ma per fondersi anche con l'Uno-dio: nell'estasi l'uomo, negando se stesso come individuo, si identifica misticamente col dio. In tal modo la filosofia plotiniana cercava di fondere le esigenze razionali della tradizione classica con quelle mistiche ed ascetiche delle culture orientali e con quelle largamente diffuse della religiosità di questo periodo; per queste ragioni, il neoplatonismo da un lato si affermava come il frutto più maturo del pensiero classico trovando così ampia eco nei ceti intellettuali dell'impero, dall'altro lato era in grado di esercitare una notevole influenza anche sul pensiero cristiano, istaurando così una vera e propria tradizione filosofico-culturale che - attraverso tutto il Medioevo - giungerà fiorente fino all'età rinascimentale.
A queste indicazioni di vita etica che dovevano riportare l'uomo al principio supremo dell'Uno-dio, Plotino faceva d'altra parte corrispondere un processo inverso di derivazione di tutta la realtà, uomo compreso, dall'Uno, e quindi una costruzione dottrinale metafisica che doveva dar conto di tutti gli aspetti della realtà col riportarli al principio.

E' in virtù dell'Uno che tutti gli enti sono quello che sono, sia le sostanze che sono enti in un senso primario del termine, sia quegli attributi che in qualche misura, come suol dirsi, fanno parte degli enti. (Enn. VI 2,8,1)

L'Uno è il principio dunque di tutta la realtà, l'unità suprema dell'essere da cui derivano tutti gli esseri; ma è un principio ed un'unità che non possono essere colti dalla mente dell'uomo per via razionale, come abbiamo già accennato:

Se lo si presenta come intelligenza o dio, l'Uno è più di tutto ciò; e qualora per atto di riflessione lo si vuole ancora unificare, esso è sempre ben più di quanto si possa rappresentare, perché esso ha più unità di quanto ci possa offrire la nozione di lui; perché esso è in sé, e non gli si addice alcun attributo. (Enn. VI 2,8,6)

Di positivo, dell'Uno, non si può dire nulla, proprio perché esso è l'unità suprema e come tale è la "negazione" di qualsiasi attributo che tenti di qualificarne l'essere: è appunto l'unità suprema dell'essere.

Ma è attraverso di lui che gli altri esseri ricevono la loro situazione; per suo tramite gli esseri hanno l'esistenza e nello stesso tempo il luogo che egli assegna loro.
(Enn. VI 2,8,6)

Dalla realtà dell'Uno, che è il Bene supremo, deriva dunque la realtà di tutti gli altri esseri attraverso un processo che non avviene nello spazio e nel tempo e nemmeno è dovuto ad un libero atto creativo, ma è necessariamente connaturato alla realtà stessa dell'Uno. Come una fonte o una sorgente luminosa "emanano" da sé il corso d'acqua o il raggio luminoso, così l'Uno "emana" da sé tutti gli esseri esistenti; solo che questo processo di emanazione non impoverisce il principio: al contrario, esso è reso possibile proprio perché l'Uno è pienezza e sovrabbondanza di essere e non può non dare origine al processo stesso.
Il primo gradino del processo emanativo è il nous, l'Intelligenza, che nel suo interno implica sia l'identità (propria dell'Uno) che la dualità (principio della molteplicità). L'Intelligenza infatti è pensiero di se stesso (e quindi unità), ma è nello stesso tempo dualità di pensante e di pensato, e perciò si articola nella molteplicità delle idee, cioè degli enti intelligibili, che non costituiscono più - platonicamente - un mondo a sé, ma sussistono solo nel nous. Il secondo gradino dell'emanazione è l'Anima universale, o anima del mondo. Il suo compito è quello di trasmettere l'essere al mondo: contemplando le idee nel nous, essa le trasmette alla materia, dando luogo così ai corpi sensibili spazialmente e temporalmente determinati. In questo appunto l'Anima universale differisce dall'anima individuale.

Noi siamo incatenati al nostro corpo, con un legame che per noi è un dato, l'Anima universale, invece, incatena in se stessa il suo proprio corpo... L'Anima del mondo non è incatenata dai corpi che essa incatena, ma è essa che signoreggia su di essi.
(Enn. II 9,33,7)

All'ultimo gradino dell'emanazione c'è la materia, che è un sostrato amorfo, un puro ricettacolo delle forme che l'Anima del mondo imprime in essa dall'alto. Propriamente, la materia è un non-essere, è il venir meno della luce dell'essere che emana dall'Uno, il suo limite metafisico; è, quindi, un puro principio metafisico, ben distinto dalla corporeità: i corpi, infatti, come sintesi di forme e di puro sostrato negativo, sono sempre un misto di essere e di non-essere. Anche la materia, come l'Uno, è difficile da pensarsi con un atto di raziocinio, e la si può cogliere solo intuitivamente.

La materia è un substrato indefinito, priva di forma.., non è certo un corpo perché è priva di qualità.., è essenzialmente semplice e una perché è priva di ogni determinazione.., e volendo coglierla col pensiero non si arriva al pensiero della materia, ma piuttosto alla negazione di ogni pensiero. (Enn. Il 4,12,6-8-10)

Se la materia ha per Plotino una sua qualificazione metafisica che è quella del puro non-essere, anche il male - connaturato alla materia - ha una sua origine e natura metafisica. Se per Plotino l'unica realtà è il Bene, il male è dunque non-realtà, ciò che è privo di qualsiasi forma, puro non-essere: male e materia coincidono. Ma quali conseguenze comporta questa coincidenza per l'uomo, che, come composto di corpo e anima, di materia e forma, è un misto di essere e di non-essere, è sì una continua tensione a superare il male, ma è nello stesso tempo - metafisicamente - radicato nella materialità e quindi nel male?

Difatti la materia non possiede neppure l'essere - che le permetterebbe di partecipare del bene -, anzi l'essere che si attribuisce ad essa è frutto di un equivoco: la verità è che essa è non-essere. C'è una carenza di bene che consiste nel fatto di non essere il Bene pieno; ma la carenza totale del bene, questo è il male. Se è così, si deve concludere che noi non siamo affatto il principio dei nostri mali, che il male non viene da noi stessi: esso esiste prima di noi. Il male possiede l'uomo e lo possiede suo malgrado. (Enn. I 8,51,5)

Con questa ambigua concezione, che di fatto si presentava come un tentativo di armonizzare metafisica ed etica in una visione che contemperasse le esigenze razionali della filosofia classica e le esigenze ascetiche della spiritualità religiosa e mistica del suo tempo, Plotino apriva in effetti tutta una serie di problematiche religiose e filosofiche che - da Agostino in poi - saranno appassionatamente dibattute per tutto il Medioevo ed oltre.
La scuola di Plotino fu l'ultima grande filosofia pagana e conobbe una sua vita organizzata fino al V secolo. Tra i discepoli di Plotino il più importante fu PORFIRIO Di TIRO (233-305), l'ordinatore degli scritti del maestro, autore di un' Introduzione alle Categorie di Aristotele, che fu testo fondamentale per la logica medioevale, commentatore della Fisica e della Metafisica aristoteliche. Porfirio scrisse anche una Vita di Plotino, che premise alle Enneadi, ed una sintesi del sistema plotiniano intitolata Sentenze sugli intelligibili.
Tra i discepoli di Porfirio ricordiamo GIAMBLICO Di CALCIDE (250-326), autore di una Vita pitagorica e di una Raccolta delle dottrine pitagoriche, in cui, tentando di organizzare la collocazione gerarchica degli dei sulla base della "processione" degli enti dall'Uno, accentuava il valore della fede e delle pratiche religiose, necessarie all'uomo per poter comunicare con la divinità e con tutte le potenze divine. Giamblico contribuiva così a dare delle dottrine dei pitagorici quell'immagine religiosa e mistica che rimarrà una delle caratteristiche fondamentali della tradizione pitagorica.
Mentre ad Alessandria si estingueva la scuola con l'uccisione della scolarca IPPAZIA, filosofo e matematico, fatta a pezzi e bruciata dai cristiani sobillati dal vescovo Cirillo, ad Atene fra il IV e il V secolo si conobbe una ripresa -l'ultima- del pensiero greco ad opera di Plutarco di Atene e dei suoi allievi Siriano e Proclo. Fu questi l'ultimo "filosofo" della Grecia, prima che il pensiero cristiano si affermasse completamente nel mondo occidentale e prima che, ufficialmente, con un decreto dell'imperatore Giustiniano del 529, fossero chiuse ad Atene tutte le scuole filosofiche. Proclo (412-483) nacque a Bisanzio, ma compì la sua formazione filosofica ad Alessandria e ad Atene; qui, dopo un esilio dovuto probabilmente a motivi politici, rimase alla direzione della scuola neoplatonica fino alla morte. Tra le sue opere, importanti sono i suoi commenti ad alcuni dialoghi platonici, come il Timeo, il Parmenide, l'Alcibiade primo, il Cratilo e la Repubblica; scrisse inoltre gli Elementi di teologia, la Teologia platonica, Sulla provvidenza e sul fato, gli Elementi di fisica, Sul I libro degli elementi di Euclide. La dottrina più importante di Proclo è quella dell'anima-microcosmo, dell'anima, cioè, che riproduce nella sua struttura la struttura dell'universo intero, sicché, movendo da un'indagine psicologica, si potrà giungere ad una visione metafisica di tutto l'essere. Come l'anima umana, dunque, si manifesta come essenza, intelligenza e vita, così la realtà si manifesta come ente, mente e mondo delle idee; posta tra eternità e tempo, l'anima è ingenerata rispetto ai corpi, ma generata rispetto all'intelligenza. L'uomo, cioè un'anima che si serve di un corpo, si trova così in una posizione di centralità nell'universo: da un lato partecipa del mondo inferiore degli esseri dotati di vita ma privi di intelligenza, dall'altro lato partecipa del mondo del nous, al quale aspira a ricongiungersi.
Dopo Proclo, la scuola fu retta da Marino, allievo e biografo di Proclo, e tra i suoi discepoli è da ricordare almeno Simplicio, dotto e acuto commentatore delle opere di Aristotele.

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